(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Il governo è in bilico al Senato

Dopo le ultime espulsioni dal gruppo del Movimento 5 Stelle la maggioranza si è ridotta ad appena tre voti

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Con le ultime espulsioni dal Movimento 5 Stelle, la maggioranza parlamentare al Senato si regge su appena tre voti: numeri sempre più ridotti, che potrebbero portare l’opposizione a battere il governo nel corso di voti più complessi o controversi. La scorsa settimana, infatti, il Movimento 5 Stelle ha deciso di espellere Paola Nugnes, esponente di lungo corso del partito accusata di aver votato contro un provvedimento del governo su cui era stata posta la questione di fiducia (Nugnes, da tempo in contrasto con la leadership di Luigi Di Maio, aveva annunciato nei giorni precedenti la sua intenzione di cambiare gruppo).

Il gruppo del Movimento 5 Stelle è così sceso da 107 (una soglia che aveva raggiunto dopo l’espulsione di due senatori a dicembre) a 106 membri. Se a questi si aggiungono i 58 senatori della Lega si arriva a un totale di 164, cioè 3 in più della maggioranza assoluta fissata a 161. In Senato siedono infatti 320 senatori: 314 eletti su 315 previsti dalla Costituzione (perché in Sicilia il Movimento 5 Stelle ha eletto più senatori di quanti candidati aveva, lasciando un seggio vacante) più un ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e altri cinque senatori a vita di nomina presidenziale.

La ridottissima maggioranza su cui può contare il governo non significa che sia destinato a cadere nel breve tempo. Negli ultimi anni quasi sempre in Italia i governi si sono appoggiati su maggioranze risicate in Senato, ma nonostante questo sono spesso riusciti a rimanere in carica a lungo. L’opposizione, infatti, ha spesso tanti problemi quanti la maggioranza nel presentarsi compatta durante i voti chiave. Questa settimana, per esempio, durante il voto di fiducia sul cosiddetto “decreto crescita” la maggioranza è riuscita a portare in aula 158 dei suoi 164 voti. L’opposizione però ha fatto anche peggio: solo 104 senatori hanno votato no e 15 si sono astenuti.

Bisogna inoltre considerare che la maggioranza che è realmente necessario raggiungere in Senato è più bassa di quella teorica. Non tutti i senatori, infatti, sono sempre presenti, anzi: quelli di nomina presidenziale raramente si fanno vedere, abbassando così la soglia necessaria per ottenere la maggioranza (l’architetto Renzo Piano, per esempio, non partecipa a una votazione in Senato dal dicembre 2017).

Anche se il governo non si può considerare immediatamente a rischio, e in caso di voti di fiducia è probabilmente in grado di serrare le fila e ottenere la maggioranza, la situazione potrebbe comunque sfuggire di mano. Oggi bastano un pugno di senatori leghisti o del Movimento 5 Stelle per mandare sotto la maggioranza nel corso di un voto controverso, mentre c’è il rischio di perdere anche a causa di pochi senatori ammalati e qualche assenza imprevista. Inoltre, quanto accaduto in questi anni dentro il Movimento 5 Stelle non permette di escludere che arrivino in futuro altre espulsioni; così come è possibile che l’estrema delicatezza di eventuali nuove espulsioni porti qualche senatore del partito a esprimere il proprio dissenso con più forza di prima, pensando che comunque non si arriverebbe ad altre sanzioni. Unire tutto questo alla situazione non del tutto serena tra i due alleati lascia pensare che questi numeri risicati possano esasperare ulteriormente le tensioni già esistenti.

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