Una lezione a distanza tenuta dal professor Luca De Gioia dell'Università di Milano-Bicocca (Università Bicocca)
  • Italia
  • venerdì 6 Marzo 2020

Cosa vuol dire “scuole chiuse”, davvero

Bisogna fare lezione a distanza, e non è semplice: i docenti formati sono pochi, e non tutti hanno Internet a casa

Una lezione a distanza tenuta dal professor Luca De Gioia dell'Università di Milano-Bicocca (Università Bicocca)

Il decreto del governo sulle misure per contrastare la diffusione del coronavirus (SARS-CoV-2) che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato il 4 marzo ha sospeso le lezioni in tutte le scuole e le università italiane, ma ha anche dato ordine ai dirigenti scolastici di avviare «modalità di didattica a distanza», cioè di fare in modo che gli studenti possano imparare restando a casa. Molti professori – a partire da quelli delle regioni in cui le lezioni erano sospese già dall’inizio della settimana – si sono messi quindi a spiegare e fare verifiche con trasmissioni video in diretta su Skype o piattaforme apposite come WeSchool, o dare compiti attraverso chat di WhatsApp. Tuttavia sia sui social network che sui giornali qualcuno ha espresso dei dubbi sulla capacità degli insegnanti e sulle possibilità degli studenti di poter fare scuola in questo modo.

Come ha commentato la sociologa Chiara Saraceno su Repubblica, inoltre, «non tutte le famiglie hanno una connessione internet a casa e un computer o un tablet da cui poter seguire le lezioni e scaricare i materiali» e per molte di esse «può persino essere difficile scaricare e stampare i messaggi e i materiali che vengono inviati dagli insegnanti sulle chat di classe». Secondo alcuni dei più recenti dati dell’ISTAT sull’accesso a internet in Italia, pubblicati un anno fa, il 72,6 per cento delle famiglie con almeno un membro minorenne ha un collegamento a banda larga fisso a casa. Quindi ci sono tuttora molte famiglie in cui bambini e ragazzi potrebbero avere difficoltà a seguire le lezioni da casa, anche perché nelle famiglie con più figli e in quelle in cui i genitori stanno lavorando da casa potrebbe esserci la necessità di dividersi un unico computer.

Un altro interessante dato dell’ISTAT: tra gli italiani con età compresa tra i 14 e i 17 anni solo il 41 per cento usa abitualmente un computer fisso e solo il 28 per cento un tablet; nella fascia di età compresa tra i 18 e i 19 anni le percentuali sono, rispettivamente, 38 e 37 per cento. Nonostante sia possibile seguire le lezioni anche attraverso uno smartphone, altre attività – la lettura e la condivisione di documenti e slide, per esempio – potrebbero risultare più complesse.

Se si considerano anche le connessioni a banda larga mobile la percentuale di famiglie connesse è più alta – supera il 95 per cento – ma usare una connessione mobile può essere meno pratico per guardare lunghi video trasmessi live. Le percentuali di studenti in grado di seguire una lezione via internet variano inoltre da città a città e scuola a scuola. Sul Libraio l’insegnante e scrittore Enrico Galiano, molto critico nei confronti dell’e-learning (letteralmente, “imparare online”), ha scritto che «un buon quarto dei nostri studenti non possiede computer e/o non possiede internet a casa».

La disponibilità di dispositivi e connessione comunque non è l’unica possibile fonte di problemi per fare didattica a distanza. Per usare servizi come G-Suite for Education, i software di Google per la didattica, con gli alunni delle scuole primarie e secondarie, è necessario che i genitori diano un’autorizzazione scritta alla scuola: se i genitori per primi hanno difficoltà con gli strumenti digitali, ci sono dei ritardi nell’avviamento delle lezioni online.

Per quanto riguarda la preparazione degli insegnanti, secondo l’ultima edizione dell’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) della Commissione Europea, in Italia solo il 20 per cento degli insegnanti ha seguito corsi formativi in materia di alfabetizzazione digitale. Secondo WeSchool, la startup che si occupa di strumenti per fare lezioni via internet, il 20 per cento dei docenti italiani è in grado di insegnare a distanza, il 40 per cento è interessato a imparare a farlo e il restante 40 per cento è contrario.

L’impreparazione di molti è nota, tanto che il 2 marzo il ministero dell’Istruzione e il ministero dell’Università e della Ricerca hanno reso disponibile un sito speciale per spiegare come usare alcuni strumenti per fare lezione attraverso internet, come G-Suite for Education. Il 3 marzo più di duemila insegnanti hanno partecipato ai webinar di formazione – completamente gratuiti – dell’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (INDIRE) attraverso questo sito.

Il ministero dell’Istruzione ha anche chiesto alle aziende che producono dispositivi digitali e software utili per la didattica di metterli a disposizione per le scuole, vista la situazione emergenziale, a titolo gratuito. E intanto sui social network molti insegnanti condividono consigli su come fare lezioni a distanza.

Nelle università fare lezione attraverso internet pare più semplice, sia per la maggiore preparazione dei professori e delle strutture che per le possibilità e le capacità degli studenti, in molti casi già abituati a usare video didattici e altri strumenti digitali. La piattaforma per l’e-learning dell’Università di Milano-Bicocca, su cui sono presenti 1.500 lezioni digitali, è stata usata da 24mila studenti tra il 2 e il 3 marzo, da quando sono state sospese le lezioni in presenza. Il 15 per cento dei docenti ha registrato le lezioni in programma per la settimana nelle aule dell’ateneo, sfruttando gli strumenti tecnologici a disposizione; gli altri, come tanti insegnanti di scuola, hanno registrato le lezioni da casa o dal proprio ufficio. Gli studenti possono rivedere le lezioni in qualsiasi momento.