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  • venerdì 5 luglio 2019

L’Argentina nel rugby è un’Italia che ce l’ha fatta

Sabato i Jaguares di Buenos Aires giocheranno la loro prima finale del miglior campionato di rugby al mondo, a soli quattro anni dalla fondazione

Il capitano dei Jaguares, Agustin Creevy, entra in campo con la squadra per la semifinale del Super Rugby (Marcelo Endelli/Getty Images)

In attesa della Coppa del Mondo in autunno, l’ultima stagione del rugby professionistico internazionale è stata segnata soprattutto da tre avvenimenti: il Grande Slam del Galles nel torneo Sei Nazioni, l’affermazione dei Saracens di Londra come miglior club europeo del decennio e la prima finale del Super Rugby disputata da una squadra argentina. Sabato, quando in Italia saranno le nove del mattino, i Jaguares di Buenos Aires affronteranno infatti i Crusaders di Christchurch nella finale del campionato più competitivo al mondo, quello disputato dalle migliori squadre provenienti da Nuova Zelanda, Australia, Sudafrica, Argentina e Giappone.

Quello che rende storica la presenza dei Jaguares nella finale del Super Rugby è che arriva a soli quattro anni dalla fondazione della squadra e dall’allargamento del torneo che nel 2016 incluse il Giappone e l’Argentina. La riforma fu ideata dalla SANZAR, la confederazione che raggruppa le federazioni dei paesi partecipanti al Super Rugby, la quale modificò la struttura del campionato approfittando del buon seguito raggiunto nei due paesi, cogliendo quindi l’opportunità per allargare la propria base commerciale.

L’ingresso dei Sunwolves di Tokyo e dei Jaguares di Buenos Aires, tuttavia, non fu affatto semplice. Sul piano sportivo le due squadre diventarono i primi due club professionistici in paesi in cui tuttora esistono soltanto squadre amatoriali. Sunwolves e Jaguares vennero istituiti come franchigie federali in cui far confluire i migliori giocatori delle due nazionali. Per i Jaguares questo processo fu tutto sommato più semplice: potendo attingere a una base più ampia e con più tradizione rispetto a quella giapponese, la federazione trasferì nella squadra la maggior parte dei giocatori della nazionale. Alcuni si trovavano già in Argentina, altri furono contenti di rientrare dall’estero per giocare nella prima squadra professionistica del loro paese.

I Jaguares giocano le partite casalinghe allo stadio Jose Amalfitani, l’impianto della squadra di calcio del Velez Sarsfield (Marcelo Endelli/Getty Images)

Nel corso degli anni la costituzione dei Jaguares è stata più volte criticata, recentemente anche dall’Australia, per il fatto che la squadra con sede a Buenos Aires costituisca di fatto anche la nazionale argentina, da anni competitiva e attualmente decima nel ranking mondiale (quattro posizioni sopra l’Italia). Il modo in cui sono costituiti i Jaguares, tuttavia, è l’unico che permetta la formazione di un club professionistico argentino, e soprattutto una presenza competitiva in un campionato disputato da veri e propri squadroni, come quelli neozelandesi.

L’altro ostacolo è tuttora rappresentato dalle distanze da percorrere. Da quattro anni il Super Rugby è diventato uno dei campionati in cui si viaggia di più in tutto lo sport professionistico. Nel 2016 i calendari furono modificati per ridurre al minimo i viaggi, ma per i Jaguares le trasferte più vicine implicano come minimo l’attraversamento di un oceano, che sia il Pacifico per andare in Nuova Zelanda o l’Atlantico per arrivare in Sudafrica. Nell’ultima stagione gli argentini hanno percorso oltre 10.000 chilometri in viaggio, senza contare gli impegni con la nazionale.

Nonostante tutte le difficoltà, il progetto dei Jaguares si è dimostrato congruo allo stato attuale del rugby argentino, una realtà ancora in fase di crescita ma con giocatori già altamente competitivi, come dimostrano il terzo e il quarto posto ottenuti in Coppa del Mondo nel 2007 e nel 2015. Un caso simile, ma opposto, è rappresentato dall’Italia, legata all’Argentina per i tanti giocatori con doppia cittadinanza che attualmente formano le due nazionali. Una delle maggiori critiche rivolte alla struttura del rugby italiano è infatti che questa non rappresenti lo stato attuale del movimento, come dimostrano le pessime prestazioni internazionali di una delle due franchigie italiane e il livello scadente del campionato.

Nel 2016 i Jaguares conclusero la stagione d’esordio nel Super Rugby alla prima fase con 4 vittorie in 15 partite. Nel 2017 le vittorie furono 7, mentre nel 2018 si arrivò a 9 e alla prima qualificazione ai playoff. Quest’anno, complice il fatto che tante federazioni hanno pensato soprattutto alla Coppa del Mondo, le vittorie dei Jaguares sono state undici e hanno permesso la qualificazione alla prima storica finale. Di recente il capitano argentino Agustin Creevy ha commentato il percorso fatto della squadra dicendo: «Siamo giunti fino a qui grazie a tutto quello che abbiamo appreso in questi quattro anni. La testa della squadra è molto matura, l’unione fra i giocatori è forte, ci vogliamo molto bene e siamo molto uniti. Non abbiano niente da invidiare a nessuna squadra di Buenos Aires, siamo un club vero e proprio. Ci conosciamo da tanto, viviamo tante cose insieme. Immaginate la quantità di ore che passiamo negli hotel o in viaggio. Ci vediamo più che con le nostre famiglie. C’è fiducia, affetto e voglia di stare in gruppo».

La finale del Super Rugby tra Crusaders e Jaguares si giocherà sabato all’AMI Stadium di Christchurch, in Nuova Zelanda, quando in Italia saranno le 9.35 del mattino. Verrà trasmessa in diretta e in esclusiva da Sky su Sky Sport Arena (canale 204). Gli abbonati potranno seguirla anche in streaming tramite le piattaforme online Sky Go e Now TV. Su Now TV chi non possiede un abbonamento a Sky potrà comunque acquistare la partita pagando 7,99 euro per il pass giornaliero.

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