Sérgio Moro, a sinistra, e Jair Bolsonaro (AP Photo/Victor R. Caivano)
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  • domenica 11 agosto 2019

Lula fu condannato per motivi politici?

Ci sono prove che magistrati e giudici brasiliani si misero d'accordo per escluderlo dalle elezioni poi vinte da Bolsonaro, e la destra sta accusando il giornale che le ha pubblicate

Sérgio Moro, a sinistra, e Jair Bolsonaro (AP Photo/Victor R. Caivano)

Lo scorso giugno The Intercept, un sito di news fondato dal giornalista investigativo statunitense Glenn Greenwald, ha pubblicato un’enorme inchiesta sul più grande scandalo di tangenti della storia del Brasile, chiamato “Car Wash“, che tra le altre cose aveva portato all’arresto dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. L’inchiesta si basa su una grandissima quantità di documenti riservati, che una fonte ha fatto arrivare a The Intercept: per questo oggi il dibattito in Brasile riguarda sia il contenuto dell’inchiesta, secondo cui il caso giudiziario fu pilotato per motivi politici, sia la possibilità che l’attuale governo brasiliano decida di punire The Intercept per la pubblicazione degli articoli se non addirittura prendersela direttamente con Greenwald, che vive in Brasile.

La condanna contro Lula era stata importante anche perché gli aveva impedito di candidarsi alle ultime elezioni – quelle poi vinte dal radicale di destra Jair Bolsonaro, alla fine del 2018 – in un momento in cui i sondaggi lo davano come favorito. Secondo The Intercept uno dei più importanti giudici incaricati di seguire il processo, Sérgio Moro, avrebbe aiutato i magistrati dell’accusa a mettere in piedi il caso contro Lula, nonostante il suo ruolo imparziale non lo permettesse. L’obiettivo sarebbe stato estromettere Lula dalle elezioni del 2018, aprendo la strada alla vittoria di Bolsonaro. Oggi Moro è il ministro della Giustizia nel governo di Bolsonaro.

L’inchiesta di The Intercept si basa su una grande quantità di materiali e documenti forniti da una fonte anonima: chat private, registrazioni audio e video, foto, documenti processuali e molto altro. Le informazioni sono state verificate anche da altri giornali, tra cui Folha de S. Paulo (il più grande quotidiano brasiliano), Veja (magazine conservatore) e País Brazil (l’edizione brasiliana del principale quotidiano spagnolo), che hanno confermato la loro autenticità.

Nei documenti ottenuti dalla fonte anonima, ha scritto The Intercept, emergono diverse conversazioni tra il giudice Sérgio Moro e Deltan Dallagnol, il capo del gruppo di magistrati brasiliani che si stava occupando dello scandalo, e in particolare delle indagini per corruzione contro Lula. In diverse conversazioni private tra i due, Moro diede consigli a Dallagnol per imbastire il caso contro Lula, «superando le linee etiche che definiscono il ruolo di un giudice», ha scritto The Intercept, tanto in Brasile come in molti altri paesi del mondo. L’analisi delle conversazioni tra Dallagnol e gli altri magistrati ha inoltre sollevato un’altra questione, legata alla qualità delle prove contro Lula: in una chat di gruppo, Dallagnol esprimeva diversi dubbi sulla solidità di due elementi considerati fondamentali per l’impianto accusatorio, senza i quali probabilmente il caso si sarebbe sgonfiato.

Un altro episodio molto controverso, che secondo le conclusioni di The Intercept mostrerebbe in maniera evidente la “politicizzazione” dei magistrati coinvolti nel caso, risale al settembre 2018, a dieci giorni dal primo turno delle ultime elezioni presidenziali brasiliane, quando la Corte Suprema diede l’autorizzazione a un giornalista di Folha de S. Paulo di intervistare Lula in prigione.

Subito dopo la decisione della Corte Suprema, ha scritto The Intercept, i magistrati cominciarono a discutere in una chat privata di Telegram su come bloccare e ribaltare la decisione della Corte. Alcuni di loro dissero chiaramente che il motivo che li spingeva a bloccare l’intervista a Lula era evitare una nuova vittoria elettorale del Partito dei Lavoratori, il partito di Lula e di Dilma Rousseff, presidente dal 2011 al 2016. Laura Tessler, una dei magistrati, scrisse: «Una conferenza stampa prima del secondo turno potrebbe aiutare l’elezione di [Fernando] Haddad», riferendosi al politico che il Partito dei Lavoratori aveva candidato per sostituire Lula. The Intercept ha scritto che i magistrati passarono tutto il giorno a inventarsi strategie per bloccare l’intervista a Lula, o per lo meno per renderla meno efficace, per esempio chiedendo che venissero intervistati anche tutti gli altri detenuti.

Quella sera i magistrati vennero a sapere che un partito di estrema destra chiamato Novo (“Nuovo” in italiano) aveva fatto ricorso contro la decisione della Corte Suprema, aprendo un procedimento interno piuttosto complicato. Nella chat vista da The Intercept, i magistrati celebrarono la notizia, scrivendo cose come «lol» e ringraziando Novo. Alla fine l’intervista non si fece. Queste conversazioni sono ancora più rilevanti se si considera che per molto tempo i magistrati e i giudici che si occuparono del processo a Lula furono accusati di avere interessi politici, circostanza da loro sempre negata in maniera categorica.

Le polemiche andarono avanti anche dopo le elezioni, soprattutto quando il presidente Bolsonaro offrì al giudice Sérgio Moro – quello che aveva pronunciato la condanna a Lula, impedendogli di partecipare alle elezioni – il posto da “super ministro della Giustizia”, un incarico con enormi poteri che era stato creato per la prima volta proprio da Bolsonaro.

Moro ha risposto con un comunicato alla ricostruzione di The Intercept, lamentando tra le altre cose di non essere stato contattato prima della pubblicazione dell’inchiesta – «contrariamente a quanto prevede la regola basica del giornalismo» – e sostenendo che i messaggi pubblicati non mostrassero alcuna anomalia nei suoi comportamenti da magistrato, nonostante fossero stati presi fuori contesto.

L’inchiesta pubblicata da The Intercept ha provocato un ampio dibattito in Brasile e anche parecchi problemi a Glenn Greenwald, giornalista che nel 2014 vinse il premio Pulitzer per le inchieste basate sui documenti sottratti al governo statunitense da Edward Snowden.

A luglio, un mese dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Greenwald è stato chiamato a testimoniare di fronte al Congresso brasiliano, subendo attacchi molto duri da diversi membri del partito di estrema destra del presidente Bolsonaro, che volevano conoscere l’identità della sua fonte. Greenwald, che è un cittadino statunitense sposato con un uomo brasiliano, è stato oggetto di insulti omofobici e xenofobi, e a un certo punto l’hashtag #DeportGlennGreenwald è diventato virale su Twitter. O Antagonista, sito brasiliano di destra, ha scritto che la polizia federale brasiliana, ora sotto il comando di Sérgio Moro, stava facendo delle indagini sulla situazione finanziaria di Greenwald, notizia negata dalle autorità. Greenwald è stato attaccato ripetutamente anche dal presidente Bolsonaro, che ha sostenuto che pubblicando quel materiale i giornalisti di The Intercept avessero commesso un crimine.

Le accuse a Greenwald si sono basate per lo più sulla questione della provenienza del materiale ottenuto dal suo giornale.

Greenwald ha sempre sostenuto di avere ricevuto le informazioni da una fonte anonima, di cui non conosceva l’identità, e di avere valutato insieme ai suoi colleghi – e ai colleghi di altri giornali – la rilevanza e l’autenticità delle informazioni. In Brasile, così come in altri paesi, la Costituzione protegge la libertà di espressione e impedisce al Congresso di scrivere leggi che la limitino. Nel 2009, inoltre, la Corte Suprema brasiliana revocò una legge introdotta negli anni della dittatura che imponeva pene molto severe per i giornalisti, tra cui il carcere. La Corte riconobbe il diritto dei giornalisti di pubblicare informazioni di pubblico interesse nonostante la loro origine: in altre parole, per la legge brasiliana l’atto di intercettare informazioni riservate – illegale – e l’atto di pubblicarle su un giornale – legale – sono due cose distinte. Sembra quindi molto improbabile che Greenwald possa essere perseguito penalmente per la pubblicazione dell’inchiesta su “Car Wash” e Lula.

Il 24 luglio, comunque, la polizia federale brasiliana ha arrestato quattro persone con l’accusa di avere hackerato un migliaio di cellulari di funzionari governativi brasiliani, tra cui quello di Sérgio Moro. Uno di loro, ha detto GloboNews TV, ha confessato di avere passato le informazioni sottratte a Greenwald, senza chiedere niente in cambio, motivato dal successo dell’inchiesta che nel 2014 fece vincere al giornalista un premio Pulitzer.

L’inchiesta di The Intercept non sembra avere prodotto conseguenze troppo rilevanti sul governo di Bolsonaro, che è in crisi di consensi da tempo, anche se ha danneggiato l’immagine di Sérgio Moro, che con le indagini sullo scandalo “Car Wash” era diventato una specie di eroe nazionale. Nei giorni successivi alla pubblicazione dell’inchiesta, l’importante sito di news brasiliano Exame ha chiesto le dimissioni di Moro. Folha de S. Paulo ha scritto che le possibilità di Moro di essere nominato giudice della Corte Suprema, prima molto alte, ora sono «prossime allo zero».

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