Manifestanti a Minsk il 13 settembre 2020 (Foto AP)
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  • lunedì 14 Settembre 2020

In Bielorussia ci sono state altre grandi proteste contro Lukashenko

Migliaia di persone hanno manifestato per il quinto fine settimana consecutivo: intanto oggi il presidente bielorusso incontrerà Putin in Russia

Manifestanti a Minsk il 13 settembre 2020 (Foto AP)

In Bielorussia le grandi proteste di piazza contro il presidente Alexander Lukashenko sono continuate per il quinto fine settimana consecutivo. Nella capitale Minsk più di 100mila persone hanno manifestato tra le vie del centro cittadino affrontando la polizia schierata in tenuta antisommossa. Ci sono state manifestazioni anche in altre città del paese, tra cui Brest, Gomel, Grodna e Mogilev.

Domenica i manifestanti, che sventolavano le bandiere bianche e rosse della repubblica bielorussa pre-sovietica, diventate un simbolo delle proteste, e chiedevano le dimissioni del presidente, hanno cercato di deviare dal percorso previsto del corteo e di raggiungere il quartiere Drozhdy, dove si trova la residenza di Lukashenko e di altri alti funzionari del regime, ma la polizia ha caricato il corteo e impedito il cambio di percorso. Almeno 250 persone sarebbero state arrestate. Sabato altre 114 persone erano state arrestate durante una marcia pacifica, di donne, sempre nella capitale. Anche durante questo fine settimana ci sono state violenze da parte della polizia nei confronti dei manifestanti, come testimoniato anche da diversi video diffusi sui social network.

Intanto lunedì 14 settembre a Sochi, in Russia, Lukashenko incontrerà il presidente russo Vladimir Putin per la prima volta dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto, in cui Lukashenko aveva ottenuto più dell’80 per cento dei voti, ma che le opposizioni, e le persone che da più di un mese manifestano in piazza, considerano truccate da brogli. I presidenti di Russia e Bielorussia, che sono paesi amici, legati da trattati di vario tipo, anche di difesa, si sono sentiti telefonicamente diverse volte nelle ultime settimane.

Il 20 agosto, sempre più in difficoltà a causa delle enormi proteste antigovernative, Lukashenko aveva parlato al telefono per due volte con il presidente Putin, chiedendogli aiuto. Putin aveva assicurato Lukashenko che la Russia avrebbe fornito la «necessaria assistenza» al governo bielorusso di fronte a minacce provenienti dall’esterno: un modo per dire che la Russia non escludeva la possibilità di intervenire militarmente in Bielorussia, se lo avesse ritenuto necessario.

Proprio in vista dell’incontro fra i due presidenti, domenica il ministero della Difesa russo ha detto all’agenzia di stampa russa RIA che la Russia invierà in Bielorussia alcune truppe dalla sua divisione di paracadutisti per esercitazioni militari congiunte che si svolgeranno dal 14 al 25 settembre. Il ministero ha chiarito che i paracadutisti russi torneranno in patria al termine delle esercitazioni.

Putin per ora sembra quindi voler confermare il suo sostegno, anche militare, a Lukashenko, anche se non con un intervento diretto che certamente sarebbe duramente condannato dalla comunità internazionale. Il vice segretario di stato americano, Stephen Biegun, venerdì ha avvertito il Cremlino che se «continua su questa strada», cioè nell’appoggio a Lukashenko, rischia di inimicarsi il popolo bielorusso.

Il sostegno di Putin a Lukashenko è diventato infatti un ulteriore bersaglio delle proteste dei manifestanti che ogni fine settimana marciano per le strade di Minsk. Uno degli slogan delle proteste di domenica è stato “Non gli permetteremo di vendere il paese”. Le opposizioni temono che un Lukashenko indebolito potrebbe consentire alla Russia di prendere il controllo della Bielorussia, in cambio di un supporto militare che gli consenta di rimanere al potere.

All’incontro di lunedì Putin e Lukashenko dovranno affrontare le proprie posizioni: da una parte il presidente bielorusso ha bisogno dell’appoggio russo, ma non vuole cedere eccessiva sovranità al potente alleato, dall’altro il presidente russo vuole confermare fedeltà a quello bielorusso, ma è consapevole che Lukashenko è un leader che sembra non avere più il consenso popolare, e Putin non vuole apparire complice delle violazioni dei diritti civili delle ultime settimane in Bielorussia agli occhi della comunità internazionale.

Oltre alle violenze della polizia durante le manifestazioni, in Bielorussia sono stati rapiti, arrestati o costretti all’esilio tutti i leader dell’opposizione. Lunedì 7 settembre una delle leader dell’opposizione, Maria Kolesnikova, era scomparsa, il giorno dopo un’altra grande manifestazione. Alcune fonti locali avevano scritto che Kolesnikova era stata rapita da uomini con il volto coperto nel centro di Minsk e costretta a salire su un minivan.

Giovedì mattina l’avvocata di Kolesnikova aveva diffuso un comunicato, scritto dall’attivista, in cui accusava i servizi segreti bielorussi di averla rapita e minacciata di morte. Nello stesso documento Kolesnikova chiedeva che venisse aperta un’inchiesta sulle violenze subite dichiarandosi disposta a testimoniare anche indicando nomi e ruoli degli agenti che avrebbero commesso i reati. Kolesnikova aveva raccontato di essere stata portata sul confine con l’Ucraina, ma di essere riuscita a non essere estradata forzatamente uscendo dall’auto che la stava trasportando e strappando il proprio passaporto. Ora Kolesnikova è incarcerata in un centro di detenzione preventiva con l’accusa di tentato colpo di stato.

Mercoledì scorso, Maxim Znak e Antonina Konovalova, altri due esponenti dell’opposizione bielorussa, erano stati arrestati con modalità simili a quelle con cui lunedì era stata arrestata Kolesnikova. Sempre mercoledì, la scrittrice bielorussa Svetlana Alexievich, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 2015, aveva raccontato che uomini incappucciati avevano tentato di entrare in casa sua.