(AP Photo/Lefteris Pitarakis)
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  • domenica 16 Agosto 2020

Una sfida ciclistica difficilissima ma molto di moda

Si chiama "Everesting" e consiste nello scalare una salita tante volte quante ne servono per arrivare a 8.848 metri, l'altezza dell'Everest

di Gabriele Gargantini
(AP Photo/Lefteris Pitarakis)

Nel 1923 un giornalista chiese all’alpinista britannico George Mallory, tra i primi a tentare di raggiungere la vetta dell’Everest, perché volesse farlo. In una risposta diventata celebre, seppur non del tutto verificabile, Mallory rispose : «Perché è lì».

Diversi decenni dopo, nel 1994, il nipote dell’alpinista – come lui chiamato George Mallory, ma che viveva in Australia ed era appassionato di ciclismo – decise di scalare in bici, per otto volte consecutive, il Mount Donna Buang, una montagna di 1.200 metri a circa 80 chilometri da Melbourne. Dopo un paio di tentativi e con la dovuta preparazione ci riuscì, superando quindi un dislivello complessivo di poco superiore agli 8.848 metri: l’altezza dell’Everest, la montagna più alta al mondo.

Il risultato ciclistico di Mallory passò perlopiù inosservato, ma qualche anno dopo qualcuno andò a ripescarlo e lo trasformò nel primo caso documentato di Everesting: una sfida ciclistica che richiede di superare, in un solo tentativo e sempre sulla stessa salita (ripercorrendola ogni volta in discesa), un dislivello di 8.848 metri.

Fino anche solo a un anno fa l’Everesting era una cosa di nicchia persino per chi si occupava di ciclismo. Negli ultimi mesi, però, probabilmente per l’assenza di gare ciclistiche, l’Everesting ha avuto una notevole diffusione. A inizio 2020 gli Everesting riconosciuti dal sito di riferimento, che esiste da diversi anni, erano circa 5mila; ora sono già più di 10mila. E negli ultimi mesi i record di Everesting maschili e femminili sono stati migliorati svariate volte e raramente hanno resistito per più di qualche settimana.

A istituzionalizzare e diffondere l’Everesting fu, nel 2014, l’australiano Andy van Bergen, che in più occasioni ha raccontato che fu tutto merito di un collega poco stupito dai suoi risultati ciclistici. Van Bergen ha raccontato che un lunedì mattina gli capitò di raccontare in ufficio che il giorno precedente aveva pedalato per più di 300 chilometri, con un dislivello positivo (cioè il guadagno altimetrico complessivo) di oltre 6mila metri. Il collega, forse ignaro del fatto che fossero una distanza e un dislivello maggiori persino di quelli delle peggiori tappe del Tour de France, rispose svogliato: «Ah, e poi cos’altro hai fatto?».

«Ci restai malissimo», ha spiegato van Bergen ad Outside: «Era il giro più difficile della mia vita, mi era allenato un anno intero per riuscirci», ma in tanti sembravano non coglierne l’importanza. Poco dopo van Bergen finì più o meno per caso su un articolo di Cycling Tips che, grazie alla segnalazione di un lettore, aveva ripescato e nuovamente raccontato l’impresa ciclistica di Mallory. «L’unica cosa che mi appassiona tanto quanto il ciclismo», aveva scritto l’autore, «sono le storie di alpinismo: e questa storia le unisce entrambe».

Insieme alla moglie, van Bergen pensò dunque che l’Everest fosse un sufficientemente chiaro termine di paragone per chiarire la difficoltà di certi sforzi e insieme crearono il sito everesting.cc, dando regole e modi a quello che, trasformando un nome in un verbo, definirono Everesting. Al primo tentativo “ufficiale” organizzato da van Bergen nel febbraio 2014 parteciparono in 65 (tutti ciclisti esperti e preparati) e a completare l’impresa fu un po’ più della metà di loro.

Ancora oggi, l’Everesting ha poche e chiare regole. Basta scegliere una salita – qualsiasi salita: una salitella di campagna o lo Zoncolan, considerata una delle più dure del mondo – e percorrerla in bici tutte le volte necessarie a raggiungere gli 8.848 metri di dislivello. Ci si può mettere quanto si vuole, con la bici che si vuole (va da sé che quelle elettriche non valgono) e tra l’inizio e la fine del tentativo non è consentito dormire. Amici, amanti e parenti possono aiutare, e passare acqua o cibo, durante l’ascesa. Per dimostrare di aver effettivamente completato un Everesting basta usare un’app per lo sport come Strava o un normale ciclocomputer. Per capire quante ascese servono per completare un Everesting c’è un apposito strumento sul sito. Per fare un esempio: volendo fare l’Everesting sulla strada che dalle sponde del Po porta alla basilica di Superga, la salita andrebbe fatta 21 volte.

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Fino a qualche mese fa l’Everesting era qualcosa di vagamente noto a molti ciclisti ma ad occuparsene erano perlopiù gli appassionati di prove di estrema resistenza, il corrispettivo ciclistico di quello che per la corsa sono le ultramaratone o gli ultra trail. Con la primavera, l’assenza di gare ciclistiche e, per molti stati, una serie di limitazioni a giri ciclistici eccessivamente lunghi e lontani da dove si vive, l’Everesting è uscito dalla sua nicchia. A parlare del “successo dell’Everesting” a maggio erano perlopiù siti di settore, di recente se ne è occupato, tra i tanti, anche il New York Times. «La cosa più bella», ha detto van Bergen, «è non dover più spiegare cos’è. Dici Everesting e la gente sa di cosa stai parlando».

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L’Everesting ha successo perché si può fare ovunque, ma anche perché unisce due possibili modi di approcciarsi allo sport, che in inglese sono definiti complete e compete. Il primo prevede che si affronti l’Everesting solo per riuscire a portarlo a termine, anche mettendoci 20 ore (un’impresa che richiede un notevolissimo sforzo anche a chi è molto allenato e va in bici tanto e da anni). Il secondo prevede competizione vera e propria, magari per stabilire un nuovo record. È un po’ come nelle maratone: c’è chi corre per finirla in meno di due ore e chi corre per finirla-e-basta.

Per chi vuole finire e basta il consiglio, oltre a quello di arrivare ovviamente preparati, è di studiare bene il tipo di salita. Una lunga ma poco ripida richiede molte ore in sella, perché servono più chilometri per accumulare i metri di dislivello richiesti. Una molto ripida accorcia i chilometri totali necessari ma pedalare su pendenze proibitive presenta a sua volta tutto un altro ordine di problemi (compreso il fatto che più la salita è ripida e corta e più breve e veloce sarà la discesa da fare per tornare ogni volta indietro).

Van Bergen, comunque, dice che fino a circa 5mila metri – più o meno il Campo Base dell’Everesting – «si arriva con le gambe», mentre il resto (anche per chi è preparato) «è una questione di testa».

Per quanto riguarda il compete, la ricerca dei record, a maggio l’ex corridore Phil Gaimon, ora molto attivo sui social, terminò il suo Everesting in meno di otto ore, ripetendo 61 volte una salita vicino a Los Angeles. Il suo record è poi stato superato da Lachlan Morton, 28enne corridore professionista, che tra l’altro dovette ripetere il tentativo due volte perché un suo primo record non fu omologato per un problema di GPS. A inizio luglio quel record fu poi superato da Alberto Contador, uno dei corridori più forti degli ultimi decenni, ritiratosi un paio di anni fa: per completare 76 volte l’ascesa della salita spagnola da lui scelta, con una pendenza media del 12,9 per cento, ci mise 7 ore e 27 minuti. «Sono sicuro che arriverà presto qualcuno che farà meglio di me», disse subito dopo.

– Leggi anche: Contador è stato diverso

E infatti il 30 luglio il 33enne irlandese Ronan McLaughlin, anche lui un ex corridore, terminò il suo Everesting in 7 ore e quattro minuti. Tra l’altro su una salita senza curve e con una bici appositamente modificata per l’occasione e a cui, in poche parole, fu tolto tutto ciò che non era indispensabile per quello specifico risultato.

L’attuale detentrice del record femminile è la 37enne britannica Emma Pooley, che a luglio, in Svizzera, ha completato il suo Everesting in poco meno di 9 ore.

Per coloro che ritengono eccessivo o non sufficiente l’Everesting ciclistico vero e proprio esistono anche altre sfide simili, sempre in qualche modo riconosciute e omologate dal sito di van Bergen: il mezzo Everesting, l’Everesting fatto correndo, il superamento in bici di 10mila metri di dislivello, il v-Everesting (fatto sui rulli o sugli smart trainer, cioè virtualmente e da casa), l’Everesting ciclistico doppio triplo e persino quadruplo (in questi casi è concessa una breve dormita nel mezzo), l’Everesting fatto su superfici diverse dall’asfalto, l’Everesting fatto con pochi chilometri totali di strada (meno di 200, e quindi con grandi pendenze) o quello con basse pendenze (e quindi alti chilometraggi).

In aggiunta a chi prova a spingersi oltre l’Everesting (ultimamente si parla anche di Trenching, da “Mariana Trench”, la Fossa delle Marianne, che ha una profondità di oltre 10mila metri) c’è anche chi prova a fare Everesting particolari. C’è chi lo fa su salite cortissime da ripetere più di cento volte, chi sceglie salite storiche del ciclismo, magari con biciclette strane o d’epoca, o chi l’ha fatto ripetendo giusto un paio di volte l’ascesa del Mauna Kea, un vulcano dormiente delle Hawaii che offre la possibilità di fare un’unica e lunghissima salita di 80 chilometri.

Qualcuno ha perfino completato l’Everesting – fin dove possibile – proprio sull’Everest.