Claudio Peri/Ansa
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  • martedì 17 Marzo 2020

Si può donare il sangue anche durante l’epidemia di coronavirus

Non è rischioso, né per il donatore né per il ricevente, anche se bisogna prendere qualche precauzione in più

Claudio Peri/Ansa

Da quando sono iniziati i contagi da coronavirus in Italia, con la conseguente paura del contagio, molte persone hanno cominciato a temere che donare il sangue potesse essere rischioso per la propria salute e per quella del ricevente. Negli ultimi giorni l’AVIS (l’Associazione volontari italiani del sangue), la principale organizzazione italiana che si occupa delle donazioni di sangue, ha fatto numerosi appelli per spiegare che non è così: donare il sangue è sicuro, anche durante un’epidemia da coronavirus.

I timori emersi nelle ultime settimane riguardo alle donazioni di sangue in Italia sono stati diversi. Molti donatori si sono chiesti: come faccio a donare se non ho la sicurezza di non avere contratto il coronavirus? Non è pericoloso per la persona che riceverà il mio sangue? È rischioso andare negli ospedali, soprattutto nelle regioni con il numero più alto di contagi registrati, come la Lombardia?

La prima cosa da sapere è che ogni giorno in Italia circa 1.800 persone sono sottoposte a una trasfusione di sangue.

Il sangue trasfuso è quello delle centinaia di migliaia di persone che ogni tre o sei mesi decidono di andare a donare volontariamente nei centri di raccolta delle associazioni volontarie, come l’AVIS e la FIDAS (Federazione italiana associazioni donatori di sangue), o nei centri trasfusionali degli ospedali (per donare il sangue si devono avere requisiti particolari). Prima di ogni donazione, queste persone fanno un colloquio e una visita con un medico, e poi vengono sottoposte ad alcuni esami del sangue di routine per controllare che non ci siano parametri fuori posto. Se viene rilevato qualcosa di anomalo che potrebbe mettere a rischio il donante o il ricevente, la donazione viene sospesa fino a che il problema non è risolto.

Come ha spiegato in un’intervista a La7 Gianpiero Briola, presidente dell’AVIS nazionale, la donazione «rimane un momento fondamentale per il mantenimento del servizio sanitario nazionale e regionale». Donare il sangue è indispensabile e salva la vita a moltissime persone.

La seconda cosa da sapere è che la COVID-19, la malattia provocata dal coronavirus, interessa per lo più il sistema respiratorio e non richiede trasfusioni di sangue.

Con l’aumento significativo di casi positivi in Italia, prima alcune regioni e poi il governo hanno deciso di rimandare tutti gli interventi chirurgici programmati considerati non urgenti, riducendo quindi la domanda di sangue negli ospedali del territorio nazionale, soprattutto in quelli del Nord con più pazienti affetti da COVID-19. Il problema è che nei primi giorni dell’epidemia, insieme alla domanda, si sono ridotte di molto anche le donazioni, che però continuano a essere fondamentali per moltissime persone, tra cui quelle affette da malattie croniche.

Come si sono affrettate a spiegare le associazioni di volontariato e il Centro Nazionale Sangue – e questa è la terza cosa importante da sapere – non ci sono evidenze che il coronavirus si trasmetta tramite il sangue: solitamente i virus respiratori non si trasmettono con le trasfusioni e non c’è stato finora alcun caso di contagio da coronavirus tramite il sangue, nemmeno durante le epidemie di SARS e MERS-CoV.

Per i riceventi è sicuro ricevere sangue trasfuso.

Come ha spiegato l’Avis nazionale, da quando è iniziata l’epidemia di coronavirus in Italia le precauzioni sono aumentate ulteriormente, ma l’intera procedura è rimasta piuttosto semplice.

Prima di andare a donare il sangue, al donatore viene chiesto se abbia sviluppato sintomi legati al coronavirus e se sia entrato in contatto con persone risultate positive o sospette positive. Le donazioni vengono organizzate praticamente solo su appuntamento, di modo da facilitare le misure di distanziamento sociale adottate dal governo ed evitare che molte persone si trovino nello stesso momento nello stesso posto. Come ha specificato il ministero della Salute, le donazioni rientrano nelle «situazioni di necessità» previste dal decreto del governo per le quali non sono applicate le restrizioni agli spostamenti: si può quindi andare a donare portando con sé il modulo di autocertificazione.

I donatori devono infine mettersi in contatto con gli operatori sanitari nel caso in cui sviluppino sintomi, come un raffreddore, entro quindici giorni dalla donazione. È un’attenzione che viene chiesta sempre ai donatori, perché sintomi simili potrebbero essere legati alla presenza di un qualche tipo di patologia. Si tratta quindi di una procedura di estrema precauzione, che serve per tutelare al massimo la salute sia del donatore sia del ricevente. In questo caso, la sacca di sangue già donato viene buttata.

Nuove precauzioni sono state prese inoltre nei posti in cui avvengono le donazioni. Nelle ultime settimane all’interno degli ospedali sono stati creati percorsi particolari lontani dai reparti con i pazienti positivi al coronavirus – la distanza tra malati e donatori è una misura che molti ospedali adottavano comunque già prima dell’emergenza. Inoltre, le associazioni volontarie come AVIS e FIDAS hanno moltissimi centri di raccolta di sangue fuori dagli ospedali, dove non ci sono pazienti di nessun tipo, ma solo i macchinari e il personale medico e sanitario per effettuare le donazioni.

Dopo un’iniziale riduzione delle donazioni, registrata all’inizio dell’epidemia, negli ultimi giorni i numeri sono ricominciati a salire, soprattutto grazie alle rassicurazioni dei medici sui giornali e in televisione. In diverse regioni italiane del Nord, l’Avis ha ricevuto moltissime richieste di nuovi donatori e ha iniziato a ristabilire piano piano il flusso delle donazioni nelle proprie strutture e nei centri trasfusionali degli ospedali.