Donald Trump stringe la mano al capo dello stato maggiore congiunto Mark Milley (AP Photo/Carolyn Kaster)
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  • martedì 8 Ottobre 2019

I litigi sulla Siria nel governo Trump

Per la seconda volta in nove mesi il presidente ha cercato di ritirare gli Stati Uniti dalla guerra siriana contro il parere del dipartimento della Difesa, tra gli altri

Donald Trump stringe la mano al capo dello stato maggiore congiunto Mark Milley (AP Photo/Carolyn Kaster)

Lunedì sera il governo statunitense ha fatto mezzo passo indietro sul ritiro dei soldati americani dal nordest della Siria, annunciato il giorno precedente dal presidente Donald Trump. La notizia del ritiro – apparentemente deciso per permettere alla Turchia di invadere il nordest della Siria, cacciare i curdi siriani e creare una specie di “zona cuscinetto” al confine turco siriano – era stata accolta da moltissime critiche: analisti, esponenti del Partito Repubblicano e membri dello stesso governo Trump avevano accusato il presidente di «tradimento» nei confronti dei curdi siriani, che per anni avevano aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS.

Lunedì sera il dipartimento della Difesa, guidato da Mark Esper, sembra avere fatto mezzo passo indietro, una specie di correzione in corsa della decisione di Trump: ha chiarito che il ritiro riguarderà solo una piccola parte dei soldati americani presenti in Siria e ha specificato di «non appoggiare un’operazione nel nord della Siria» da parte della Turchia, come invece era sembrato a tutti dall’annuncio della Casa Bianca 24 ore prima.

Alcuni membri del governo, soprattutto nel settore della sicurezza nazionale e all’interno del dipartimento di Stato, hanno raccontato in forma anonima ai giornali americani che non erano stati messi al corrente da Trump della decisione sul nordest della Siria prima che fosse resa pubblica. In diversi hanno sostenuto che Trump si sarebbe fatto influenzare di nuovo da un leader straniero – questa volta il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, con cui domenica Trump aveva avuto una conversazione telefonica – e che avrebbe ignorato le opinioni dei propri esperti sulla strategia da usare in Siria. Lunedì, dopo ore di critiche, lo stesso Trump aveva apparentemente voluto ridimensionare la propria decisione, pubblicando su Twitter un messaggio sconnesso nel quale sosteneva che se la Turchia avesse superato un certo limite (non è chiaro quale) lui avrebbe distrutto completamente l’economia della Turchia.

Come hanno sottolineato i giornalisti Helene Cooper e Eric Schmitt sul New York Times, è la seconda volta in nove mesi che il dipartimento della Difesa e altri settori del governo cercano di mettere una pezza ad alcune dichiarazioni del presidente che potrebbero provocare conseguenze gravi e rischiose per la strategia statunitense in Siria.

Era già successo una prima volta nel dicembre 2018, quando la Casa Bianca aveva annunciato il ritiro dei soldati statunitensi dalla Siria, sostenendo che lo Stato Islamico (o ISIS) era stato sconfitto e che quindi la presenza americana nel paese non aveva più alcun senso. Anche in quel caso, l’annuncio era stato accolto tra lo stupore e l’incredulità di amici e avversari ed era stato criticato da molti, tra cui diversi esponenti dell’amministrazione e politici Repubblicani. E anche in quel caso, era stato seguito da una specie di correzione in corsa: l’allora consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, aveva specificato alcune condizioni per il ritiro, ammettendo che l’ISIS non era stato ancora sconfitto del tutto e specificando che la priorità degli Stati Uniti era proteggere i curdi siriani da un’eventuale offensiva militare turca nel nordest della Siria.

Domenica Trump è tornato a mostrare la sua insofferenza per l’impegno militare statunitense in Siria. Con una decisione improvvisa, ha annunciato la fine della protezione americana nei confronti dei curdi, una mossa con molte conseguenze potenzialmente disastrose, sia per la reputazione degli Stati Uniti agli occhi dei propri alleati, sia per il rischio di un ritorno dell’ISIS in Siria.

Nonostante il mezzo passo indietro del dipartimento della Difesa, ha scritto il New York Times, ora per gli Stati Uniti sarà difficile opporsi a una eventuale offensiva militare turca in Siria, soprattutto considerato che la Turchia è un alleato importante degli americani e un paese membro della NATO. Sarà inoltre più difficile per il dipartimento della Difesa e la sicurezza nazionale continuare a forzare la mano in Siria, cioè usare i ristretti margini di manovra lasciati dalle decisioni improvvise di Trump per proseguire nella strategia precedente, quella di evitare un ritorno dell’ISIS collaborando strettamente con i curdi siriani.