Un passaggio dello stralcio del verbale della riunione del Comitato tecnico scientifico ottenuto dall'Eco di Bergamo
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  • venerdì 7 Agosto 2020

Il Comitato tecnico scientifico propose la “zona rossa” per Nembro e Alzano Lombardo

Ma il governo decise di no: lo aveva anticipato il Corriere ad aprile, ora l'ha confermato un documento pubblicato dall'Eco di Bergamo

Un passaggio dello stralcio del verbale della riunione del Comitato tecnico scientifico ottenuto dall'Eco di Bergamo

All’inizio di marzo il Comitato tecnico scientifico, organismo istituito durante l’epidemia da coronavirus per consigliare il governo su questioni sanitarie, invitò il governo a imporre la “zona rossa” anche a Nembro e Alzano Lombardo, due comuni della val Seriana, in provincia di Bergamo, nei quali si stava registrando una preoccupante crescita di nuovi casi positivi. Alla fine la raccomandazione non fu ascoltata, e diversi giorni dopo fu deciso il lockdown per l’intera Lombardia: la scelta di non imporre la zona rossa in val Seriana è considerata oggi uno degli errori più gravi nella gestione dell’epidemia, che contribuì a creare uno dei focolai dell’epidemia peggiori del mondo.

Della raccomandazione del Comitato tecnico scientifico si sapeva da tempo – lo aveva rivelato un articolo del Corriere della Sera lo scorso aprile e lo avevano fatto capire in diverse occasioni la Protezione Civile e altri membri dello stesso Comitato – ma oggi l’Eco di Bergamo ha pubblicato uno stralcio del verbale (PDF) della riunione in cui venne proposta la zona rossa. Il verbale non fa parte dei documenti diffusi giovedì dalla Fondazione Luigi Einaudi dopo prolungate pressioni esercitate sul governo. Era invece incluso nel materiale fornito dalla Regione Lombardia a Niccolò Carretta, consigliere di Azione e autore di numerose richieste di accesso agli atti sulla gestione dell’emergenza, ha spiegato il giornalista dell’Eco Isaia Invernizzi.

La zona rossa era già stata imposta a partire dalla mattina del 23 febbraio in altri comuni lombardi, tra cui Codogno, e a Vo’, in Veneto: una delle ipotesi di cui si parlava in quei giorni era di estenderla anche in val Seriana, considerato il cuore produttivo della provincia di Bergamo, dove il rischio di diffusione del virus sembrava poter essere più grave che altrove.

Nonostante la proposta del Comitato tecnico scientifico, e nonostante il fatto che la stessa raccomandazione fosse arrivata in quei giorni anche dall’Istituto Superiore di Sanità, il governo decise di non adottare alcuna particolare misura per Nembro e Alzano Lombardo, due comuni che sarebbero diventati il peggior focolaio in Italia, almeno nelle prime settimane di epidemia.

Nei mesi scorsi il governo si è rimbalzato le responsabilità della mancata istituzione della zona rossa in val Seriana con la Regione Lombardia, che avrebbe avuto il potere di farla autonomamente. L’amministrazione regionale lombarda, da parte sua, ha detto che lasciò esplicitamente la decisione al governo. Sulla vicenda è in corso un’indagine della procura di Bergamo, nell’ambito della quale sono stati sentiti tra gli altri il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, l’assessore al Welfare, Giulio Gallera, e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Secondo i giornalisti del Corriere Marco Imarisio, Simona Ravizza e Fiorenza Sarzanini, che hanno lavorato a un libro sulla storia dell’epidemia a Bergamo, Conte ha detto ai magistrati di non aver mai ricevuto il verbale con la raccomandazione del Comitato.

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Nel verbale del 3 marzo, il Comitato tecnico scientifico sottolineava come i due comuni, entrambi con poco più di 10mila abitanti, avevano fatto registrare già oltre 20 casi, «con molta probabilità ascrivibili ad un’unica catena di trasmissione. Ne risulta, pertanto, che l’R0 è sicuramente superiore a 1, il che costituisce un indicatore di altro rischio di ulteriore diffusione del contagio». Nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno, l’Istituto Superiore di Sanità aveva ricevuto i dati sul contagio relativi a Nembro e Alzano Lombardo: il 2 marzo erano arrivati i risultati di un grosso numero di test realizzati nei giorni precedenti, che mostravano come la provincia di Bergamo fosse balzata a 508 casi certificati di contagio, pochi meno della zona rossa nel lodigiano, dove i contagi erano 621.

Nel passaggio centrale del documento, si legge: «Il Comitato propone di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della zona rossa anche in questi due comuni, al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue».

Per capire le decisioni di quei giorni, va tenuto a mente che quelle di inizio marzo erano fasi molto confuse, dove il governo era chiamato a prendere continuamente decisioni uniche nella storia dell’Italia repubblicana. Della zona rossa in Val Seriana si discusse per giorni, ma poi la decisione fu ritardata e si iniziarono a fare valutazioni diverse: si iniziò a credere che il contagio fosse così esteso che bloccare solo quei due comuni non avesse più senso.

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Nonostante l’invito del Comitato tecnico scientifico, il governo decise quindi di non imporre alcuna zona rossa in Val Seriana.

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, quattro giorni dopo, il governo approvò un nuovo decreto che divideva sostanzialmente l’Italia in due zone, rimuovendo tra le altre cose la zona rossa nel lodigiano e a Vo’ che era stata in vigore fino a quel momento: la Lombardia, insieme a 14 province non lombarde, veniva messa in lockdown, senza più alcuna distinzione al suo interno. Due giorni dopo, lunedì 9 marzo, il governo annunciò che il lockdown sarebbe stato esteso a tutto il territorio nazionale.