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  • venerdì 7 dicembre 2018

Le gare in cui le donne vanno più forte degli uomini

Nelle maratone normali non c'è competizione ma nelle corse più lunghe riescono a volte a batterli, e la scienza si sta chiedendo come sia possibile

Rory Bosio, la prima donna a finire nelle prime dieci posizioni dell'Ultra-Trail du Mont-Blanc (JEAN-PIERRE CLATOT/AFP/Getty Images)

Nel 1992 la rivista Nature pubblicò uno studio di due fisiologi statunitensi che sostenevano che entro cinque anni le donne avrebbero corso le maratone più velocemente degli uomini, basandosi sulle performance delle donne nelle maratone nel corso degli anni. Quello studio si sbagliava e venne molto criticato per essere giunto a una conclusione così avventata a partire da pochi dati statistici. Più di venticinque anni dopo, infatti, gli uomini corrono ancora le maratone circa 15 minuti più rapidamente delle donne, e non sembra ci sia possibilità che in futuro le cose cambino molto. Eppure c’è una piccola nicchia nel mondo della corsa dove non solo le donne riescono a gareggiare allo stesso livello degli uomini, ma spesso li battono anche nettamente: le ultramaratone.

Ci sono diversi tipi di ultramaratone al mondo, che hanno in comune solo il fatto di avere un percorso superiore ai 42,195 chilometri delle classiche maratone. Ce ne sono di diverse lunghezze – anche più di 1000 chilometri – e di diverse durate, in cui bisogna correre il più possibile in un determinato numero di ore o di giorni. Spesso queste corse si svolgono in condizioni climatiche sfavorevoli, al limite della sopportazione fisica, come la Marathon des Sables, dove si corre per 240 chilometri nel deserto del Sahara, e a fare la differenza non sono tanto la forza e la velocità quanto la capacità di resistere alla fatica.

Se nelle maratone le donne continuano a non avere possibilità di vincere, nelle corse di lunga distanza come queste le cose stanno diversamente. Nell’ottobre del 2017 l’atleta Camille Herron ha battuto il record mondiale – sia maschile che femminile – di corsa trail, cioè su strade non asfaltate, su una distanza di 100 miglia (circa 16o chilometri) alla “Tunnel Hill 100” di Vienna, in Illinois. Un mese dopo un’altra donna, Courtney Dewaulter, ha vinto la “Moab 240 race”, una gara che si corre tra montagne e canyon seguendo il percorso del fiume Colorado, nello Utah. Dewaulter ha impiegato 2 giorni, 9 ore e 59 minuti per concluderla, ben 10 ore in meno del secondo classificato, un uomo.

I risultati di Dewaulter e Herron non sono una novità. Da diversi anni infatti le donne stanno facendo prestazioni superiori alle aspettative in queste competizioni, come Pam Reed che nel 2002 vinse l’ultramaratona di “Badwater”, che si corre nella Death Valley, in California, o come Ann Trason, che fin dagli anni Ottanta ha vinto molte corse di lunga distanza, battendo i suoi colleghi maschi. Queste prestazioni non riguardano solo la corsa ma anche altre competizioni di lunga durata, come il ciclismo e il nuoto. Nel 2016 Lael Wilcox è diventata la prima donna a vincere la “Trans Am”, una corsa ciclistica di 4.300 miglia (quasi 7mila chilometri) attraverso gli Stati Uniti d’America, impiegando 18 giorni per finire la gara, e sorpassando il primo in classifica, il greco Steffen Streich, solo l’ultima notte. Streich, nel momento in cui si è visto raggiungere, ha proposto a Wilcox di arrivare al traguardo insieme, al che lei ha risposto: «Non ci penso nemmeno. È una gara».

Il numero sempre maggiore di performance di questo tipo nelle ultramaratone è ancora più sorprendente se si pensa che le donne possono partecipare a queste competizioni solo da pochi anni. Fino al 1972, per esempio, alle donne era vietato correre la maratona di Boston, perché considerate troppo deboli dagli organizzatori per resistere in una corsa così lunga. Alcuni corridori – maschi – sminuiscono i risultati raggiunti dalle donne in queste gare, sostenendo che in alcuni casi non si possa parlare proprio di “gare”: secondo loro, infatti, le corse più lunghe sarebbero più vicine all’escursionismo che alla corsa.

Ma se le donne non riescono a vincere le maratone da 42 chilometri, com’è possibile che riescano a fare meglio degli uomini in queste corse così lunghe? I dati a questo proposito non sono ancora molti, visto che per molti anni le donne sono state escluse dagli studi in campo biomedico: negli Stati Uniti solo dal 1993 sono state incluse, insieme alle minoranze etniche e sociali, dai “National Institutes of Health” (Istituti nazionali di sanità) nelle ricerche mediche finanziate dal governo.

Secondo quanto detto al New York Times da Heather Heying, una biologa evoluzionista, le prestazioni delle donne nelle ultramaratone non possono essere spiegate fisicamente, visto che gli uomini hanno più muscoli, più forza e sono più veloci. «Qui parliamo di resistenza, e la resistenza è una combinazione di forza e di volontà psicologica», ha detto Heying, chiedendosi se la capacità delle donne di resistere in competizioni così lunghe sia dovuta alla storia evolutiva dei mammiferi, in cui le femmine sarebbero in grado di sopportare la fatica e il dolore meglio rispetto agli uomini, perché potrebbero potenzialmente affrontare una gravidanza.

Un altro studio, invece, sostiene che a rendere le donne così forti nelle ultramaratone non sia un fattore psicologico/evolutivo, ma proprio fisico: l’affaticabilità. Nel 2004 la fisiologa della Marquette University Sandra Hunter condusse una ricerca per capire come uomini e donne resistessero diversamente a uno sforzo prolungato del braccio. Ne risultò che le donne riuscivano a resistere per un tempo tre volte più lungo degli uomini, una differenza dovuta a due fattori secondo Hunter: il fatto che le donne abbiano fibre muscolari in grado di resistere meglio alla fatica, mentre gli uomini le abbiano più adatte a movimenti veloci, e il fatto che gli uomini abbiano muscoli più grandi che richiedono un maggior afflusso di sangue, motivo per cui i loro cuori devono lavorare di più e si affaticano prima.

Un altro fattore di cui tenere conto è quello metabolico. Gli uomini durante uno sforzo fisico prendono le energie principalmente bruciando carboidrati, cosa che in un’attività lunga come un’ultramaratona richiede di fare spesso soste per reintegrarli. Le donne invece bruciano prima il grasso, che impiega più tempo a consumarsi rispetto ai carboidrati, e quindi riescono a resistere più a lungo senza assumere nuove calorie. Questo permette alle donne di avere meno possibilità di arrivare a quello che i corridori chiamano il “muro”, ovvero il momento della corsa in cui si esauriscono le scorte di glicogeno e non si riesce più a correre.

Infine c’è un fattore mentale, un differente approccio alle gare, che può dare alle donne un vantaggio sulle lunghe distanze. Secondo lo statistico danese Jens Jakob Ander­sen le donne corrono le maratone con un passo migliore degli uomini del 18,6 per cento. Gli uomini tenderebbero infatti ad adottare un passo più “rischioso”, andando veloci all’inizio della gara, per poi rallentare verso la fine. Questo li può avvantaggiare sui 42 chilometri, ma nelle corse di centinaia di chilometri le cose vanno diversamente, e un passo di gara veloce rischia di essere deleterio. Un’unica spiegazione scientifica sul perché le donne vadano così forte nelle ultramaratone, insomma, non c’è. Le congetture sono diverse, e variano dagli aspetti psichici a quelli più strettamente biologici, ma le ricerche in questo campo sono tutte relativamente nuove e ci vorranno ancora anni di studi per fare analisi più approfondite.

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