Come vivono le donne nel mondo

"L'Atlante delle donne" della geografa Joni Seager – appena uscito in Italia – fornisce «tante domande quante risposte»

L’Atlante delle donne, scritto dalla femminista Joni Seager e appena pubblicato in Italia da addeditore, racconta e mostra in più di 200 infografiche come vivono (o sono costrette a vivere) le donne nel mondo. «Questo», si dice nell’introduzione, «non è solo un atlante del femminile. È una rimappatura femminista del mondo, attraverso una lente che permetta di guardare per davvero il modo in cui le donne vivono» L’Atlante delle donne è un libro politico e militante, che non organizza semplicemente dati e numeri: li rende comprensibili, li inserisce in un contesto, ne spiega con sintesi ed estrema chiarezza premesse e conseguenze, chiamando le cose con il loro nome. L’edizione italiana è stata tradotta da Florencia Di Stefano-Abichain.

Nel primo capitolo (“Le donne nel mondo”) Seager spiega per esempio che il ruolo che lo Stato ha nel caratterizzare le vite delle donne non deve essere sottovalutato, poiché sono gli stati a stabilire i confini dei comportamenti accettati, l’accesso a sanità, istruzione, suffragio, diritti riproduttivi, protezione civile e sostenibilità ambientale. E si dice anche che «tutti gli stati sono patriarcali», in infiniti modi.

La sua prospettiva è evidente fin dal titolo dei capitoli e dalle citazioni scelte. La parte che si occupa di violenza domestica, femminicidi e matrimoni riparatori, per esempio, si chiama “Tenere le donne al loro posto”. Il libro si occupa poi di politica del corpo, di salute, lavoro, ambiente, istruzione e connettività, proprietà, povertà, potere, diritti delle persone LGBT +. L’ultima tavola mostra i femminismi e come hanno occupato le strade del mondo «in una manifestazione globale antifascista, antirazzista e a sostegno dei diritti delle donne».

Joni Seager è una geografa e una docente di Global Studies alla Bentley University. Spiega che «femminismo» per lei «significa dare alle vite delle donne la stessa attenzione, curiosità e analisi che le vite degli uomini normalmente ricevono». Come femminista crede «che una prospettiva internazionale e comparativa arricchisca l’analisi sociale e l’attivismo nonostante un lavoro su scala globale comporti inevitabilmente un grado di generalizzazione problematico». Ma, aggiunge, «è da geografa» che ha «trovato un modo per raggiungere un equilibrio tra la necessità di conoscere ciò che è comune e ciò che è differente: la visualizzazione dei dati, soprattutto attraverso le mappe, riesce a mettere in evidenza meglio di altri modi questa dicotomia. La mappatura è un potente strumento per rivelare schemi, continuità e contrasti». Dalla prima edizione dell’atlante, nel 1986, ci sono stati significativi miglioramenti, nel campo dell’istruzione o dei diritti, ad esempio, ma la lista delle storie di successo è «breve e scoraggiante». «Le persone distanti dal femminismo credono che le femministe siano arrabbiate e a loro rispondo: “Sì, ogni tanto lo siamo!”» anche se, conclude, «in verità c’è molto di cui essere arrabbiate».

Contraccettivi
L’infografica fa parte del capitolo “Diritti di nascita” che si apre con la citazione dell’avvocata femminista Florynce Rae Kennedy: «Se la gravidanza fosse una questione maschile, l’aborto sarebbe un sacramento». Le decisioni sull’avere o meno figli, quanti averne, quando, come ottenere e utilizzare i contraccettivi e gestire le scelte riproduttive sono «cruciali nell’esistenza della maggioranza delle donne» e influenzano la loro libertà «in tutti gli altri ambiti». In troppi casi queste scelte sono a loro negate o condizionate direttamente dalla disparità economica.


Per quanto riguarda la contraccezione, l’Atlante spiega che 214 milioni di donne in età riproduttiva nei cosiddetti paesi in via di sviluppo vogliono evitare gravidanze, ma non utilizzano un metodo contraccettivo moderno (sterilizzazione, spirale, contraccettivi sottocutanei, iniettabili, orali, preservativi, d’emergenza); 155 milioni di donne non usano alcuna contraccezione, e 59 milioni si affidano a metodi tradizionali (monitoraggio del ciclo di fertilità, rimedi erboristici, coito interrotto, astinenza pianificata, che sono in assoluto i più rischiosi).

(Guida definitiva ai contraccettivi)

Circa il 12 per cento delle donne del mondo, sposate o impegnate, vuole posticipare o fermare una gravidanza, ma non ha accesso ai metodi contraccettivi o non li utilizza. «Il costo di questo bisogno insoddisfatto è alto in termini di salute infantile e materna, di gravidanze indesiderate, e di limitazioni all’autonomia sociale ed economica delle donne».

Molestie online
L’attivismo online, spiega Joni Seager, «può supportare e orientare l’azione sociale. I social media incrementano la solidarietà verso la comunità trans e il femminismo transnazionale. L’organizzazione online delle donne può aiutare i movimenti a superare i confini locali. In generale, quasi ovunque nel mondo, le donne sono più attive sui social rispetto agli uomini». Ma:

Nel 2015, nei paesi a basso e medio reddito, il 52 per cento degli uomini e il 59 per cento delle donne non possiede un telefono cellulare: il 72 per cento delle donne dell’Asia meridionale, il 64 per cento delle donne dell’Africa subsahariana e il 49 per cento delle donne dell’America latina e Caraibi.

520 milioni di donne non possono leggere questo titolo
«Circa 720 milioni di adulti nel mondo» dice Seager, «sono analfabeti, circa due terzi dei quali sono donne, una percentuale che è rimasta invariata per due decenni. Nel 2015, 20 paesi avevano un tasso di analfabetismo femminile del 50 per cento o superiore; per quanto riguarda quello maschile, i paesi erano solo 8».

Bellezza
Questa è un’infografica che non ci si aspetterebbe di trovare. È nella sezione “Politica del corpo” tra i numeri e i dati delle donne nello sport e quelli sulle mutilazioni genitali e il turismo/traffico sessuale. Dà diverse informazioni sul format “Miss Mondo”.

Divario salariale
Sono sempre di più le donne che hanno un lavoro pagato fuori casa, ma normalmente lo svolgono in circostanze diverse dagli uomini: paghe inferiori, lavori diversi e diversi vincoli contrattuali. Dal punto di vista del divario salariale, l’Italia è uno dei paesi d’Europa messo meglio, ma misurare il “gender pay gap” unicamente sulla retribuzione oraria è una visione parziale del problema, che non considera la disoccupazione femminile, il part-time e le discriminazioni.

Ancora oggi, non solo le donne sono comunque pagate meno degli uomini per uno stesso lavoro, ma a loro non vengono concesse le stesse promozioni e opportunità di carriera. I guadagni delle donne sono inferiori perché i lavori ben retribuiti sono appannaggio maschile e perché le donne lavorano più frequentemente part-time, dato che la cura della famiglia ricade, con un automatismo ben noto, quasi esclusivamente su di loro. Quando poi le donne vanno in pensione il divario salariale le segue sotto forma di divario pensionistico: guadagnando meno, anche durante la pensione, le donne sono più esposte al rischio di povertà in vecchiaia.

In pace e in guerra
«Donne e ragazze nel mezzo di conflitti e sfollamenti conoscono momenti di violenza domestica e sessuale, nonché di sfruttamento». Il 31 ottobre 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la risoluzione 1325 su donne, pace e sicurezza, che menziona esplicitamente l’impatto dei conflitti armati sulle donne e sottolinea il contributo femminile per la risoluzione dei conflitti e per la costruzione di una pace durevole. La risoluzione riconosce che le donne, i bambini e le bambine rappresentano i gruppi più colpiti dai conflitti armati, che le donne svolgono un ruolo imprescindibile sia nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, sia nelle attività di ricostruzione della pace e invita gli stati membri dell’ONU ad assicurare una più ampia partecipazione delle donne a tutti i livelli decisionali.