Un rinoceronte nero nel parco nazionale di Etosha, in Namibia, il 5 marzo 2019 (Matthias Toedt/picture-alliance/dpa/AP Images)
  • Scienza
  • domenica 24 novembre 2019

Vendere corni di rinoceronte finti può salvare i rinoceronti?

Un gruppo di biologi pensa che diffondendoli sul mercato nero si potrebbe far scendere prezzo e richiesta di quelli veri

Un rinoceronte nero nel parco nazionale di Etosha, in Namibia, il 5 marzo 2019 (Matthias Toedt/picture-alliance/dpa/AP Images)

I rinoceronti hanno un grosso problema: le persone. A causa delle credenze legate alla medicina cinese tradizionale, infatti, un pezzo di un corno di rinoceronte da un chilogrammo può arrivare a costare quasi 55mila euro al mercato nero. Per questa ragione la caccia illegale ai rinoceronti è molto diffusa, sia in Africa che in Asia, e tutte e cinque le specie di rinoceronte, anche se in misura diversa, oggi rischiano di estinguersi. Per cercare di proteggere i rinoceronti sono state tentate varie strategie, ma per ora nessuna è stata risolutiva. Ora un gruppo di biologi dell’Università di Oxford e dell’Università Fudan di Shangai ne ha proposta una nuova: riempire il mercato nero di corni di rinoceronte finti ma fatti molto bene, per far scendere il prezzo di quelli veri e così disincentivarne il commercio.

Perché questa strategia possa funzionare è indispensabile, prima di tutto, che i corni finti sembrino veri e i ricercatori dicono di aver trovato un metodo per fabbricarne di credibili. Lo hanno spiegato in un articolo pubblicato l’8 novembre su Scientific Reports. Il metodo si basa sulla somiglianza tra i corni di rinoceronte e i crini di cavallo. Infatti i corni di rinoceronte – diversamente da quelli delle mucche – non sono ossi ma «ciuffi di peli che crescono, strettamente incollati insieme da una secrezione sebacea, sul naso degli animali». Sono dunque fatti interamente di cheratina, la stessa sostanza di cui sono fatti anche i capelli e le unghie degli esseri umani. Lo stesso vale per i crini, cioè i lunghi peli di code e criniere dei cavalli che, come i rinoceronti e i tapiri, fanno parte dello stesso ordine di mammiferi, i perissodattili. I crini di cavallo hanno peraltro quasi lo stesso diametro dei filamenti che compongono i corni di rinoceronte.

Per fabbricare finti corni di rinoceronte quindi i ricercatori hanno preso un gran numero di crini di cavallo, ne hanno rimosso lo strato più esterno, e poi li hanno incollati insieme usando una sostanza ottenuta da una proteina della seta. A questa hanno anche aggiunto della cellulosa per simulare il processo per cui questa sostanza vegetale viene integrata nei corni dei rinoceronti quando gli animali levigano i propri corni sfregandoli sulle piante.

La struttura microscopica di un corno di rinoceronte, nell’immagine B nel senso della lunghezza, nell’immagine C in quello trasversale; un singolo “pelo” ha un diametro di 0,2 millimetri. L’illustrazione, che mostra la testa di un rinoceronte nero (Diceros bicornis) è di Jonathan Kingdon. (Scientific Reports)

I finti corni sono stati ottenuti modellando il composto finale a forma di corno di rinoceronte: una volta asciugati, cotti e levigati i corni finti sono risultati molto simili a quelli veri al tatto, e anche osservati al microscopio. Secondo i ricercatori potrebbero ingannare facilmente chi vende e compra corni di rinoceronte perché anche le loro proprietà meccaniche, come la resistenza alla trazione e quella al calore, sono simili. Tutto il processo è relativamente economico grazie al fatto che lo è il materiale di partenza, cioè i crini di cavallo.

Lo scopo dei biologi autori dello studio era appunto trovare un modo economico per fabbricare finti corni molto somiglianti a quelli veri: il passaggio successivo, cioè capire se diffondere questi falsi sul mercato nero possa ridurre la caccia illegale ai rinoceronti, è ancora da dimostrare. A pensare che questa strategia possa funzionare è anche una startup americana, Pembient, che sta lavorando per ottenere corni di rinoceronte artificiali partendo dal DNA dei rinoceronti stessi, e sostiene che potrà cominciare a venderli dal 2022. Alcuni esperti di difesa degli animali selvatici però non sono tanto convinti che la strategia possa funzionare.

Richard Thomas dell’organizzazione di difesa degli animali Traffic ha detto al Guardian che diffondere alternative sintetiche ai veri corni di rinoceronte potrebbe rafforzare l’idea che i corni autentici siano un bene di valore e dunque far aumentare la domanda. Sapere dell’esistenza dei falsi inoltre potrebbe far aumentare la ricerca di corni veri. Secondo Thomas ciò che si dovrebbe fare piuttosto è promuovere campagne di comunicazione che spieghino perché acquistare corni di rinoceronte è sbagliato. Il problema è che finora i tentativi di questo genere non hanno ottenuto particolare successo.

Nel 2018 solo in Sudafrica sono stati uccisi 769 rinoceronti e negli scorsi anni ci sono stati tentativi di furto di corni di rinoceronte anche dai musei europei.

Fin dove si può arrivare per proteggere una specie in via d’estinzione?

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