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  • sabato 4 Aprile 2020

I paesi dove il coronavirus non è ancora arrivato (ufficialmente)

Quattro sono piuttosto grandi, ma tutto considerato non è detto che preferireste trovarvi lì

«Puoi sentire la tensione che cresce, l’ansia ogni volta che vai a fare la spesa». Lo ha detto, parlando con AFP, Klamiokl Tulop, donna di 28 anni di Palau, un piccolo stato insulare dell’Oceania. Palau fa parte della lista sempre più breve di paesi in cui, finora, non è stato individuato nessun caso di contagio da coronavirus. Secondo i più recenti dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – che ha tra i suoi membri praticamente il mondo intero – la COVID-19, la malattia causata dal coronavirus, è arrivata infatti in più di 200 stati o entità territoriali.

Gli ultimi paesi ad aver confermato casi di contagio sono Botswana, Burundi e Sierra Leone, e ormai ci sono casi di COVID-19 anche in Bhutan, in Groenlandia, nelle isole Fær Øer, in Belize e sulle isole Turks e Caicos. Il virus è arrivato anche a El Salvador, il paese che già a inizio marzo aveva scelto di “fare come l’Italia” quando ancora non aveva casi di contagio, e in territori molto piccoli e piuttosto isolati: come la Polinesia Francese, dove i casi confermati sono 37 ed è stata accertata la trasmissione locale, le Galapagos e l’Isola di Pasqua.

Alle isole Falkland, abitate da qualche migliaio di persone, è stato confermato venerdì il primo caso di contagio. Le isole sono britanniche ma vicine all’Argentina e i test sono stati spediti per l’analisi nel Regno Unito, a 10mila chilometri di distanza.

Tra i pochi paesi senza casi confermati di contagio da coronavirus, ce ne sono alcuni per i quali è difficile pensare che davvero non ci siano: con ogni probabilità, l’assenza di conferme è dovuta quindi all’impossibilità di individuare i contagi o alla volontà di non renderli noti. Quasi certamente fanno parte di questa categoria gli unici tre paesi con più di 10 milioni di abitanti e, ufficialmente, nessun contagio: in ordine di grandezza Yemen, Corea del Nord e Sud Sudan.

È praticamente certo che il coronavirus sia arrivato in Yemen – un paese più grande dell’Italia, non geograficamente isolato, confinante con stati con casi di contagio – e che non sia stato individuato per via della drammatica situazione in cui si trova il paese. Un discorso simile vale per la Corea del Nord: seppur storicamente molto isolata dal resto del mondo, ha avuto per certo contatti con la Cina, il paese da cui è partita quella che ormai da settimane è diventata una pandemia. È probabile che il virus sia arrivato in Corea del Nord e che il regime non l’abbia cercato, oppure l’abbia trovato e stia cercando di non farlo sapere alla sua popolazione e al resto del mondo. Anche il poverissimo Sud Sudan ufficialmente non ha casi ma è difficile pensare che sia davvero così, visto che è circondato da stati con casi di contagio da coronavirus.

Un’aula di una scuola vuota a Sana’a, in Yemen, chiusa a causa del coronavirus (AP Photo/Hani Mohammed)

Per ognuno di questi tre paesi, con una popolazione giovane ma poveri e in situazioni diverse ma tutte complicate, un contagio avrebbe conseguenze potenzialmente gravi, ancora più se degli eventuali focolai non dovessero essere individuati e gestiti. Proprio quello che probabilmente sta già succedendo.

– Leggi anche: La Corea del Nord dice di non avere casi, bisogna crederci?

Altri due paesi relativamente grandi e finora senza casi dichiarati di COVID-19 sono il Tagikistan e il Turkmenistan. Il Tagikistan non ha sbocco sul mare e confina con quattro paesi, uno dei quali è la Cina: ufficialmente le frontiere sono state chiuse, ma come ha scritto Eurasia.net quei confini sono notoriamente tutt’altro che impermeabili. E sebbene il governo tagiko abbia preso alcune misure preventive, molti contatti continuano a esserci: le scuole e le moschee sono aperte, il presidente Emomali Rahmon continua a presenziare a eventi pubblici e pochi giorni fa migliaia di persone hanno partecipato ai festeggiamenti per il Nowruz, la festa che segna l’inizio della primavera. Non è chiaro se e quanti laboratori ci siano per fare test necessari a individuare casi di coronavirus e nemmeno quanti test si stiano facendo, ma Rahmon ha detto di essere fiducioso perché «la pulizia della casa e il rispetto degli standard sanitari sono tra le più grandi qualità dei tagiki».

Alcuni viaggiatori in un aeroporto russo, il 24 marzo, in attesa di tornare nel loro paese (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

Anche il Turkmenistan dice di non avere casi di contagio nei suoi confini. Ma diversi siti sostengono che non sia così e Eurasia.net ha scritto che l’approccio al problema del presidente Gurbanguly Berdimuhamedow è stato quello della «testa nella sabbia». Sia in Tagikistan che in Turkmenistan arrivano intanto resoconti sulla scarsità di alcuni prodotti alimentari e su un notevole aumento dei prezzi di diversi beni, compresi quelli di prima necessità.

Molti altri posti in cui il coronavirus non è arrivato sono invece paesi per i quali è più plausibile che sia così. Perché sono stati piccoli, tutti con meno di un milione di abitanti, e sempre insulari, con decine, centinaia o addirittura migliaia di chilometri di oceano a isolarli naturalmente dal resto del mondo. Anche per questi stati naturalmente non c’è la certezza che il virus non sia arrivato, e infatti si sta prendendo una serie di misure preventive.

Alle Isole Salomone – che tra l’altro di recente hanno avuto molto a che fare con la Cina – il governo ha invitato le persone che si trovavano sull’isola principale a tornare alle rispettive isole di residenza, e, come mostra un giornale locale, l’invito è stato seguito da grandi masse di persone che si sono recate verso gli imbarchi dei traghetti. Le Isole Salomone hanno dichiarato lo stato di emergenza e la compagnia aerea locale ha sospeso tutti i voli commerciali con l’Australia.

È ufficialmente senza casi di coronavirus anche Vanuatu, dove nei prossimi giorni è atteso l’arrivo di un ciclone. C’era stata molta preoccupazione qualche giorno fa, quando si era saputo che alcuni turisti australiani su una nave da crociera, in seguito risultati positivi al coronavirus, erano sbarcati su un’isola dell’arcipelago.

In una situazione simile – senza casi confermati, ma in stato di emergenza e con almeno un certo livello di limitazioni e restrizioni – sono anche, tra gli altri, Samoa, Kiribati, gli Stati Federati di Micronesia, Tonga, Tuvalu, Palau e, in Africa, São Tomé e Príncipe e le Comore.

La sede del Congresso di Palau (AP Photo/Itsuo Inouye)

Anche altre isole particolarmente isolate, che però fanno parte di altri stati, sembrano essere riuscite per ora a schivare il coronavirus. Sembra che il coronavirus non sia per ora arrivato a Sant’Elena, l’isola tra America e Africa nota per aver ospitato Napoleone, e nemmeno a Tristan da Cunha, descritta come uno dei luoghi più remoti al mondo. In entrambi i casi, però, c’è preoccupazione dovuta al fatto che nella vicina Isola di Ascensione sono stati trovati tre casi di contagio (tre persone provenienti dal Sudafrica). L’Isola di Ascensione è a più di mille chilometri da entrambe, ma fa parte dello stesso territorio britannico d’oltremare ed è possibile che le persone che hanno volato verso una delle tre abbiano fatto scalo in una delle altre due, o comunque siano entrate in contatto con qualcuno che ci è stato.

– Leggi anche: La fine di Napoleone

Per tutte queste isole vale un discorso comune. I motivi per cui il virus non è ancora arrivato o non è ancora stato individuato sono anche gli stessi per cui la diffusione del virus sarebbe molto problematica. In molti casi sarebbe impossibile fare e soprattutto analizzare sul posto i test necessari e la capacità di risposta all’emergenza sarebbe fortemente limitata dalle poche strutture mediche disponibili. Tra l’altro in molti stati insulari dell’oceano Pacifico ci sono alti tassi di patologie come il diabete e i disturbi cardiaci, ragione per cui la popolazione sarebbe particolarmente sensibile al coronavirus. È vero che è relativamente facile controllare i punti di accesso a quegli stati – porti e aeroporti, nient’altro – ma bisogna anche considerare che, chiudendo quei punti di accesso, gli stati si trovano ancor più isolati, senza possibilità di usufruire di certi beni o servizi. Se alla fine si registrassero dei casi, bisognerebbe mandare i contagiati all’estero e anche questo sarebbe molto complicato.

Un altro posto alquanto isolato in cui il coronavirus ancora non sembra essere arrivato è l’unico continente senza casi di contagio: l’Antartide, dove si trova giusto qualche decina di esseri umani, impegnati in attività di ricerca. Robb Clifton, responsabile di alcune missioni australiane, ha detto che laggiù si trovano «gli unici australiani che possono fare grandi cene tutti insieme», perché sono lì da prima che si diffondesse l’epidemia (e ci resteranno per diversi altri mesi).

Un campo in Antartide, a mille chilometri dal Polo Sud, nel 2015 (EFE/Felipe Trueba)

Cambiando polo, il coronavirus è invece riuscito a modificare i piani perfino alla Polarstern, la nave rompighiaccio protagonista della missione artica più importante di sempre. Alla missione partecipano decine di persone che si alternano in turni lunghi alcuni mesi: ci sono stati problemi legati al far tornare a casa chi terminava i propri mesi di missione e, soprattutto, sono state prese particolari precauzioni per evitare che qualche ricercatore finisca sulla barca portandoci il coronavirus. Tutte le persone che dovranno andare sulla Polastern sono state sottoposte a test e quarantena preventiva e, come raccontò Nature qualche settimana fa, sono state prese ulteriori misure dopo che una persona legata alla missione (ma mai arrivata sulla nave) era risultata positiva al test. Altri problemi ancora riguardano il fatto che per arrivare alla nave si era passati, finora, dalle isole Svalbard: anch’esse sono tra i pochi posti al mondo senza casi confermati e sono quindi particolarmente propense a mantenere questa ormai rara condizione.

La Polarstern nel 2018 (Rudiger Stein/Alfred-Wegener-Institut/PA Wire)

Altre aree in cui il coronavirus non è ancora arrivato, ma non è detto che non arrivi, sono le comunità aborigene più isolate d’Australia, alcune tribù amazzoniche, e in genere alcune delle regioni più remote al mondo (per esempio quella di Nunavut, in Canada, di recente raccontata da Politico). Che si tratti di Amazzonia o estremo Nord del mondo, vale quello che valeva per le isole, forse addirittura enfatizzato: le condizioni che rendono difficile l’arrivo del virus sono le stesse che renderebbero difficilissima la gestione di un eventuale contagio.

– Leggi anche: La tribù più isolata del mondo

In questi giorni alcuni giornali hanno raccontato anche altri casi di realtà a rischio in caso di contagio – come certe miniere particolarmente lontane dal resto della civiltà o alcune piattaforme petrolifere – e le considerazioni sono sempre le stesse: anche dove il coronavirus non è arrivato, potrebbe arrivare e le misure adottate per evitare che succeda sono molte. L’unico luogo di cui si possa dire per certo che il coronavirus non c’è è la Stazione Spaziale Internazionale: chi ci si trova ora ci è arrivato a settembre e, comunque, da decenni vengono prese apposite precauzioni per evitare che astronauti o cosmonauti portino lassù anche solo un raffreddore.

Klamiokl Tulop, l’abitante di Palau intervistata da AFP, ha detto, dopo aver parlato della tensione e dell’ansia di quando va anche solo a fare la spesa: «Vorrei essere ottimista, ma penso che alla fine il coronavirus arriverà anche qui».