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  • mercoledì 26 Febbraio 2020

L’ultramaratoneta che vuole diventare maratoneta

Jim Walmsley è considerato il migliore al mondo nelle gare che durano più di 100 chilometri, e ora sta cercando di andare alle Olimpiadi per farne 42

(Screenshot da YouTube)

Jim Walmsley è statunitense, ha 30 anni ed è uno dei più forti ultramaratoneti al mondo: vuol dire che è tra gli atleti più forti in quella particolare disciplina in cui si corre per almeno 50 chilometri, spesso di più. Nel maggio 2019 ha fatto segnare quello che si ritiene essere il record mondiale sulle 50 miglia – ha corso poco più di 80 chilometri in meno di 5 ore, quindi circa 3 minuti e 40 secondi al chilometro – e negli ultimi due anni ha fatto e poi migliorato il record della Western States, una storica corsa californiana sulla distanza delle 100 miglia (che ha corso in 14 ore, 9 minuti e 28 secondi). Vuol dire correre poco meno di quattro maratone consecutivamente una dopo l’altra, su e giù per i sentieri.

Ora Walmsley ha un altro grande obiettivo: andare alle Olimpiadi. Ma ci sono tre problemi. Il primo è che alle Olimpiadi la distanza più lunga della corsa sono i 42 chilometri e 195 metri della maratona. Il secondo è che i posti per le Olimpiadi sono pochissimi. Il terzo è che Walmsley non ha mai corso una maratona, nel senso di una gara più o meno in pianura, e su asfalto, nella quale ci si ferma poco dopo aver corso i 42 chilometri in poco più di due ore.

Walmsley sta lavorando a tutti e tre i problemi e da qualche mese si sta allenando per correre una maratona. Intanto ha già corso una mezza maratona in un tempo che gli permetterà di partecipare, il 29 febbraio, alla maratona al termine della quale i migliori tre statunitensi si guadagneranno il posto per andare in Giappone a correre la maratona olimpica rappresentando il prossimo paese. È improbabile che ci riesca, e se dovesse farcela sarebbe qualcosa di notevolissimo per il mondo della corsa. Anche solo provandoci, comunque, sta facendo discutere: del posto che hanno le ultramaratone nel mondo della corsa e della sua non comune storia personale. In un solo giorno, l’11 febbraio, sono usciti tre articoli su di lui: uno di Runner’s World, un altro di Sports Illustrated, un altro ancora del New York Times Magazine.

Walmsley è nato nel 1990 e la sua biografia inizia come vi aspettereste da quella di un ultramaratoneta. Negli anni delle superiori, in Arizona, ottenne ottimi risultati nella corsa campestre e continuò a correre anche tra il 2008 e il 2012, quando frequentò la United States Air Force Academy, l’accademia per aspiranti ufficiali dell’aeronautica militare statunitense. Oltre che nella corsa campestre, si cimentò anche nelle discipline della corsa su pista, come i 3mila siepi, i 5mila e i 10mila metri (che arrivò a correre in meno di mezz’ora).

Nonostante fosse arrivato piuttosto vicino a un tempo che gli avrebbe permesso di partecipare alle qualifiche statunitensi – i Trials – per le Olimpiadi del 2012, Walmsley  smise di correre, almeno a livello agonistico. Dopo la fine dell’accademia infatti fu mandato in Montana, nel nord degli Stati Uniti, per ricoprire quella che il New York Times Magazine ha definito la «per niente invidiabile posizione di addetto ai missili nucleari intercontinentali». Il lavoro consisteva nel girare diverse ore tra una base e l’altra dell’aeronautica militare e passare svariate ore, anche 24 consecutive, in «capsule claustrofobiche» diverse decine di metri sotto il livello del terreno, guardando «computer della Guerra fredda», annoiandosi molto, ma restando comunque all’erta: qualora il presidente avesse voluto lanciare un missile, Walmsley avrebbe dovuto inserire tutti i codici e premere tutti i pulsanti necessari a lanciare effettivamente quel missile.

Come abbiamo fortunatamente potuto constatare, Walmsley non ha mai dovuto lanciare nessuna testata intercontinentale. Ma ebbe comunque altri problemi perché due mesi dopo aver iniziato quel lavoro fu accusato di guida in stato di ebbrezza (lui ha raccontato che, sapendo di aver bevuto, una sera dopo un giorno libero, si mise a dormire in macchina) e quindi sospeso. Dopo un po’ gli fu concesso di tornare al lavoro ma fu complicato, anche perché non sembra fosse particolarmente benvoluto dai colleghi. La sua carriera militare non durò molto: nel 2014 fu definitivamente congedato nonostante gli restassero altri tre anni di servizio, per via di un altro problema. Si venne infatti a sapere che lui, così come molti altri, avevano messo in piedi un sistema per passarsi le risposte di alcuni test che erano tenuti a fare ogni mese. Altri furono perdonati, Walmsley – la cui posizione già era compromessa – fu espulso.

A nemmeno 25 anni aveva perso il lavoro per arrivare al quale aveva investito gran parte dei suoi ultimi dieci anni di vita. Iniziò per lui un periodo brutto, di solitudine e depressione; riuscì a uscirne tornando a correre. In un processo certamente più lento di quello che si può semplificare in poche righe, Walmsley si rimise in forma, correndo e vincendo alcune gare, e rimise anche in sesto la sua vita: per esempio tornando a vivere con i genitori e, alcuni mesi dopo, trovando lavoro in un negozio di biciclette a Flagstaff, in Arizona.

Nel 2016 si presentò in California alla partenza della Western States, la gara che poi avrebbe corso più veloce di chiunque altro nella storia. Allora, come ha scritto il New York Times Magazine, era solo «un intrigante ma relativamente sconosciuto debuttante». Nonostante questo fu piuttosto sfacciato e già prima della partenza disse che puntava alla vittoria ma il suo vero obiettivo era fare il nuovo record sul percorso. Ha detto che lo fece perché era «senza uno sponsor, senza soldi e senza niente da perdere».

Nella gara – che in 100 miglia passa da sentieri innevati a caldissimi canyon, con un dislivello positivo di oltre cinquemila metri – Walmsley sorprese tutti: partì fortissimo e riuscì a guadagnare e mantenere un vantaggio sul secondo che a 78 miglia era di 32 minuti. A poche miglia dall’arrivo – probabilmente con la mente annebbiata, come capita spesso a chi corre queste distanze – sbagliò strada e si perse. Lo ritrovarono e gli indicarono la strada giusta che lui, ormai esausto, percorse camminando, arrivando ventesimo, con quattro ore di ritardo sul record della corsa. Il fatto che nonostante tutto si fosse ostinato a tagliare il traguardo fu molto apprezzato e in seguito raccontato, come gesto emblematico dell’estrema fatica di una gara come quella e della tempra di chi la corre.

Nonostante non avesse vinto, Walmsley si era fatto un nome nel mondo delle ultramaratone: abbastanza da poter lasciare il lavoro e vivere dei soldi degli sponsor (in particolare del marchio di scarpe Hoka One One). Dal 2016 in poi vinse diverse ultramaratone e nel 2018 tornò alla Western States, vincendola. Ora sono ormai quattro anni consecutivi che Ultra­running Magazine lo sceglie come miglior “ultrarunner”. Oltre a essere ormai uno degli ultramaratoneti più forti al mondo Walmsley è anche un tipo che si fa notare, perché vivace e comunicativo.

In quella nicchia formata dagli appassionati di tutte quelle corse che sono più lunghe delle maratone, oppure lunghe come una maratona ma su e giù per i sentieri di montagna, Walmsley è un personaggio. Uno di cui gli appassionati hanno voglia di leggere e ascoltare le interviste, non solo di seguirne i risultati. Ma è appunto una nicchia, ed è una nicchia che – generalizzando e semplificando – non è particolarmente apprezzata da tutti gli appassionati della corsa su distanze inferiori o pari alla maratona. Le ultramaratone infatti sono oltremodo provanti per il fisico e sono gare in cui la tolleranza alle sofferenze fisiche e mentali (si arriva alle allucinazioni, in certi casi) è probabilmente ancora più importante delle doti fisiche. «I corridori mainstream spesso guardano gli ultrarunner dall’alto in basso», ha scritto il New York Times Magazine, che ha anche aggiunto: «Le ultramaratone sono per gli eccentrici, le maratone per gli ossessivi».

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L’idea di Walmsley di provare a diventare un maratoneta olimpico ha quindi a che fare con due contesti apparentemente vicini ma in realtà piuttosto lontani, oltre che con la sua legittima voglia di andare alle Olimpiadi. 

Per passare dalle ultramaratone alle maratone, un’idea comunicata nell’autunno 2018, Walmsley ha cambiato un po’ il suo allenamento: ha ridotto i chilometri percorsi allenandosi, ma ha continuato a coprire distanze maggiori di quelle che gli allenatori consigliano a quasi ogni esperto maratoneta, perché vuole diventare un maratoneta senza smettere di essere un ultramaratoneta, e perché è convinto che sia il modo migliore. Walmsley non ha un allenatore e fa tutto da solo, costruendosi i piani di allenamento in base ad alcuni libri e un approccio usato soprattutto da alcuni maratoneti giapponesi. «Mi sento come se avessi un’idea unica», ha spiegato a Runner’s World «e voglio provarla».

Nel 2019, al primo tentativo, Walmsley corse la mezza maratona di Houston (cioè una corsa di poco più di 21 chilometri) in 64 minuti, entrando per un pelo nel tempo concesso per poter partecipare alla maratona valevole per guadagnarsi un posto alla maratona olimpica, che si correrà ad agosto a Sapporo. È strano che per correre una maratona, un ultra-maratoneta abbia deciso di qualificarsi correndo una mezza-maratona, ma è così.

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Il fatto che arrivi alla maratona di qualificazione – che si correrà il 29 febbraio ad Atlanta – senza aver mai corso una maratona ufficiale aumenta i dubbi sul possibile esito. Gran parte degli esperti di maratone ritengono sia davvero difficile che possa essere competitivo su quella distanza con i suoi migliori connazionali: per esempio perché il suo tempo nella mezza maratona di Houston non è niente di particolare (in quella gara arrivò 26°). Dalla sua, Walmsley ha detto di sperare in una gara con condizioni meteorologiche avverse, più favorevoli a uno che come lui è abituato a correre in ogni clima, e di avvantaggiarsi del percorso leggermente ondulato, più che in molte altre maratone. «Penso che più problemi e complessità si aggiungano alla maratona e più la cosa mi avvantaggi», ha spiegato «perché sono cose a cui sono abituato».

Di sicuro, per via della sua storia e a prescindere dal suo tempo di accesso alla maratona, Walmsley sarà uno degli atleti più osservati tra gli oltre 200 che prenderanno il via alla maratona di Atlanta. Una cosa che potrebbe anche influenzare il piano di gara suo e degli altri: se dovesse provare ad accelerare fino dai primi chilometri, per esempio, i maratoneti più forti lo seguirebbero o lo lascerebbero andare, confidando nel fatto che non sia in grado di tenere un ritmo così alto? Viceversa, Walmsley sarebbe in grado di gestire eventuali cambi di ritmo altrui, pur quasi senza esperienza sui suoi ritmi di gara su quella distanza? Non è solo questione di gambe e fiato, ma anche di tattica.

Intervistato pochi giorni fa da Let’s Run, Walmsley ha detto di pensare di essere vicino a una forma che gli potrebbe permettere di correre la maratona di Atlanta in meno di due ore e 10 minuti, e solo quattro maratoneti al via ad Atlanta si sono qualificati con un tempo inferiore alle 2 ore e 10 minuti. Parlando con Sports Illustrated, Walmsley ha aggiunto: «Ci sono senza dubbio allenamenti e momenti di luce e felicità in cui mi sembra di poter avere una possibilità; ma è un procedimento complicato, non un solo giorno o una sola settimana. Devi affrontarlo tutto e sperare che le cose si allineino nel giusto modo il giorno della gara». Una frase che sta bene insieme a un’altra, detta invece al New York Times Magazine: «Molte persone si allenano per avere il loro miglior giorno possibile. Nell’ultrarunning impari ad allenarti per il peggiore».

Joseph Bien-Kahn, autore dell’articolo del New York Times Magazine, ha scritto che alla fine del loro incontro Walmsley gli ha anche fatto vedere i risultati di una gara del 2012 sui 10mila metri: lui finì quarto, ma la cosa importante – dal suo punto di vista – è che arrivò comunque davanti a Scott Fauble e Jared Ward, due dei principali favoriti per conquistarsi uno dei posti per la maratona olimpica. Oltre a essere abituato a correre più di loro, li ha già battuti, almeno una volta, su una distanza ancora più breve di una maratona. In ogni caso, anche se dovesse qualificarsi per le Olimpiadi, Walmsley ha specificato che non intende rinunciare all’Ultra-Trail du Mont-Blanc, una delle più note e importanti gare al mondo di ultrarunning, che quest’anno sarà il 24 agosto.