(Misha Friedman/Getty Images)

Il sangue dei convalescenti contro il coronavirus

Gli ospedali di New York lo useranno sui malati di COVID-19, anche se non sono ancora completamente chiari benefici ed efficacia del sistema

(Misha Friedman/Getty Images)

Nello stato di New York i casi rilevati da coronavirus sono oltre 33mila e le morti più di 300. Il personale sanitario nei principali ospedali newyorkesi segnala una situazione ormai critica, con reparti pieni di pazienti e terapie intensive senza posti letto disponibili, simili ai racconti dagli ospedali nel Nord Italia, che ormai da settimane affrontano il grande afflusso di casi gravi da COVID-19. In attesa di avere farmaci efficaci contro il coronavirus e un vaccino, alcuni ospedali di New York stanno avviando una sperimentazione clinica di ultima risorsa: le trasfusioni di sangue da pazienti convalescenti.

L’iniziativa riprende esperienze simili condotte in Cina nei mesi scorsi, ma sulle quali si attendono ancora dati chiari per comprenderne l’efficacia. Un approccio simile era stato seguito in passato per trattare i pazienti affetti da altre malattie come Ebola e SARS, una sindrome respiratoria causata da un coronavirus con alcune cose in comune con l’attuale. La pratica di usare il plasma, la parte liquida del sangue, a questi scopi è del resto piuttosto antica: era stata sperimentata con alterni successi durante l’epidemia influenzale da H1N1 nel 1918 (la cosiddetta “influenza spagnola”).

A differenza di altre soluzioni, il vantaggio di utilizzare il plasma dei convalescenti è dato dalla sua immediata reperibilità, rispetto a nuovi trattamenti farmacologici e vaccini che devono essere sperimentati a lungo prima di dimostrarsi sicuri ed essere approvati. Le trasfusioni di plasma sono sicure, posto naturalmente che siano effettuati tutti i test necessari prima di procedere sui malati di COVID-19.

Come con altre malattie infettive, la guarigione dalla COVID-19 avviene quando il sistema immunitario impara a riconoscere il coronavirus, impedendogli di continuare a replicarsi nell’organismo facendo danni. In molti pazienti, la carica di anticorpi contro il virus rimane consistente nei giorni della loro convalescenza e i medici confidano di sfruttare questa condizione, effettuando prelievi del loro sangue ricco di anticorpi per iniettarlo nei nuovi malati.

La possibilità di utilizzare il plasma dei convalescenti era stata sostenuta a fine febbraio da Arturo Casadevall, un immunologo della Johns Hopkins University (Baltimora, Maryland), attraverso un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal. L’articolo aveva attirato l’interesse e la collaborazione di diversi medici e ricercatori statunitensi, che in poco tempo avevano prodotto documenti e analisi necessari per chiedere alle autorità federali statunitensi l’approvazione del trattamento. Il permesso è arrivato il 24 marzo, con l’avvio di un sistema di analisi e controllo delle esperienze cliniche con il plasma negli ospedali.

Gli ospedali Mount Sinai e Albert Einstein College of Medicine saranno tra i primi ad avviare l’impiego del plasma nella città di New York. La sperimentazione sarà condotta su pazienti risultati positivi al coronavirus: i medici decideranno a seconda dei casi, e segnaleranno poi le loro valutazioni in modo che le informazioni restino condivise nella comunità scientifica.

Non è ancora chiaro quanto questa soluzione possa essere efficace contro la COVID-19, soprattutto per mancanza di informazioni nella letteratura scientifica. Uno studio svolto in Cina su 13 pazienti con sintomi gravi ha fatto rilevare l’assenza del coronavirus dopo pochi giorni dalla trasfusione, ma le condizioni dei pazienti sono comunque peggiorate, forse perché la trasfusione era avvenuta tardivamente.

Per questo uno dei tre protocolli che saranno sperimentati prevede di procedere con le trasfusioni negli stadi iniziali della malattia, valutando in questo modo quanti casi progrediscano ugualmente fino a rendere necessario il ricovero in terapia intensiva. Un secondo protocollo prevede di effettuare le trasfusioni nei casi gravi, mentre il terzo valuterà l’efficacia del sistema nella sua forma preventiva, da impiegare con le persone rimaste a stretto contatto con un individuo infetto. Se le trasfusioni si rivelassero utili per ridurre il rischio di contrarre la malattia, o di sviluppare sintomi gravi, potrebbero essere impiegate per gli ospedalieri riducendo le carenze di personale dovute ai contagi.

Anche se si rivelassero efficaci, le trasfusioni non sarebbero comunque una soluzione definitiva e stabile per la COVID-19. Il loro impiego è visto soprattutto come una possibilità per ridurre i casi gravi, soprattutto tra le persone a rischio, evitando il sovraffollamento negli ospedali. Il plasma potrebbe inoltre offrire un’alternativa temporanea, in attesa dell’approvazione di nuovi protocolli di cura con farmaci esistenti, dello sviluppo di nuovi medicinali e di vaccini contro il coronavirus.