Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez (Marcelo del Pozo/Getty Images)
  • Mondo
  • domenica 21 luglio 2019

In Spagna forse si sono sbloccate le trattative sul governo

Il leader di Podemos ha accettato di non far parte dell'esecutivo, come richiesto dal socialista Pedro Sánchez

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez (Marcelo del Pozo/Getty Images)

In Spagna sembra che i partiti progressisti si stiano lentamente avvicinando a un accordo per formare un governo, dopo che venerdì Pablo Iglesias, il leader della coalizione di sinistra spagnolo Unidas Podemos (UP), ha accettato di farsi da parte per permettere la nascita di un governo formato dal suo partito e dai socialisti del PSOE, vincitori delle elezioni spagnole tenute lo scorso aprile. Il leader designato del governo è il capo del PSOE e attuale primo ministro Pedro Sánchez, forse attualmente il più popolare leader del centrosinistra europeo.

Da aprile la Spagna è senza governo, ma dopo mesi di trattative, che la scorsa settimana sembravano poter saltare, l’annuncio di Iglesias sembra aver cambiato le cose. Il leader di UP ha accettato la condizione imposta da Sánchez, e cioè di non fare parte lui stesso del nuovo governo. Ci saranno però diversi ministri di UP, compresa Irene Montero, numero due del partito e compagna di Iglesias. I problemi, spiega El País, adesso riguardano poco il programma e molto i nomi dei ministri: e il tempo è poco.

Lunedì, infatti, comincia il dibattito parlamentare sul nuovo governo e per martedì sera è previsto un primo voto di fiducia, in cui Sánchez avrà bisogno della maggioranza assoluta di 176 seggi. Se non ci riuscirà, giovedì ci sarà un ulteriore voto in cui gli basterà la maggioranza relativa (i voti a favore dovranno essere più di quelli contrari). Se Sánchez non otterrà la fiducia neanche in questo voto, i partiti avranno altri due mesi di tempo per trovare un accordo, dopo i quali il re – capo dello stato in Spagna – dovrà sciogliere le camere e convocare nuove elezioni.

Il PSOE controlla 123 seggi in parlamento, quasi il doppio rispetto al secondo partito (quello Popolare, il PP) ma meno dei 176 necessari per avere la maggioranza. La lista a cui appartiene Podemos ne ha 42. Sánchez spera di avvicinarsi alla maggioranza convincendo anche i nazionalisti baschi e altri parlamentari indipendenti, senza i partiti indipendentisti catalani. Aveva imposto l’assenza di Iglesias dal governo come condizione per l’accordo con Podemos proprio per via delle sue posizioni vicine agli indipendentisti catalani. Domenica dovrebbero cominciare gli incontri tra i due partiti, e i socialisti sembrano molto ottimisti: la vice segretaria generale Adriana Lastra, braccio destro di Sánchez, ha detto venerdì di essere convinta che si arriverà a un accordo.

La svolta degli ultimi giorni è stata in realtà piuttosto turbolenta e imprevista: la settimana scorsa PSOE e Podemos sembravano sempre più lontani, e giovedì Sánchez era arrivato a dire che Iglesias «non difende la democrazia». A sorpresa, il giorno dopo il leader di Podemos ha accettato di farsi da parte, secondo El País avvertendo il PSOE giusto pochi minuti prima dell’annuncio.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.