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  • giovedì 6 Agosto 2020

Come sta andando la “fase 2” in Italia e in Europa

I dati sui nuovi contagi e i decessi confrontati tra paesi e spiegati coi grafici, per capire qualcosa in mezzo a numeri che da un po' sembrano aver perso significato

Una delle caratteristiche della cosiddetta “fase 2” dell’epidemia da coronavirus, quella cioè successiva al lockdown e in cui pian piano si è tornati a una nuova normalità e quotidianità di convivenza con il rischio del contagio, è la difficoltà a interpretare i dati sanitari. Se nei mesi di emergenza avevano dimensioni drammatiche, oggi i numeri diffusi dalle autorità di ogni paese europeo sui morti e i nuovi casi sono generalmente assai più contenuti, rendendo difficile farsi un’idea sull’andamento dell’epidemia, soprattutto se considerati su base quotidiana.

Ma individuando le tendenze su base settimanale, mettendo a confronto paesi diversi, e visualizzando alcuni dati sui grafici, è facile capire meglio come sia andata l’epidemia nei tre mesi tra maggio e luglio, quelli in cui con ritmi e tempi diversi i vari paesi hanno allentato le restrizioni e sono progressivamente usciti dal lockdown (tenendo conto, per esempio, che in Inghilterra i pub hanno riaperto soltanto a luglio).

Il quadro che emerge è che dopo essere stato il paese colpito più duramente dall’epidemia tra marzo e aprile, l’Italia ha dei dati migliori rispetto a quelli dei paesi con cui ci siamo confrontati negli scorsi mesi. Fino alla metà di luglio la curva dei nuovi contagi è decresciuta più rapidamente e stabilmente che altrove: nelle ultime due settimane di luglio invece la situazione è cambiata, con una tendenza al rialzo che si può riscontrare in quasi tutti i grandi paesi europei, ma che per ora in Italia sembra assai più contenuta. I casi rilevati, poi, sono inferiori a quelli della maggior parte degli altri paesi, se rapportati alla popolazione.

Spiegare i motivi non è facile ed è probabilmente ancora prematuro: di certo ha un ruolo fondamentale un’applicazione generalmente più rigorosa delle misure di contenimento a partire dalle mascherine, che per esempio in Regno Unito sono obbligatorie nei negozi soltanto da fine luglio.

Se i dati sull’Italia possono tranquillizzare un po’ sulla situazione attuale, il confronto con gli altri paesi suggerisce una grande prudenza e delinea scenari molto meno rassicuranti. In Spagna, un paese colpito dall’epidemia con tempistiche simili all’Italia, è in corso un netto rialzo dei contagi, che ha portato a parlare di “seconda ondata”, e anche le curve di Francia e Germania lasciano ipotizzare perlomeno la possibilità di sviluppi simili.

Tutti i dati dei grafici arrivano dal database globale dell’OMS per una questione di omogeneità: i paesi raccolgono i dati in modi diversi, e non tutti sono puntuali e precisi (l’Italia è tra quelli più efficienti, peraltro). I paesi considerati sono Italia, Spagna, Francia e Regno Unito, che hanno popolazioni paragonabili e che sono stati colpiti intensamente dall’epidemia, insieme a Germania e Svezia: il primo perché notoriamente ha avuto un tasso di letalità più basso, il secondo perché ha adottato una strategia di contenimento assai diversa, che non ha previsto lockdown.

Contagi
Come abbiamo imparato, i dati quotidiani possono subire oscillazioni notevoli, dovute a riconteggi, ai weekend o ad altri fattori. Per questo per visualizzarli più efficacemente è utile applicare la media mobile settimanale: abbiamo scelto di mediare i valori di ogni giorno con quelli dei tre giorni precedenti e dei tre successivi.

Dal grafico sui contagi, si vede chiaramente come il Regno Unito – la linea gialla – sia arrivato a maggio in una situazione molto più emergenziale rispetto agli altri paesi europei: da allora la curva è scesa con costanza, ma non sono ancora registrati gli effetti delle riaperture di luglio. Dalla curva rossa, quella della Spagna, è invece evidente un rialzo dei contagi cominciato a inizio luglio e che ha riportato il paese ai livelli di aprile, per cui infatti sono state disposte nuove misure restrittive. La Spagna è al momento l’unico tra i grandi paesi europei i cui dati suggeriscono una “seconda ondata”, anche se sono visibili tendenze al rialzo anche in Francia e in Germania, seppur ancora in una fase iniziale.

Tra tutti i paesi considerati nel grafico, la curva italiana è quella più rassicurante: a inizio maggio i numeri erano i più alti, esclusi quelli del Regno Unito, e ora sono i più bassi. Ma la media mobile settimanale dei nuovi contagi ha raggiunto i suoi minimi a fine giugno, e nel mese successivo è cresciuta leggermente: servirà qualche altra settimana per capire cosa sta succedendo, e quanto ci sia da preoccuparsi.

Decessi

Nelle curve delle medie mobili settimanali applicate ai decessi quotidiani non si notano invece rialzi significativi, per il momento. In tutti i paesi europei considerati nel grafico sono in diminuzione più o meno costante, ma si vede bene quanto sia stato più grave il bilancio nel Regno Unito negli ultimi tre mesi. Tanto che per vedere meglio gli andamenti degli altri paesi conviene considerare un grafico senza i numeri britannici.

Settimane
Un altro modo efficace per capire meglio come sta andando nei vari paesi è visualizzare i dati sui contagi complessivi settimanali: si vede chiaramente il nuovo aumento dei casi spagnoli, e anche il fatto che in Italia, a luglio, hanno smesso di scendere.

Il dato sui nuovi contagi registrati settimanalmente sulla base della popolazione invece aiuta a farsi un’idea più completa rispetto ai numeri assoluti. Si vede, per esempio, che in Svezia 4mila casi settimanali vogliono dire una cosa ben diversa rispetto allo stesso numero di contagi in Italia o in Francia. Anche in questo caso, i numeri dell’Italia sono i più rassicuranti, anche rispetto alla Germania.

Test
Un’altra cosa che abbiamo imparato in questi mesi, poi, è che i dati sull’epidemia nei vari paesi vanno sempre considerati in relazione ai test effettuati: paesi che testano massicciamente la popolazione possono trovare più casi di altri, ma avere il contagio maggiormente sotto controllo. Questo era vero e importante soprattutto nei primissimi mesi dell’epidemia, quando quasi ovunque i laboratori erano in grande affanno e i test insufficienti. Da allora sono successe due cose: il sistema dei laboratori è stato migliorato praticamente ovunque, col risultato che si processano molti più tamponi rispetto a marzo o aprile. E contemporaneamente i casi sono diminuiti.

Se mesi fa sapevamo che in molti paesi europei – Italia compresa – ai conteggi generali sfuggivano tantissimi casi di persone contagiate e con sintomi da COVID-19, oggi episodi simili sono molto più rari: in linea di massima, chi sta male nei paesi che stiamo considerando accede in tempi rapidi al test. A sfuggire ai conteggi, più che altro, sono i casi asintomatici, un problema già ampiamente sottolineato e a cui rimediare è assai più complicato.

– Leggi anche: Il complesso problema degli asintomatici

È comunque interessante vedere a confronto i dati su come stiano andando i test nei vari paesi, anche se è molto più complicato perché questo tipo di dati viene diffuso in maniera diversa e parziale: c’è chi comunica il numero di test, chi quello delle persone testate, chi lo fa ogni giorno e chi solo saltuariamente. Il sito Our World in Data offre uno dei conteggi più affidabili e aggiornati al riguardo. Considerando il numero di test fatti ogni giorno per ogni migliaio di abitanti, si vede che il Regno Unito è il paese che ne sta facendo di più, essendo quello dove il rallentamento dell’epidemia è arrivato più in ritardo e che quindi ha maggiori esigenze di monitoraggio.

La Francia è un altro paese che sta facendo molti test: anche se mette a disposizione soltanto il numero di persone testate, che è significativamente più basso di quello dei test fatti, è al secondo posto. Germania e Spagna stanno testando di più dell’Italia, ma c’è un altro andamento interessante da considerare: se da maggio a oggi la Germania ha aumentato il numero di test fatti, l’Italia a partire da giugno lo ha ridotto.

Una spiegazione a questo rallentamento nel numero dei tamponi emerge da un altro tipo di rappresentazione grafica delle operazioni di test: la mappa che assegna a ogni paese un colore sulla base della percentuale dei tamponi risultati positivi sul totale di quelli fatti. Abbiamo infatti imparato che quando questa percentuale è troppo alta, può essere un segnale che l’andamento dell’epidemia non sia sotto controllo, e che stiano sfuggendo ai conteggi molte persone malate.

Scorrendo la barra temporale sotto al grafico, si vede che in Italia a metà aprile (prima il dato non è conteggiato nella mappa) la percentuale di test positivi sul totale era compresa tra il 5 e il 10 per cento. C’erano paesi messi molto peggio, come il Regno Unito o la Spagna, ma era comunque un dato preoccupante. Da allora la percentuale è scesa significativamente, e da giugno è sotto all’1 per cento. In Spagna, da metà luglio, è tornata ad alzarsi e ora è tra il 3 e il 5 per cento.