(Michael Bradley/Getty Images)
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  • domenica 23 Agosto 2020

Perché il tennis si guarda in silenzio

È una regola non scritta ma molto rispettata: ha ragioni storiche, ma non solo

(Michael Bradley/Getty Images)

Il 31 agosto inizieranno a New York gli US Open, il primo importante evento tennistico dall’inizio della pandemia da coronavirus. Il tennis è uno degli ultimi sport, l’ultimo tra i più seguiti, a rifarsi vedere dopo mesi di stop e come tanti altri in questi mesi si ripresenterà senza pubblico, perché tutte le partite degli US Open saranno giocate a porte chiuse. L’assenza di pubblico intorno ai tennisti sarà però probabilmente meno straniante che in sport come il calcio o il basket, perché il tennis è uno dei pochi sport che chiede ai suoi spettatori di restare perlopiù in silenzio.

Il livello di silenzio richiesto a chi osserva il tennis varia da un contesto all’altro e da un momento all’altro della partita, ma viene osservato quasi ovunque, dalle partite amatoriali ai tornei più importanti. L’abitudine è così radicata che spesso sono gli arbitri stessi o i tennisti a zittire i tifosi prima di una battuta: tuttavia, la regola del silenzio non è una vera regola del tennis, ma solo una tradizione molto radicata. I regolamenti veri e propri, infatti, vietano solo atteggiamenti eccessivi ed evidentemente fastidiosi, non il semplice vociare durante gli scambi tra tennisti.

Come ha spiegato un recente articolo di Atlas Obscura, le ragioni alla base della “regola del silenzio” sembrano essere in gran parte storiche, legate a un certo elitismo del tennis delle origini, ma ce ne sono anche di altro tipo, che hanno più a che vedere con alcune peculiarità tecniche di questo sport.

A proposito di ragioni storiche, non è del tutto certo quando e come sia nato il tennis, perché più società umane in luoghi ed epoche diverse hanno a un certo punto deciso di passare parte del loro tempo lanciandosi una palla da una parte all’altra di qualcosa di anche solo vagamente riconducibile a una rete. Non è certa nemmeno l’origine della parola “tennis”, anche se c’è chi sostiene che derivi dal francese tenez, probabilmente la parola che si era soliti pronunciare per avvisare l’avversario che si stava per effettuare un servizio.

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Il più noto antenato del tennis moderno è comunque il jeu de paume, quello che poi in Italia è diventato noto come pallacorda. Inizialmente giocata a mano libera, intorno al Sedicesimo secolo nella pallacorda si diffuse l’uso della paletta e poi della racchetta. E a prendere in mano quelle racchette erano perlopiù aristocratici, gli unici che potevano permetterselo. Giocare alla pallacorda – o a qualcosa di simile al real tennis (tennis “reale” nel senso di monarchico) che qualcuno pratica ancora oggi – richiedeva infatti tempo ma soprattutto soldi per permettersi le costose attrezzature e per costruirsi o pagarsi i campi da gioco. Che nel caso della pallacorda erano campi almeno in parte coperti, che oltre al vero e proprio rettangolo diviso da una rete avevano una serie di altre strutture laterali, alcune delle quali con dei fori entro cui la palla poteva passare.

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Le regole erano tante e diverse da un paese all’altro e da un periodo all’altro ma la pallacorda era di certo uno sport che per essere giocato richiedeva di costruire arene di gioco non semplicissime e che tra l’altro veniva giocato al chiuso e alla presenza di pochissimi spettatori, che per di più potevano stare solo da un lato del campo, visto che gli altri erano parte integrante dell’area di gioco. Rob Lake, sociologo e storico del tennis, ha spiegato ad Atlas Obscura che «le limitazioni di spazio rendevano impossibile che ad assistere a una partita ci fosse più di un centinaio di persone».

Un’illustrazione del Sedicesimo secolo (Hulton Archive/Getty Images)

In parte, quindi, l’idea è che pochi spettatori facessero poco rumore. Ma c’è dell’altro: visto il tipo di persone da cui era praticato – Atlas Obscura lo definisce «comicamente aristocratico» – il tennis degli albori era considerato uno svago, più che una sfida tra persone. Le partite erano eventi sociali più che sportivi e per secoli restarono, sempre secondo Atlas Obscura, «qualcosa di assimilabile a scrivere poesie o suonare il piano».

Non fu sempre e ovunque così – come ricorda chi era attento alle lezioni di Storia dell’arte, Caravaggio fu condannato a morte in seguito a una lite iniziata proprio durante una partita a pallacorda – ma è certo che per secoli quello che poi sarebbe diventato il tennis restò qualcosa quantomeno per ricchi e in cui il risultato finale spesso non era poi così importante.

Il tennis come lo conosciamo oggi iniziò a prendere forma alla fine del Diciannovesimo secolo – il primo torneo di Wimbledon fu nel 1877, il primo US Open nel 1881 – e fu per molti anni noto come lawn tennis, “tennis su prato”, per differenziarlo dal suo predecessore, anche noto come court tennis.

(Hulton Archive/Getty Images)

Il nuovo e più semplice tennis ampliò notevolmente il suo bacino di appassionati, seppur mantenendo comunque una certa attitudine aristocratica, che lo rendevano diverso da sport come il pugilato o il ciclismo. Ci si sporcava meno, non c’era contatto con gli avversari ed era uno sport per pochi – nel senso che proprio si giocava uno contro uno – che potevano permettersi di occupare, da soli, un intero campo su cui, se si giocasse a basket, ci starebbero in dieci.

Anche nel Ventesimo secolo il tennis restò quindi uno sport amatoriale, fatto cioè da chi poteva permetterselo, e che continuava a essere visto da non troppi spettatori, secondo Atlas Obscura ormai abituati a fare spesso silenzio. «Furono i britannici» ha scritto Atlas Obscura, a decidere atmosfera e atteggiamenti del tennis, e decisero di renderlo «riservato, sofisticato, ricco e per nulla volgare».

(Topical Press Agency/Getty Images)

E per molto tempo fu anche uno sport in cui l’elemento di sfida sportiva restò quasi secondario: Atlas Obscura scrive che ci furono addirittura dibattiti sul fatto se fosse o meno il caso di effettuare certi colpi, per esempio il lob (il “pallonetto”), considerati particolarmente svilenti nei confronti degli avversari. Lake, lo storico del tennis, ne ha parlato come di «uno sport che non era fatto per essere preso troppo sul serio»; e va da sé che aveva poco senso tifare e sbraitare per qualcosa che non andava preso sul serio e in cui qualcuno si preoccupava addirittura di non svilire troppo gli avversari.

Anche quando negli anni Sessanta il tennis divenne uno sport professionistico e ancora più popolare, gli europei continuarono comunque a mantenere certe tradizioni: a Wimbledon, per esempio, ci si deve vestire di bianco ed è tradizione sorseggiare champagne e ordinare fragole con la panna. E con le fragole e lo champagne fu anche conservato il silenzio.

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È pur vero, però, che dagli anni Sessanta è passato più di mezzo secolo e il tennis, anche grazie a certi suoi atleti molto popolari e tutt’altro che aristocratici e disinteressati alla vittoria, è diventato uno sport di massa. Se è possibile che il silenzio abbia ragioni storiche si può quindi aggiungere che, se è rimasto, c’è spazio anche per ipotesi di altro tipo sul perché sia andata così. Una delle più solide sostiene per esempio che il silenzio serva per aiutare gli atleti – a loro volta spesso molto rumorosi – a concentrarsi ma ancora di più a sentire il suono della racchetta avversaria che colpisce la pallina, che può fornire importanti informazioni su come è stata colpita la pallina e di conseguenza su dove e come potrebbe arrivare pochissimo dopo, a volte con una velocità addirittura superiore ai 200 chilometri orari.

Di certo, il silenzio è solo una delle tante componenti che aggiungono particolarità alla notevole solitudine in cui si trova chi deve giocare a tennis. Nonostante le sue origini per nulla agonistiche, è infatti uno degli sport mentalmente più provanti che esistano: perché richiede a chi lo gioca ai massimi livelli di stare solo con i propri pensieri, punto dopo punto, a volte per diverse ore, magari con gente attorno che sorseggia champagne e che, spesso, tra un colpo e l’altro riesce comunque a palesare il suo disappunto per certi errori.

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