Piazza della Vittoria a Gorizia durante la cerimonia di commiato delle autorità alleate, 1947 (Publifoto/Lapresse)

Il Muro di Gorizia, prima di Berlino

Francesco Cancellato ha aggiunto una storia a quelle raccontate nel suo libro sui trent'anni dal 1989

di Francesco Cancellato
Piazza della Vittoria a Gorizia durante la cerimonia di commiato delle autorità alleate, 1947 (Publifoto/Lapresse)

Il Muro è il titolo del libro di Francesco Cancellato, giornalista e vicedirettore di Fanpage, dedicato a raccontare quindici storie legate ai trent’anni dalla fine del Muro di Berlino, i cui varchi furono aperti il 9 novembre 1989. A quelle storie Cancellato ne ha aggiunta un’altra, dedicata alla divisione che precorse quella di Berlino, costruita nel 1947 a Gorizia per separare la parte italiana della città da quella jugoslava.

Cancellato parteciperà con Malika Ayane, Luca Sofri e Pietro Biancardi all’incontro sul trentennale della fine del Muro di Berlino nel programma del FLA di Pescara, sabato 9 novembre alle 19.

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La leggenda racconta di un contadina, la signora Pina Zoff, che all’alba del 17 settembre del 1947 fu svegliata dal rombo dei motori delle camionette dell’esercito inglese che entravano nella sua proprietà, cariche di sacchi di calce bianca e bobine di filo spinato. La donna imbracciò il fucile che teneva carico appoggiato alla testata del letto, e scese di corsa le scale, confusa dal sonno e terrorizzata dall’idea che la guerra fosse improvvisamente ricominciata, che quei due anni dall’armistizio del 12 giugno del 1945, quando gli Alleati presero definitivamente il controllo di Gorizia e Trieste, non fossero stati che una tregua. Che il nemico, non importa se nazista o comunista, o italiano o jugoslavo, fosse di nuovo alle porte. Che la guerra fosse ricominciata.

Nulla di tutto questo. Le truppe italiane erano rientrate a Gorizia, tornata ufficialmente italiana giusto il giorno prima. E i militari erano lì per tracciare il confine definitivo tra Italia e Jugoslavia, tra Oriente e Occidente, tra Capitalismo e Comunismo, firmato il 10 febbraio dello stesso anno, dal presidente del consiglio italiano Alcide De Gasperi e dai suoi colleghi presidenti delle potenze alleate. Quel giorno, l’Italia pagò il prezzo della sua alleanza con Hitler: perse temporaneamente Trieste, che tornò italiana solo nel 1953, e l’Istria. Perse qualche comune delle alpi marittime, che finì in territorio francese. Perse l’isola di Saseno, che divenne albanese e le isole del Dodecanneso nel Mar Egeo, tra cui Rodi e Kos. Perse la Libia, l’Eritrea e la Somalia. E perse pure una fetta di Gorizia, che secondo i complicati calcoli dei burocrati al tavolo delle trattative, avrebbe dovuto essere pari ai tre quinti del territorio comunale e comprendere il 15% della popolazione. Pare che quegli stessi burocrati ci avessero messo qualche mese a calcolare al millimetro dove sarebbe dovuta passare la linea di confine, affinché rispettasse le condizioni dell’accordo. Quel giorno la signora Pina Zoff scoprì che la sua fattoria era stata sacrificata sull’altare della geopolitica: lei e la casa dove viveva coi figli erano italiani, di Gorizia. La stalla, le mucche, erano jugoslave, di Nova Gorica. L’orto era metà italiano e metà jugoslavo, invece. Verde come i dollari, la lattuga, rossi come la bandiera, i pomodori.

A Gorizia la bora soffia talmente forte che si dice faccia diventare matti. Ma il muro di calcestruzzo e filo spinato che divide la città in due non è che l’ultima follia che i goriziani dovettero sopportare in quello scorcio maledetto di Novecento tra il 1914 e il 1945. Undici battaglie, una dopo l’altra, una più sanguinosa dell’altro, fecero del piccolo centro alle pendici del monte Sabotino e all’incrocio tra l’Isonzo e il Vipacco, la città più odiata dai soldati, fossero essi italiani o austriaci, fascisti o comunisti. Per dire, nella sola battaglia di Gorizia del 9 e 10 agosto del 1916 persero la vita quasi centomila persone, su ambo i fronti. Fu quella la prima vittoria militare italiana dai tempi del Risorgimento, primo e unico grande successo del generale Luigi Cadorna, che entrò trionfalmente in una città di macerie, città-santa per il poeta-soldato Vittorio Locchi, città-vittima per la contro epopea austriaca di Alice Schalek. Fu in quell’occasione che venne composta la canzone “O Gorizia tu sei maledetta” – “per ogni cuore che sente coscienza”, continuava la canzone – il primo vero inno anti-militarista italiano, talmente diffuso tra i militari al fronte che chiunque fosse stato scoperto a cantarlo, sarebbe stato incriminato per disfattismo, e poi fucilato. La maledizione non cessò di produrre i suoi effetti, tuttavia: Gorizia tornò austriaca solo un anno dopo, dopo la battaglia di Caporetto dell’ottobre del 1917, e tornò di nuovo italiana il 7 novembre del 1918. Diventata provincia nel 1919, fu soppressa nel 1923, quando il regime fascista si rese conto che la popolazione era prevalentemente slovena, e per di più comunista. Vent’anni dopo, a seguito dell’armistizio italiano dell’8 settembre del 1943, Gorizia fu teatro del primo scontro tra ex alleati, italiani e tedeschi, che la conquistarono dopo una battaglia di ventisei giorni. I partigiani del nono corpo sloveno se la ripresero nel 1945 e la tennero per quaranta terribili giorni, abbastanza per far sparire 665 persone, oppositori del regime di Tito, o anche solo sospettati di esserlo. Poi arrivarono gli americani. Quel 17 settembre del 1947, Gorizia la maledetta cambiò per le settima volta padrone, in poco più di trent’anni. Quella volta, però, gliene toccarono in sorte due.

Ogni famiglia di Gorizia ha aneddoti che ricordano quella surreale divisione, che non risparmiò nemmeno i malati e i morti, l’ospedale e il cimitero di Merna. Chiunque ricorda un antenato, o un amico, o un conoscente cui fu chiesto dai soldati di Sua Maestà da che parte della Cortina di Ferro volesse stare, per evitare di dividergli la casa in due. A essere tagliata come una mela, una per tutti, fu invece piazza della Transalpina, una delle piazze più grandi della città giuliana. Di qua, in Italia, il centro storico. Dì la, in Jugoslavia la storica stazione della Ferrovia Transalpina, per l’appunto, un elegante e imponente edificio asburgico da cui partivano e arrivavano i treni che da Vienna portavano a quella che l’imperatrice Maria Teresa aveva ribattezzato sua città diletta. La Nizza d’Austria, la chiamavano nella Capitale dell’impero, per il clima mite, per i suoi vini, per la sua nobiltà, per il suo essere crocevia di culture e mercato di scambi, capoluogo di una provincia unitaria che andava da Caporetto fino a Postumia, sulla strada per Lubiana. Un po’ italiana, un po’ austriaca, un po’ slava. Fu inaugurata il 16 gennaio del 1906, quella stazione e nessuno si sarebbe aspettato quanta storia l’avrebbe attraversata, nel giro di soli quarant’anni. Nessuno, di sicuro, se la sarebbe figurata come la videro i goriziani in quei giorni del 1947, ornata di una gigantesca stella rossa e di una scritta che diceva noi costruiamo il socialismo”.

E in effetti c’era molto da costruire a Nova Gorica, di là dal muro di filo spinato e calcestruzzo che aveva diviso la città. La Nuova Gorizia jugoslava, di fatto, non esisteva. Una grande impresa di pionierismo socialista, per il regime di Tito. Un incubo, per gli italiani rimasti intrappolati di là dal muro, contadini senza acquirenti, mercanti senza mercati, trasportatori senza merci, goriziani senza Gorizia. O come Gregorio, il malinconico maestro elementare rimasto intrappolato di là dal confine, raccontato da Roberto Covaz, storico giornalista del Piccolo di Trieste, uno dei più acuti narratori di quel frattale mitteleuropeo incastrato sul confine della Guerra Fredda: “Gregorio era un maestro elementare e insegnava a Savogna – racconta Covaz – A trent’anni suonati, Gregorio non era sposato, non aveva figli e nemmeno la fidanzata. O, meglio, la fidanzata ce l’aveva, ma pure quella era rimasta di là. Il maestro, sei anni prima, era giunto a Gorizia dalla sua terra d’origine, l’Abruzzo. Che il regime fascista declinava al plurale, gli Abruzzi, per la solita mania di grandezza imperiale. Forse per lo stesso motivo le regioni del Nordest venivano indicate come Venezia Euganea, Venezia Tridentina e Venezia Giulia. Slogan più che nomi. Proprio nella Venezia Giulia il neo-maestro aveva trovato lavoro. Il regime agevolava l’invio di insegnanti da tutte le parti d’Italia in queste terre di confine. Meglio se provenivano dal Meridione. Il loro compito era di italianizzarle, come si diceva allora. Semplicemente, si voleva cancellare ogni elemento non italiano.

Così, decine e decine di maestri avevano trovato una cattedra nei paesi della valle del Vipacco, nell’alta valle dell’Isonzo, territori allora in provincia di Gorizia e dove la componente slovena, e di conseguenza la lingua, era maggioritaria da sempre. Senza costituire una minaccia per nessuno. Anzi, era un arricchimento la commistione di tante culture e tradizioni: l’italiana, la slovena, la tedesca e la friulana. L’impero austro-ungarico l’aveva ben compreso e aveva governato a lungo e senza tanti problemi. I maestri italiani, come li avevano astiosamente battezzati le popolazioni slovene, erano stati incentivati ad accettare destinazioni lontane con l’attribuzione gratuita da parte dello Stato di un anno di contribuzione ogni cinque effettivamente svolti. Sarebbero andati in pensione molto prima degli altri colleghi. Quando giunse a destinazione, il maestrino Gregorio ignorava ovviamente dove si trovasse esattamente Savogna. Era il settembre del 1944 e, nonostante il tepore estivo, aveva avvertito un’accoglienza molto fredda”. Della Nizza d’Austria, clima a parte, non rimaneva più nulla.

Faceva caldo, molto caldo, anche nell’estate dell’appuntamento, quella del 13 agosto 1950. Siamo appena entrati nella seconda metà del Novecento, quella di pace e prosperità, ma ancora non si sono spenti del tutto i fuochi della prima. Ci vorranno ancora quattro anni prima che Trieste torni italiana. Cinque, prima che l’Italia sia accettata come membro delle Nazioni Unite. La guerra è una ferita ancora aperta per Gorizia la maledetta, e i ​graniciar​ che presidiano il muro in piazza della Transalpina, promettendo pallottole in fronte a chi provasse ad attraversare il muro senza prepustnica​, lo ricordano ogni giorno ai goriziani, soprattutto agli abitanti di Nova Gorica, soprattutto italiani, che vorrebbero tornare di là. È anno santo, il 1950, e Papa Pio XII l’aveva definito in un discorso trasmesso da Radio Vaticana come “l’anno del gran ritorno”: «Il vecchio Padre della parabola evangelica attende ansioso, sulla soglia della Porta Santa, che il figlio traviato ritorni contrito», aveva detto. Contrizione a parte, le autorità jugoslave prendono in parola il Santo Padre. E decidono, per un giorno, di concedere ai goriziani dalla parte sbagliata del muro di ricongiungersi con i propri cari: “Avevo otto anni – racconta Diodato “Darko” Bratina, sociologo e teorico del cinema italiano di etnia slovena, che sarà parlamentare tra il 1992 e il 1997 per il Partito Democratico della Sinistra -. Al mattino presto arrivò a casa la notizia che in giornata sarebbe stato possibile incontrare i parenti che non vedevamo ormai da tre anni (…) quando improvvisamente il confine ci separò”.

Il padre di Darko Bratina ha un fratello a Nova Gorica. Prende per mano il figlio e corre verso al valico di Casa Rossa, nella speranza di poterli incontrare entrambi. Il muro non era un muro, in realtà, ma una serie di cavalli di Frisia in legno, avviluppati da matasse di filo spinato. E la Casa Rossa non era né la sede del partito o di una qualche polizia segreta, ma perché era il nome della trattoria un tempo ospitata dalla palazzina color terracotta che dal 1947 era diventata sede della polizia di frontiera, una trattoria famosa per il suo pappagallo parlante che sapeva imitare la voce degli avventori, slavi e italiani: “Arrivati a Casa Rossa ci trovammo in mezzo a un mare di gente composta e silenziosa come fosse in attesa di un rito inedito – racconta ancora Darko Bratina -. Ci mettemmo in fila davanti ad un improvvisato ufficio di polizia dove bisognava dare i propri nomi ed i nomi dei parenti che si presumeva si sarebbero presentati al di là del confine. Dopo una lunga attesa in fila l’operazione venne espletata. A quel punto ci spostammo in mezzo alla folla per un’attesa ancora più lunga, l’attesa della chiamata che era tutt’altro che sicura. parecchie ore dopo, ormai stanchi per il pesante caldo estivo e con l’angoscia di dover tornare a casa a mani vuote, ecco che l’agente di polizia, che di tanto in tanto usciva dall’ufficio per chiamare ad alta voce i “fortunati”, pronunciò anche i nostri nomi, segno certo che di là c’era qualcuno ad aspettarci”.

Furono loro, Darko Bratina e suo padre, a varcare la frontiera, nell’unico punto in cui il filo spinato era stato sostituito da un grande cordone di canapa. E fu sotto un cavalcavia ferroviario che le famiglie, per qualche momento ricostituite, si abbracciavano e si scambiavano dei piccoli doni. Il tempo concesso era pochissimo, perché bisognava lasciare spazio ad altri abbracci, ad altre emozioni: “Ritornammo di qua, ma lentamente – ricorda Darko Bratina -. Ci fermammo in trattoria per dissetarci e forse per restare là un po’ di più con la segreta speranza, chissà, di un possibile replay dell’incontro. Commentammo con altri questa situazione così disumana nelle forme ma umanissima nella sostanza, quasi a voler prolungare con altri il colloquio con i parenti troppo bruscamente interrotto”. Erano le due del pomeriggio, e Darko Bratina e suo padre erano ancora lì, alla Casa Rossa, quando le voci, di là dal confine cominciarono a crescere poco a poco, sempre di più, fino a trasformarsi in un boato umano accompagnato dal rumore di una moltitudine di scarpe che correvano sul selciato, dalla Casa Rossa verso la città: “Si capì immediatamente che il confine era stato forzato dalla massa accaldata delle persone dell’uno e dell’altro versante, in modo del tutto spontaneo – ricorda Bratina – Le rispettive zone confinarie furono letteralmente invase. Le forze dell’ordine si erano rivelate del tutto insufficienti e inadeguate per bloccare una marea di gente così imponente. Il confine era stato rifiutato, rigettato e negato con una pacifica invasione. Che atto di civiltà nel pieno della Guerra fredda! Oggi potremmo dire di aver allora assistito alla caduta del “muro di Berlino” prima della sua stessa erezione”.

Darko Bratina e il padre cercarono nuovamente i loro parenti in quella folla, per abbracciarli di nuovo, ma quella massa che da Nova Gorica correva verso Gorizia non cercava abbracci, ma negozi. E nonostante fosse domenica, i negozi aprirono le loro porte a quella clientela assente da tre anni, come fosse un evento “In quella assolata domenica d’agosto in pieno pomeriggio miracolosamente rifiorì, seppur per poche ore soltanto, l’antico e naturale commercio della città – racconta Bratina – In contemporanea, al di là del confine, l’abbiamo saputo poi dopo, si riempirono le trattorie ed i tradizionali luoghi delle escursioni domenicali dei goriziani. Nei negozi gli scambi, per mancanza di moneta, avvennero spesso in natura: uova, burro, grappa o qualche gallina contro utensili, caffè… e tante scope di saggina, merce in quel periodo chissà perché molto rara nel giovanissimo paese realsocialista”. Vero sera, al calar del sole – conclude Braina – ritornammo ancora nel centro della città osservando lunghe file di persone che ordinatamente tornavano verso Casa Rossa. Di tanto in tanto dalle file spuntavano delle scope ben tenute sulle spalle. Il tutto senza il minimo incidente”. Per tutti, quella domenica di agosto, la domenica dell’appuntamento, sarà ricordata come la domenica delle scope: quella in cui per una giornata almeno, il muro di filo spinato è stato spazzato via. Quello in cui, quando ancora mancavano quarant’anni alla fine della Guerra Fredda, la Cortina di Ferro aveva smesso di esistere.

La Storia prosegue come nulla fosse successo, dal giorno dopo, come se quella domenica sia stata una strana e isolata parentesi. Il 13 di agosto del 1961, esattamente undici anni dopo la domenica della scope, il regime della Repubblica Democratica Tedesca decise di costruire un Muro del tutto simile a quello di Gorizia, per cingere l’enclave di Berlino Ovest dentro la Germania Est ed evitare fughe verso Occidente di scienziati, medici, professionisti, che nel decennio precedenti erano scappati a milioni. Il 9 novembre del 1989 quel Muro a Berlino cade, trascinando con se l’utopia socialista dell’Europa dell’est. Il 15 agosto del 1991, quarantun anni e due giorni dopo la domenica delle scope i carri armati del golpe contro Gorbaciov e la reazione dei moscoviti guidati da Boris Eltsin faranno crollare l’Unione Sovietica come un castello di carte. Pure la Jugoslavia cesserà di esistere, l’anno successivo, e il muro di Gorizia diventerà confine tra italiani e sloveni, rimanendo un simulacro della guerra fredda che fu fino a quell’11 febbraio del 2004, in cui si festeggerà l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea e Gorizia e Nova Gorica, pur continuando a esistere come due città in due diversi stati, si ritroveranno unite e libere, come non accadeva da quella domenica del 1950.

Oggi Gorizia è una città diversa. Il confine lo varcano soprattutto gli italiani, verso est, per divertirsi e lavorare nella Nova Gorica un tempo titina, diventata la più classica delle città del capitalismo globalizzato, con grattacielo in costruzione, un ateneo pieno di docenti stranieri e giovani poliglotti, piste ciclabili, scuole d’eccellenza, banda larga ovunque e divertimento a ogni ora. A ovest, in Italia, rimangono i pensionati e arrivano i migranti della rotta balcanica, in cerca di un passaggio verso l’Europa Occidentale, così come un tempo era il ventre molle della Cortina di Ferro, il passaggio più semplice per i cittadini in fuga dall’Europa dell’Est. È per loro, per impedirne l’accesso, che il governatore Fedriga e il ministro dell’interno Salvini, entrambi leghisti, vorrebbero costruire un nuovo muro tra Italia e Slovenia, per non far entrare, là dove non si voleva far uscire, ignari dello stupore di Pina, degli occhi tristi di Gregorio, del pianto strozzato di Darko e di suo padre, delle tante piccole storie che fanno la Storia. Maledetta, sì. Ma solo per chi non impara mai.

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