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  • giovedì 17 ottobre 2019

Cosa vuole la Cina da questa isola?

Si chiama Tulagi: è piccola, poco abitata, fa parte delle Isole Salomone e un'azienda cinese ha ottenuto la possibilità di farci più o meno quel che vuole

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Tulagi è una piccola isola di due chilometri quadrati e poco più di mille abitanti che fa parte dello stato insulare delle Isole Salomone, nell’oceano Pacifico, a nord-est dell’Australia. Tulagi non è per niente ricca e non sembra poterlo diventare in nessun modo, ma è improvvisamente diventata importante per gli equilibri di potere mondiali. A fine settembre, infatti, è stato firmato un accordo riservato che consentirà a una società cinese, considerata molto vicina al Partito Comunista al governo, di avere grande controllo su cosa costruire sull’isola e nell’acqua che la circonda. Il New York Times ha scritto che la Cina vuole, di fatto «prendere il controllo di Tulagi». Non è la prima volta che fa qualcosa di questo tipo, ma questo è un caso notevole: per i tempi, per i modi e per le prospettive future.

Le Isole Salomone sono composte da 6 isole principali e quasi altre mille isole più piccole: hanno una superficie di 28mila chilometri quadrati e poco più di 600mila abitanti, cosa che le mette circa al 200° posto nella lista dei paesi per densità di popolazione. Le Isole Salomone si chiamano così perché pare che l’esploratore spagnolo che ci arrivò nel Sedicesimo secolo pensò di aver scoperto il ricchissimo regno biblico di Ofir, sede delle miniere del re Salomone. Non era così e le Isole Salomone – indipendenti dal 1978, seppur riconoscano ancora la regina Elisabetta II d’Inghilterra – sono anzi un paese piuttosto povero, le cui entrate dipendono in gran parte dagli aiuti esteri e la cui economia si basa soprattutto su pesca e agricoltura.

L’isola di Tulagi, che ospita l’omonima cittadina, è l’isola principale della provincia centrale, una delle dieci aree amministrative delle Isole Salomone. Negli ultimi anni ha attirato le attenzioni di qualche appassionato di immersioni, soprattutto perché nelle sue vicinanze ci sono i relitti di alcune navi, tutte affondate dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Tulagi, infatti, fu occupata nel 1942 dall’esercito giapponese che era interessati a farci una base per i suoi idrovolanti e che apprezzò i fondali particolarmente profondi del porto, ideali per le grandi barche. I giapponesi comunque non durarono molto, perché furono bombardati dagli americani, che poi arrivarono anche via mare (tra loro c’era anche il sottotenente di vascello John F. Kennedy). Così come il resto dei salomoniani, anche gli abitanti di Tulagi lavorano soprattutto nel settore primario e l’isola, in gran parte coperta da giungla tropicale, non sembra celare grandi risorse naturali.

A livello diplomatico, le Isole Salomone hanno sempre avuto buoni rapporti con i vicini paesi oceanici, in particolare con l’Australia, e con altri stati del Pacifico. Fino a un paio di mesi fa le Isole Salomone erano anche uno dei pochi paesi che ancora avevano rapporti diplomatici con Taiwan, il piccolo stato governato dai nazionalisti cinesi, che vi si rifugiarono nel 1949 dopo essere stati sconfitti da Mao Tse Tung nella guerra civile cinese. La Cina considera Taiwan un proprio territorio e si rifiuta di intraprendere relazioni con paesi che abbiano rapporti formali con Taiwan, il cui nome ufficiale è Repubblica di Cina.

I rapporti tra Taiwan e le Isole Salomone erano andati avanti per più di trent’anni, ma a metà settembre le Isole Salomone decisero di cambiare alleanze: in pochi giorni – e nonostante i tentativi di dissuasione praticati tra gli altri da Australia e Stati Uniti – smisero di essere uno dei 16 paesi ad aver ancora rapporti diplomatici con Taiwan e diventarono il 179° ad averne con la Cina.

La bandiera delle Isole Salomone accanto all’immagine di Mao in piazza Tienanmen, a Pechino (Imaginechina via AP Images)

Dopo la decisione delle Isole Salomone, il ministro degli Esteri di Taiwan scrisse che la Cina «aveva di nuovo usato la diplomazia del dollaro e le false promesse per comprare un po’ di politici». Il New York Times ha scritto: «Alcuni rappresentanti americani e salomoniani fanno notare che le aziende e i rappresentati cinesi hanno curato per anni i loro rapporti con i politici locali, con mazzette, regali e viaggio di lusso offerti verso la Cina e Singapore. Secondo loro, in un paese povero, con 600mila abitanti e solo 50 parlamentari, non ci vuole nemmeno un grande sforzo».

Il 22 settembre, poco dopo il cambio di alleanze, è arrivata la firma sull’«accordo di cooperazione strategica» che riguarda Tulagi, che il New York Times ha scritto di aver ottenuto e verificato con alcune persone che se ne sono occupate. L’accordo – fatto tra l’amministrazione locale e l’azienda China Sam – prevede che per i prossimi 75 anni (comunque rinnovabili una volta terminati) la società cinese China Sam, fondata nel 1985 e in parte controllata dallo Stato, possa realizzare infrastrutture per la pesca, un non meglio definito «centro operativo» e dei piuttosto generici lavori di costruzione o ristrutturazione aeroportuali. Il New York Times ha aggiunto che, sebbene non ci siano conferme sul fatto che a Tulagi ci siano petrolio o gas naturali, l’accordo parla anche dell’interesse di China Sam a costruire impianti estrattivi. E queste sono solo «le possibilità esplicite», perché secondo il New York Times il documento apre anche alla possibilità che tutta Tulagi e alcune altre isole possano essere usate per creare «una zona economica speciale, o ogni altro tipo di attività che necessiti di sviluppo».

Non è ancora ben chiaro cosa la Cina intenda fare a Tulagi, ma sembra improbabile che un accordo così grande sia una semplice ricompensa per un piccolo paese che cambia alleanza e decide di preferire la Cina a Taiwan. Il New York Times ha scritto che l’accordo è «solo l’ultimo esempio di come la Cina usa promesse di prosperità per perseguire i suoi obiettivi globali». Anne-Marie Brady, che si occupa di questioni cinesi e insegna all’università di Canterbury, in Nuova Zelanda, ha detto: «La geografia mostra perché Tulagi è un buon posto. La Cina sta espandendo la sua presenza militare nel sud del Pacifico e ha bisogno di porti amici e spazi aerei tranquilli, così come ne avevano bisogno le altre superpotenze arrivate prima di lei». L’accordo fatto con le Isole Salomone per Tulagi non è il primo per la Cina e anzi non è nemmeno il primo nel Pacifico, il New York Times ne parla però come di un accordo «notevole per le sue ambizioni e per l’assenza di interventi pubblici a riguardo».

Il New York Times racconta anche che c’è preoccupazione tra molti degli abitanti di Tulagi. Michael Salini, un libero professionista di 46 anni, ha detto: «Siamo tutti preoccupati dal fatto che la Cina trasformi l’isola in una base militare, per quale altro motivo avrebbe potuto volerla?».

A inizio ottobre, pochi giorni dopo la firma dell’accordo, il presidente delle Isole Salomone Manasseh Sogavare è andato in visita ufficiale a Pechino, dove ha incontrato il primo ministro Li Keqiang e ci sono anche alcune foto in cui lo si vede, sorridente, accanto ai dirigenti di China Sam. Sogavare disse: «Sono lieto di riconoscere l’esistenza di una sola Cina e siamo felici di essere dalla parte giusta della storia e aver normalizzato i nostri rapporti con la Repubblica Popolare Cinese».

Manasseh Sogavare e Li Keqiang, il 9 ottobre a Pechino (REUTERS/Thomas Peter)

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