(AP Photo/Eugene Hoshiko)

Cosa fa l’Europa per i diritti umani in Cina

Negli ultimi mesi si è soprattutto occupata delle violazioni dei diritti umani degli uiguri: qualcosa si è mosso

(AP Photo/Eugene Hoshiko)

Nelle settimane precedenti alla diffusione del nuovo coronavirus, la Cina era finita sui giornali di tutto il mondo per via di una storia completamente diversa: le violazioni dei diritti umani degli uiguri, una minoranza etnica a maggioranza musulmana che abita la regione occidentale dello Xinjiang. Se n’è parlato per diversi mesi, anche per merito di alcune inchieste internazionali, e come per tutte le vicende del genere ci sono state estese richieste affinché i paesi europei e più nello specifico l’Unione Europea facessero qualcosa di concreto per promuovere il rispetto dei diritti umani in Cina. Qualcosa, in effetti, si è mosso.

Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e parlano una lingua di origine turca. Si trovano principalmente nella vasta regione dello Xinjiang, dove sono più della metà dei 25 milioni di abitanti: nella regione vive circa l’1,5 per cento della popolazione cinese, ma secondo l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders si verifica il 20 per cento degli arresti del paese. L’autorità centrale cinese ha sempre malsopportato gli uiguri per le loro antiche spinte indipendentiste, che portarono a repressioni già nell’epoca di Mao Zedong e che si sono inasprite negli ultimi vent’anni, da quando il governo ha presentato la campagna contro la minoranza uigura come una lotta al terrorismo. La regione dello Xinjiang è notoriamente uno dei posti più sorvegliati al mondo: gli abitanti sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa.

Lo scorso anno un’inchiesta del New York Times documentò per la prima volta nella regione una vasta rete di campi definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”, attivi dal 2014, nei quali gli uiguri vengono rinchiusi indiscriminatamente. Secondo gli analisti, al momento più di un milione di uiguri e altre persone appartenenti a minoranze etniche di religione musulmana hanno vissuto per un periodo in questi campi di prigionia. Negli ultimi mesi il governo cinese ha cercato di respingere le accuse di sistematiche violazioni dei diritti umani nello Xinjang. In realtà sembra che le violenze siano addirittura aumentate, anche per ragioni di consenso interno: la Cina è sempre più preoccupata di mantenere la propria integrità territoriale e culturale, e le spinte indipendentiste di Hong Kong e in parte di Taiwan hanno indebolito l’immagine del governo centrale.

Le vicende che riguardano gli uiguri sono relativamente recenti, ma sono decenni che le definizioni di diritti umani dell’Occidente e del governo cinese non si sovrappongono. Per l’Unione Europea, i diritti umani significano soprattutto la libertà di esprimere liberamente la propria opinione e la propria religione, votare per il partito che si preferisce, senza essere discriminati per la propria etnia o l’orientamento sessuale. La Cina ha una visione più ristretta, che riguarda più gli aspetti socio-economici di emancipazione dalla povertà, e meno quelli tipici del liberalismo occidentale: del resto in Cina non esistono elezioni libere, la pratica della religione è severamente controllata dallo stato, così come i giornali e le tv.

Da tempo l’Unione Europea ha scelto la strada della diplomazia per provare a influenzare la concezione dei diritti umani che ancora oggi esiste in Cina. Anche perché la questione è soltanto una di quelle attualmente aperte con la Cina, che vanno dai rapporti commerciali – ad oggi non esiste un unico accordo omnicomprensivo fra la Cina e l’UE – all’espansione di aziende cinesi come Huawei nei paesi europei, passando per lo scambio di tecnologie come quelle sulle batterie per alimentare le auto elettriche, e non da ultimo il comune rispetto per gli Accordi di Parigi sul clima.

L’Unione Europea, in altre parole, ha pochissimo margine per fare pressione con la Cina sui diritti umani, dato che rischia di compromettere tutti gli altri negoziati. È per questo, ad esempio, che il Dialogo sui Diritti Umani fra UE e Cina arrivato al 37esimo tavolo di lavoro non porterà conseguenze rilevanti a breve termine: c’entra anche il fatto che il tavolo sia gestito dalla Commissione Europea, l’organo esecutivo dell’Unione Europea, che si sta occupando più o meno direttamente di tutte le questioni aperte con la Cina elencate qui sopra.

Come per diverse altre questioni, il Parlamento Europeo ha le mani molto più libere della Commissione – banalmente, perché ha meno competenze in fatto di politica estera – e sulle violenze contro gli uiguri ha preso due decisioni, largamente simboliche ma non per questo meno importanti. La prima è quella di assegnare il Premio Sacharov, l’annuale e rispettato premio per la tutela della libertà di espressione, all’economista e attivista per i diritti degli uiguri Ilham Tohti.

Tohti è uno dei leader del movimento per il riconoscimento dei diritti della minoranza uigura. Nel 2014 era stato arrestato dalle autorità cinesi poco prima di trasferirsi negli Stati Uniti per insegnare in un’università americana: fu processato per «separatismo» e condannato all’ergastolo. Attualmente si trova in carcere e non ha potuto ritirare il premio. La sua famiglia non lo sente da mesi, e non è chiaro se Tohti sappia di avere vinto il premio. A metà dicembre il premio è stato ritirato dalla figlia di Tohti, Jewher Ilham, che da tempo fa campagna per la sua liberazione.

Alcune settimane fa, poi, il Parlamento ha adottato a larga maggioranza una risoluzione molto dura che accusa l’Unione Europea di avere fatto troppo poco per convincere la Cina ad adottare una definizione condivisa di diritti umani, e invita le altre istituzioni europee – Commissione e Consiglio, che ne hanno la facoltà – ad adottare delle sanzioni individuali per i funzionari del partito cinese responsabili delle violenze nello Xinjiang. Un portavoce del governo cinese ha risposto alla risoluzione accusando l’Unione Europea di «interferire negli affari interni della Cina», un’accusa che rivolge spesso ai paesi che si interessano delle violazioni dei diritti umani subite dai cinesi.

Non è chiaro se misure del genere serviranno a migliorare concretamente le condizioni degli uiguri: i campi di “rieducazione” sono rimasti aperti, e ufficialmente la Cina non ha mai ammesso di avere commesso violenze e discriminazioni etniche nello Xinjiang. Difficilmente il Consiglio e la Commissione approveranno sanzioni contro alti funzionari del partito cinese, per non indispettire il governo centrale. Al momento l’obiettivo più realistico delle istituzioni europee, e in particolare del Parlamento, potrebbe essere quello di portare avanti una campagna a lungo termine, e sperare che in un futuro non troppo lontano la Cina si senta così sotto pressione – anche per altri aspetti del suo rapporto con l’Occidente – da fare alcune concessioni sul rispetto dei diritti umani.

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Questo articolo è stato realizzato con il contributo del Parlamento Europeo