Un soldato iracheno di fronte all'ambasciata statunitense a Baghdad (AP Photo/Nasser Nasser)
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  • giovedì 2 Gennaio 2020

A Baghdad è successa una cosa importante

Come hanno fatto migliaia di manifestanti filo-iraniani ad assediare l'ambasciata americana e perché il governo iracheno è rimasto a guardare

Un soldato iracheno di fronte all'ambasciata statunitense a Baghdad (AP Photo/Nasser Nasser)

Questa settimana nella cosiddetta “Zona verde” di Baghdad, l’area della capitale dell’Iraq con gli edifici governativi e le ambasciate straniere, si sono viste scene molto violente e inusuali. Migliaia di manifestanti, sostenitori e membri delle milizie iraniane presenti in Iraq sono entrati nell’area più sorvegliata e sicura della città, hanno assediato il complesso che ospita l’ambasciata statunitense in Iraq e hanno dato fuoco a uno dei suoi edifici, quello che funge da reception. Invece di reagire e prendere le difese degli Stati Uniti, paese alleato, il governo iracheno è rimasto a guardare, di fatto lasciando che le proteste andassero avanti.

La reception dell’ambasciata statunitense a Baghdad dopo l’assalto dei miliziani filo-iraniani, l’1 gennaio 2020 (AP Photo/Khalid Mohammed)

Quello che è successo martedì e mercoledì a Baghdad ha un significato enorme, e non si può considerare solo come il risultato di un problema di sicurezza.

Per gli Stati Uniti è stato un evento che ha ricordato episodi passati molto gravi, come l’assalto all’ambasciata americana in Iran nel 1979 (che diede inizio alla cosiddetta “crisi degli ostaggi”) e l’assalto al consolato americano a Bengasi, Libia, nel settembre 2012, in cui fu ucciso l’ambasciatore statunitense Christopher Stevens. Gli eventi degli ultimi giorni ci dicono anche cosa è diventato l’Iraq oggi e quale enorme influenza continua a esercitare l’Iran sugli affari interni iracheni.

Se si guarda ai fatti più recenti, tutto è iniziato venerdì della scorsa settimana, quando il lancio di alcuni razzi contro una base militare irachena vicino a Kirkuk, nel nord del paese, aveva ucciso un contractor statunitense e ferito diversi militari sia statunitensi che iracheni. Il governo americano aveva accusato dell’attacco Kataib Hezbollah, milizia irachena molto legata all’Iran e già sanzionata dal governo statunitense per avere partecipato alla violenta repressione contro le manifestazioni antigovernative (e anti-iraniane) che si tengono in Iraq da diverse settimane. Gli Stati Uniti avevano deciso di rispondere all’attacco: avevano bombardato cinque siti controllati dalla milizia, sia in Iraq che in Siria, uccidendo più di venti persone.

Come reazione, martedì e mercoledì migliaia di miliziani iracheni, molti dei quali legati all’Iran, hanno assediato l’ambasciata americana.

Il funerale dei miliziani di Kataib Hezbollah uccisi nell’attacco statunitense, a Najaf, Iraq, 31 dicembre (AP Photo/Anmar Khalil)

Ci sono tre cose da tenere a mente, per capire cosa è successo in Iraq negli ultimi giorni.

Prima: dal 2003, anno della destituzione del regime sunnita di Saddam Hussein, l’Iraq è alleato sia con gli Stati Uniti che con l’Iran, due paesi tra loro nemici. Negli ultimi anni il governo iracheno si è trovato più volte in mezzo a due fuochi, senza però volersi schierare definitivamente da una parte o dall’altra. Nel frattempo l’influenza iraniana nella politica irachena è cresciuta, come hanno dimostrato le ingerenze iraniane nelle recenti proteste contro il governo iracheno, duramente represse sia dalle forze di sicurezza irachene che dalle milizie sciite filo-iraniane.

Seconda: la “Zona Verde” di Baghdad, che si trova sulla riva del fiume Tigri, nel centro della città, è una zona molto sorvegliata e considerata molto sicura. Come ha raccontato il giornalista del Foglio Daniele Raineri, che ci è stato l’ultima volta solo due settimane fa, «per accedervi è necessario passare come minimo attraverso due posti di controllo – e il secondo serve per fermare persone e veicoli che hanno l’autorizzazione a entrare nella Zona verde e che pure non possono arrivare dov’è l’ambasciata americana». In altre parole: i miliziani filo-iraniani sono stati fatti passare dalle guardie della Zona verde, che hanno aperto loro i cancelli con l’approvazione del governo.

Due uomini cercano di superare il cancello dell’ambasciata statunitense a Baghdad, il 31 dicembre 2019 (AP Photo/Khalid Mohammed)

Terza: Kataib Hezbollah, come molte altre milizie irachene, è formata per lo più da iracheni sciiti ma ha strettissimi legami con l’Iran. Negli ultimi anni queste milizie sono diventate molto influenti in Iraq, per avere fatto la guerra all’ISIS a fianco del governo iracheno e degli americani. Il governo iracheno le ha inoltre “regolarizzate”, riconoscendole formalmente come parte delle forze di sicurezza del paese e allo stesso tempo garantendo loro grande autonomia e ampio spazio in Parlamento.

Quello che è successo nel corso dell’ultima settimana è stato il risultato di diverse cose, ha scritto il New York Times, ed è iniziato per una specie di “errore di calcolo” sia degli Stati Uniti che dell’Iran: Kataib Hezbollah pensava di poter attaccare una base militare con dentro soldati americani senza subire grosse ritorsioni, mentre gli Stati Uniti pensavano di poter punire la milizia responsabile dell’attacco senza provocare conseguenze serie. Entrambe le supposizioni si sono rivelate sbagliate.

L’attacco americano contro Kataib Hezbollah, una delle milizie più potenti ad avere combattuto contro l’ISIS, ha provocato infatti la reazione inaspettata del governo iracheno, che lunedì ha accusato gli Stati Uniti di avere violato la sovranità del paese. L’impressione è che l’Iraq si sia piegato all’enorme influenza iraniana, cresciuta ancora di più durante le ultime proteste di piazza contro il governo iracheno e contro l’ingerenza dell’Iran negli affari interni del paese: ancora una volta, infatti, l’Iraq si è affidato a forze filo-iraniane per garantire la propria sicurezza, “appaltando” parte della feroce repressione delle ultime settimane proprio a milizie come Kataib Hezbollah.

Due militari statunitensi sul tetto dell’ambasciata americana a Baghdad durante l’assalto dei miliziani filo-iraniani, 1 gennaio 2020 (AP Photo/Khalid Mohammed)

Rainieri ha riportato sul Foglio un altro particolare che aiuta a spiegare l’assedio all’ambasciata americana, e che è stato raccontato dalla tv irachena al Hurra. Sei giorni fa il potente generale Qassem Suleimani, capo delle forze Quds, corpo speciale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane incaricato di compiere operazioni all’estero, avrebbe fatto in modo di nominare un suo alleato, il generale iracheno Tahseen al Aboudi, a capo della sicurezza della Zona verde, con l’obiettivo di intimidire i diplomatici stranieri, tra cui quelli statunitensi: «In pratica Suleimani si è assicurato il controllo fisico della zona più delicata del paese, saprà tutto di chi viene e chi va e potrà ordinare azioni di rappresaglia contro i governi stranieri all’interno dello stesso luogo cintato dove credevano di godere di un minimo di sicurezza», ha scritto Raineri.

Nonostante l’assalto all’ambasciata sia terminato senza morti o feriti, soprattutto per la decisione del governo statunitense di mandare subito rinforzi, gli eventi degli ultimi giorni potrebbero avere conseguenze enormi.

La capacità mostrata dall’Iran di usare le milizie irachene per bloccare i diplomatici statunitensi all’interno dell’ambasciata a Baghdad per due giorni è stata una chiara dimostrazione del grande potere che il regime iraniano è arrivato a esercitare in Iraq: secondo i leader delle milizie coinvolte, l’assalto è terminato solo dopo che il primo ministro iracheno Adil Abdul Mahdi si era impegnato a promuovere una legge per forzare i militari statunitensi a ritirarsi dall’Iraq. Inoltre, ha scritto il New York Times, la decisione del governo iracheno di permettere l’assalto ha sollevato un’altra questione: la presenza militare americana in Iraq è ancora sostenibile?