(Sean Gallup/Getty Images)

La linea sui tamponi potrebbe cambiare

L'OMS ora dice che sono sufficienti tre giorni senza sintomi per terminare l'isolamento degli infetti da coronavirus, anche senza i due test negativi

(Sean Gallup/Getty Images)

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha chiesto al Comitato tecnico scientifico che fornisce consulenze al governo sull’epidemia da coronavirus di fornire un parere sulle nuove linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, diffuse alcuni giorni fa per chiarire meglio come debbano essere certificate le guarigioni da COVID-19. La richiesta è stata formalizzata da Speranza in seguito al dibattito nato dalla revisione delle indicazioni da parte dell’OMS, nelle quali si dice che non sono più necessari due tamponi negativi consecutivi – a distanza di 24 ore – per segnalare la fine di un’infezione, e consentire quindi l’uscita dall’isolamento.

L’OMS aveva pubblicato una prima serie di linee guida il 12 gennaio scorso, per poi rivederle alla fine di maggio, con un ulteriore chiarimento diffuso il 17 giugno, con l’obiettivo di rendere più note e condivise le proprie decisioni.

Le regole finora
Le indicazioni di gennaio erano state pubblicate a poche settimane dall’inizio dell’epidemia in Cina, quando non c’erano ancora molte informazioni chiare sul SARS-CoV-2, il coronavirus che causa la COVID-19 (in quel momento né il virus né la malattia avevano un loro nome). L’OMS aveva raccomandato alle istituzioni sanitarie che i pazienti risultati infetti tramite tampone fossero definiti “guariti” solo dopo essere stati sottoposti a due altri tamponi consecutivi, eseguiti a un giorno di distanza uno dall’altro, entrambi negativi.

All’epoca si riteneva che il criterio fosse sufficientemente cautelativo, considerato che per SARS e MERS – malattie causate da altri coronavirus – questa soluzione si era mostrata adeguata per valutare l’effettiva guarigione dei pazienti.

Le nuove regole
A distanza di quattro mesi e mezzo, l’OMS ha rivisto sensibilmente le raccomandazioni, introducendo due criteri distinti per la fine dell’isolamento.

1. A dieci giorni dai primi sintomi, i pazienti possono terminare l’isolamento se per altri tre giorni non hanno più mostrato sintomi della malattia, compresi febbre e difficoltà respiratorie.
2. A dieci giorni dal rilevamento del SARS-CoV-2 tramite tampone, i pazienti che non hanno mai mostrato sintomi (asintomatici) possono terminare il loro isolamento.

Questo significa che se un paziente ha mostrato sintomi della COVID-19 per un paio di giorni può terminare l’isolamento dopo 10 giorni dai primi sintomi più 3 giorni come ulteriore cautela raccomandata: deve quindi rimanere in isolamento per 13 giorni.

Se invece il paziente ha mostrato sintomi per 14 giorni, allora può finire l’isolamento dopo 17 giorni complessivi (i 14 che ha trascorso con i sintomi più i 3 giorni di cautela). Un paziente che ha mostrato sintomi per 30 giorni, può terminare l’isolamento dopo 33 (30+3) e così via.

L’OMS spiega che seguendo questi criteri i pazienti possono concludere il loro isolamento senza la necessità di effettuare un test tramite tampone, che certifichi la fine dell’infezione. Questa, come le altre raccomandazioni, non è comunque un obbligo (l’OMS non ha i poteri per imporre niente a nessun paese), e i singoli governi possono quindi mantenere approcci diversi, compreso quello dei due tamponi consecutivi a un giorno di distanza per accertare la fine della positività dei pazienti.

Cambiamento
I criteri sono stati rivisti sulla base delle informazioni raccolte da metà gennaio a fine maggio, insieme alle numerose segnalazioni sulle difficoltà nell’effettuare grandi quantità di tamponi soprattutto nei paesi più interessati dall’epidemia, o meno pronti a effettuare i test per motivi economici od organizzativi.

Le indicazioni iniziali potevano inoltre comportare serie complicazioni ad alcuni infetti, che continuavano a risultare positivi ai tamponi per settimane, nonostante non avessero più alcun sintomo della COVID-19. Non ottenendo un doppio test negativo in 24 ore, queste persone erano costrette a rimanere in isolamento, anche se ormai non più contagiose (sulla base delle conoscenze raccolte finora sulle modalità di diffusione del coronavirus).

Rischio di trasmissione
L’infezione da coronavirus viene confermata con il prelievo di campioni di saliva e muco tramite un tampone, con una conseguente analisi di laboratorio. Se tramite questo processo si rivela la presenza di materiale genetico (RNA) del virus si ha un caso positivo, ma essere infetto non implica essere necessariamente contagioso.

I fattori di rischio per la trasmissione del coronavirus comprendono: la capacità del virus di replicarsi ancora nella persona che lo ospita; l’eventuale presenza di sintomi come la tosse, che contribuisce alla diffusione delle goccioline di saliva (droplets) contenenti il virus e i comportamenti dello stesso individuo infetto, se per esempio mantiene una vita sociale attiva e non assume molte precauzioni nei confronti del prossimo.

Il materiale genetico del coronavirus è stato identificato spesso in individui tra uno e tre giorni prima che sviluppassero i sintomi, mentre l’entità dell’infezione (“carica virale”) aumenta nella parte alta dell’apparato respiratorio nella prima settimana, seguita da una graduale riduzione. Nelle feci e nella parte bassa dell’apparato respiratorio, invece, la carica virale tende a essere più alta nella seconda settimana della malattia.

Basandosi su queste informazioni e sulle ricerche scientifiche svolte finora, l’OMS segnala che i pazienti tendono a diventare meno contagiosi con il passare del tempo, anche se continuano a risultare positivi al coronavirus:

Anche se l’RNA può essere rilevato tramite tampone anche dopo la fine dei sintomi, la quantità di RNA virale rilevato si riduce significativamente nel tempo ed è generalmente al di sotto della soglia in cui si possano isolare virus ancora in grado di replicarsi. Per questo, la combinazione del fattore temporale con la scomparsa dei sintomi sembra essere un approccio prudente su cui basarsi.

Ricapitolando
Le nuove indicazioni dell’OMS dicono che si possono togliere dall’isolamento i pazienti dopo almeno 13 giorni (10 dai primi sintomi più 3 senza sintomi) e senza la necessità di effettuare verifiche con tampone. L’assenza dei sintomi deve essere segnalata dai pazienti stessi, ma spetta comunque ai medici verificare l’eventuale presenza di segni che facciano pensare che la malattia sia ancora in corso.

E in Italia?
Anche se gli approcci possono cambiare tra le regioni, che hanno la responsabilità sulla gestione della sanità, in Italia il ministero della Salute finora ha sostanzialmente raccomandato di seguire i consigli iniziali dell’OMS, richiedendo quindi che le persone risultate infette si rivelino poi negative a due tamponi consecutivi a distanza di 24 ore, prima di poter terminare il loro periodo di isolamento.

Per questo motivo Speranza ha chiesto al Comitato tecnico scientifico di valutare le nuove indicazioni “fermo restando il principio di massima precauzione che ci ha guidato finora”. La richiesta è stata inviata nella giornata di domenica e terrà impegnati gli esperti nei prossimi giorni, anche se non è ancora chiaro come e quando saranno modificate le regole applicate finora nel nostro paese.