Spencer Platt/Getty Images
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  • sabato 3 agosto 2019

Il metodo degli Alcolisti Anonimi è obsoleto?

Fu elaborato negli anni Trenta e si basa su un approccio senza mezze misure, ma nel frattempo abbiamo capito che l'alcolismo è una questione molto più complessa

Spencer Platt/Getty Images

L’associazione degli Alcolisti Anonimi esiste dagli anni Trenta, è presente in più di 170 paesi (anche in Italia) e dice di avere almeno un milione e mezzo di membri, anche se è un numero difficilmente misurabile. Il suo metodo si basa sull’aiuto reciproco tra pari e su una serie di incontri e passi da fare per “liberarsi” dalla dipendenza da alcol. I principi generali dell’approccio e i punti fondamentali del programma furono scritti in un libro pubblicato nel 1939, che da allora non è cambiato granché. Nel frattempo però nel mondo e nella scienza sono cambiate molte altre cose, e oggi ci sono diverse ragioni per credere che il metodo degli Alcolisti Anonimi sia obsoleto, oltre che dall’efficacia non misurabile.

L’associazione di autoaiuto degli Alcolisti Anonimi fu fondata nel 1935, due anni dopo la fine del Proibizionismo, in Ohio. Il fondatore fu l’ex alcolista Bill Wilson, che quattro anni dopo fu anche il principale autore di Alcoholics Anonymous, il libro che raccontava la storia di come “migliaia di uomini e donne erano guarite dall’alcolismo”. Per via della carta spessa da cui era composto divenne fin da subito noto come “The Big Book”, il Grande Libro. I dettami del Grande Libro dicono che per uscire dall’alcolismo bisogna rinunciare totalmente e per sempre all’alcol e che per riuscire a mantenersi sobri bisogna seguire 12 passaggi, quattro dei quali menzionano Dio.

Nel mondo l’associazione ha varie regole e configurazioni giuridiche: in Italia è una associazione di promozione sociale, autofinanziata e autorganizzata. Un responsabile italiano dell’associazione ha spiegato che «i circa 450 gruppi, ognuno frequentato in media da una decina di alcolisti, si sostengono unicamente con i contributi volontari degli alcolisti anonimi» ed «evitano di farsi ospitare gratuitamente» dalle strutture in cui si tengono le riunioni. Le famose riunioni in cui ognuno si aiuta a vicenda raccontando la propria storia, con la possibilità dell’anonimato, sono solo una parte del processo verso la sobrietà. L’anonimato è garantito anche dal fatto che per partecipare agli incontri basta andarci, senza iscriversi a nulla o segnare il proprio nome su qualche foglio o documento.

Una delle più approfondite critiche nei confronti degli Alcolisti Anonimi fu scritta nel 2015 da Gabrielle Glaser, in un articolo dell’Atlantic che fin dal titolo parlava di «irrazionalità». Glaser scrisse che subito dopo gli anni Trenta l’associazione degli Alcolisti Anonimi aveva avuto successo perché «aveva colmato un vuoto che c’era nel mondo medico, che al tempo sapeva pochissimo su chi beveva troppo alcol», perché diceva alle persone che il loro alcolismo era «una malattia che li rendeva deboli di fronte all’alcol» e che bastava un percorso morale e spirituale per “guarire” e uscirne più forti di prima. Gli Alcolisti Anonimi offrivano quindi una sorta di alibi e proponevano una chiara via d’uscita da un problema che affliggeva sempre più persone. Glaser scrisse: «La storia degli Alcolisti Anonimi è la storia di come un approccio di cura prese piede prima ancora che esistessero altre opzioni, prendendo posto nella coscienza collettiva ed escludendo decine di altri metodi più nuovi che, nel frattempo, hanno dimostrato di funzionare meglio». In altre parole, secondo Glaser molte persone continuano a usare un metodo obsoleto solo perché è famoso, ed è così famoso che non ci si accorge di quanto sia obsoleto.

Secondo chi lo critica, il primo segno di quanto sia obsoleto il metodo degli Alcolisti Anonimi sta proprio nel fatto che si faccia fatica a dimostrarne l’efficacia. Visto che l’associazione non prevede iscrizioni, è impossibile fare successivi controlli su come sta – dopo un mese, un anno o dieci anni – chi vi ha partecipato. Quindi ci si deve basare su studi e statistiche che però sono sempre molto parziali. Qualcuno dice che il metodo funziona per una persona su tre, qualcun altro per meno di una persona su dieci. Ma è anche difficile definire quando si possa parlare di un metodo funzionante: se un ex alcolista beve un bicchiere di vino al pranzo della domenica, il metodo ha funzionato oppure no? E se ne beve tre al pranzo di Natale? Cos’è una ricaduta? Quante ricadute sono ammesse prima di parlare di nuovo di alcolismo e dipendenza?

Non potendo dimostrare l’inefficacia del metodo, nel 2006 Cochrane Collaboration, un gruppo di ricerca che si occupa di salute e medicina, analizzò diversi studi fatti a partire degli anni Sessanta e arrivò alla conclusione che «nessuno studio sperimentale dimostrava inequivocabilmente l’efficacia dell’approccio degli Alcolisti Anonimi nel ridurre la dipendenza da alcol o i problemi dovuti al suo consumo». Glaser citò anche una «meticolosa analisi delle cure», pubblicata nell’Handbook of Alcoholism Treatment Approaches, in cui l’approccio della Alcolisti Anonimi veniva ritenuto il 38° in ordine di efficacia, su 48 metodi analizzati.

Studi a parte, chi critica gli Alcolisti Anonimi sostiene che l’associazione abbia un approccio binario fatto di bianchi e neri, alcolisti e non alcolisti che, come scrisse Glaser, «offre una singola strada per la guarigione: una totale astinenza dall’alcol». Non prevede zone grigie, vie di mezzo o mediazioni, e sebbene all’inizio fu concepito solo per le dipendenze più gravi è poi stato applicato anche ad altre dipendenze meno intense. Ed è oggettivamente strano che problemi diversi possano risolversi in modo identico, con un unico metodo, elaborato prima della Seconda guerra mondiale per offrire una soluzione a un problema su cui nel frattempo si sono capite molte altre cose.

Ancora più che gli studi, raccontati da diversi anni in svariati articoli di volta in volta pubblicati, diversi critici sostengono che per dire che il metodo degli Alcolisti Anonimi sia obsoleto basta un dato di fatto: il metodo risale agli anni Trenta, quando ancora sapevamo pochissimo di come funzionava il nostro cervello. Nel frattempo abbiamo capito molte altre cose, anche a livello biologico, sull’alcol; ma il metodo degli Alcolisti Anonimi è rimasto sempre uguale. Oggi sappiamo che spesso c’è un legame tra alcolismo e salute mentale, che in molti casi di alcolismo non c’è una vera dipendenza dalla sostanza e che esistono sostanze che possono aiutare nel ridurre la voglia di bere alcol. Il problema, scrisse Glaser, è che «niente nell’approccio dei 12 passi si basa sulla scienza moderna».

Elio V., responsabile operativo del Comitato esterno dell’associazione, spiega che negli Alcolisti Anonimi ci sono i cosiddetti «fiduciari» e che «di solito si tratta di medici o professionisti» che sono «amici qualificati che entrano a far parte dell’associazione pur non avendo un problema con l’alcol». Il responsabile spiega anche che l’associazione ha «come scopo esclusivo il recupero dell’alcolista» e quindi, per esempio, non vuole farsi «portatrice di alcuna politica legislativa sulla prevenzione dall’alcolismo» o prendere posizione «né pro né contro gli alcolici e le loro modalità di consumo». Precisa inoltre che l’attività dell’associazione non è «un’attività di carattere professionale» e che quindi non intende esprimersi su «questioni mediche», invitando gli interessati a «rivolgersi agli esperti del settore che sul punto hanno la dovuta competenza». Il responsabile ci tiene però a precisare di ritenere l’approccio degli Alcolisti Anonimi «compatibile – o comunque non in contrasto – con qualunque altro metodo o terapia».

C’è poi il fatto che gran parte dell’approccio degli Alcolisti Anonimi sia, se non religioso, comunque spirituale. Che si limiti cioè a proporre la relazione con se stessi, oltre a quella con gli altri, per un problema che in molti casi richiederebbe assistenza e competenza medica. Un anno fa la giornalista Maia Szalavitz, autrice del libro Unbroken Brain, sulle dipendenze da diverse sostanze, disse a Vox: «Se la premessa è che la dipendenza sia una malattia, come può essere che le cure per quella malattia siano la confessione e la preghiera? Non è accettabile».

Un responsabile dell’organizzazione Alcolisti Anonimi contattato dal Post ha risposto a queste critiche dicendo che «l’associazione, non avendo carattere professionale, preferisce lasciare agli esperti del settore l’inquadramento scientifico dell’alcolismo», e ha aggiunto che «comunque molti di noi considerano l’alcolismo come una “malattia del corpo e dello spirito”»; «un sintomo di un disagio, di emozioni o istinti deviati, di disturbi più o meno gravi ai quali occorre porre mano per poter vivere una vita normale e serena».

Le critiche nei confronti degli Alcolisti Anonimi non significano però che il suo contributo sia sempre e totalmente inefficace, ma solo che non bisogna sceglierlo e affidarcisi completamente per il solo fatto che è più famoso o apparentemente semplice di altri. Vuol dire che bisogna sapere cosa se ne dice e tenere a mente che esistono anche altri approcci medici e scientifici.

L’Istituto superiore di sanità dispone di un numero gratuito – il Telefono Verde Alcol – da chiamare per avere informazioni sull’uso e l’abuso di alcol. Il servizio, gratuito e anonimo, è attivo dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 16. Il numero da chiamare è 800 63 2000.

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