Hitler e Mussolini mentre esaminano i danni nella stanza dove esplose la bomba che avrebbe dovuto uccidere Hitler, luglio 1944 (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)
  • Mondo
  • venerdì 19 luglio 2019

Il complotto contro Adolf Hitler, 75 anni fa

Il 20 luglio 1944 il dittatore scampò miracolosamente a un attentato esplosivo, organizzato da una parte dell'esercito (ma non proprio per amore della democrazia)

Hitler e Mussolini mentre esaminano i danni nella stanza dove esplose la bomba che avrebbe dovuto uccidere Hitler, luglio 1944 (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Nella tarda mattinata del 20 luglio 1944 Claus Von Stauffenberg, tenente colonnello dell’esercito nazista tedesco, si diresse al Wolfsschanze (“nascondiglio del lupo”), un grande quartier generale di Adolf Hitler che era nascosto nella foresta prussiana, dove oggi c’è la Polonia nordorientale. Il Wolfsschanze era massicciamente sorvegliato, con tre zone di massima sicurezza, e quella mattina era in programma una riunione di Hitler con l’alto comando dell’esercito, a cui Stauffenberg era invitato. Ci andò con una valigia che posò nella stanza da cui poi uscì, scusandosi. Poco dopo, la bomba che era contenuta nella valigia esplose. Stauffenberg aveva ideato ed eseguito uno degli attentati più famosi della storia, conosciuto come il “Complotto di luglio” oppure con il nome che gli diedero gli attentatori, Operazione Valchiria. Fu un fallimento.

Un po’ di contesto e gli altri attentati

Il 1944 fu l’anno in cui si capì che la Germania nazista forse avrebbe perso la guerra: a gennaio terminò l’assedio a San Pietroburgo (allora Leningrado), portato avanti dai tedeschi da quasi tre anni, poi a giugno fu liberata Roma dall’occupazione nazista e successivamente ci fu lo sbarco in Normandia degli alleati, che fu probabilmente il momento in cui gli equilibri si spostarono definitivamente. La posizione della Germania nel conflitto, però, era in bilico almeno dall’anno precedente, quando aveva sostanzialmente perso uno dei suoi maggiori alleati, l’Italia. A causa di tutto questo, e dell’atteggiamento di Hitler che non sembrava rendersi conto della gravità della situazione, il risentimento di una parte dell’alto comando tedesco – che c’era già da tempo – raggiunse nuovi livelli.

Il gruppo degli scettici, formatosi all’incirca nel 1942, era composto da generali, colonnelli e maggiori dell’esercito: tra questi c’era anche il feldmaresciallo Erwin Rommel, famoso per i suoi successi militari in Libia con gli Afrika Korps, che però era fortemente contrario all’uccisione di Hitler e non partecipò attivamente all’attentato del 20 luglio. Nel 1943 ci furono vari attentati alla vita di Hitler, tutti falliti o evitati, anche perché ormai Hitler sapeva che molti lo avrebbero voluto morto: cambiava spesso programma all’ultimo minuto, viveva al limite della paranoia e disponeva di 15 assaggiatrici, assunte per assicurarsi che il suo cibo non fosse avvelenato. Uno degli attentati, quello di Smolensk, fallì per un banale difetto del detonatore; altri a causa di imprevisti o improvvisi spostamenti degli impegni di Hitler.

Cosa successe il giorno dell’attentato

Una volta piazzata la valigia nelle vicinanze di Hitler, Stauffenberg uscì e assistette all’esplosione, alle 12.42, per essere sicuro della morte del leader nazista. Poi andò a Berlino per incontrarsi con gli altri cospiratori e completare il colpo di stato prendendo possesso del quartier generale dell’Oberkommando (l’alto comando dell’esercito). Stauffenberg, però, si sbagliava: poco prima dell’esplosione uno degli ufficiali presenti in sala spostò la valigia con un piede verso il lato più lontano del tavolo attorno al quale erano riuniti, salvando Hitler. Morirono tre ufficiali e lo stenografo della riunione, ma Hitler riportò solo un timpano perforato e ferite lievi.

La statua che ritrae Claus Von Stauffenberg al Memoriale della Resistenza tedesca, a Berlino (Sean Gallup/Getty Images)

I cospiratori sapevano che il loro piano era difficile, visto che le decine di attentati precedenti erano falliti, ma erano decisi a portarlo a termine soprattutto per dare un segnale, per rendere chiaro che non tutti i militari tedeschi erano fedeli a Hitler. Furono particolarmente sfortunati, però: se a Berlino gli altri cospiratori non avessero atteso tre ore che arrivasse in volo Stauffenberg per comunicare l’esito positivo dell’attentato, forse avrebbero potuto comunque tentare di rovesciare Hitler, nonostante fosse sopravvissuto. Prima dell’arrivo di Stauffenberg cominciarono invece a circolare le voci dell’attentato e del fatto che Hitler fosse sopravvissuto, fiaccando la risolutezza di alcuni degli ufficiali. Quando Stauffenberg arrivò, la situazione era già compromessa: il generale Friedrich Fromm, che era a conoscenza del piano dei cospiratori, ne arrestò alcuni per distanziarsene e provare la propria fedeltà, tra cui Stauffenberg. Vennero uccisi sommariamente sul posto.

Nei giorni seguenti Hitler e la polizia segreta tedesca, la Gestapo, trovarono gli altri cospiratori (circa 200) e li uccisero. Fu arrestato, processato e giustiziato anche lo stesso Fromm.

La storia di Claus Von Stauffenberg

Stauffenberg aveva ottenuto all’inizio del 1944 una carica militare di alto livello che gli dava accesso a Hitler, e per questo fu scelto come esecutore dell’attentato. Nonostante dopo la morte sia diventato un mito dell’antinazismo, Stauffenberg era stato un convinto sostenitore del regime nazista e di Hitler stesso. Aristocratico, cattolico, Stauffenberg ebbe una gloriosa carriera militare che nel 1943 lo portò a restare menomato: perse un occhio (in seguito avrebbe coperto la ferita con una benda nera), la mano destra e due dita della sinistra in guerra. A un’intervista a BBC suo figlio Berthold ha detto che tutti lo ritenevano di bell’aspetto: aveva capelli scuri e leggermente ondulati, era alto e aveva gli occhi blu. Era un conservatore e un nazionalista, quindi non era per amore dei principi democratici che cominciò a opporsi a Hitler, ma perché disapprovava i suoi metodi.

Tom Cruise nei panni di Stauffenberg, da “Operazione Valchiria”

La sua storia e quella del “Complotto di luglio” sono state raccontate anche nel film del 2008 Operazione Valchiria, di Bryan Singer. Stauffenberg era interpretato da Tom Cruise, e lui e gli altri cospiratori sono mostrati come redenti che si sono resi conto di quanto fosse malvagio il regime nazista (lo slogan del film era «Molti riconobbero il male. Alcuni osarono sfidarlo»). In realtà i motivi per cui i cospiratori ordirono il complotto furono vari, legati al nazionalismo, alla situazione militare e a un sentimento di rivalsa dell’aristocrazia. Alcuni storici, inoltre, criticarono le inesattezze presenti nel film e il mito che nacque intorno alla figura di Stauffenberg: per esempio lo Spiegel scrisse – riportando le parole del direttore del Memoriale della Resistenza tedesca – che una figura come quella di Stauffenberg non può essere guardata e giudicata solo attraverso il suo ruolo nell’attentato.

Di recente, in vista dell’anniversario dell’attentato, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha ricordato in un messaggio video l’importanza di ricordare i fatti del 20 luglio 1944 e di onorare gli attentatori, soprattutto di fronte alla crescita che stanno avendo i partiti di estrema destra in Germania e in Europa.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.