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  • martedì 18 giugno 2019

La Sea Watch 3 aspetta

Da oltre una settimana 43 richiedenti asilo sono in attesa di poter sbarcare in Italia, ma il governo non vuole saperne

(ANSA/Elio Desiderio)

Da diversi giorni la nave Sea Watch 3 della ong tedesca Sea Watch attende al largo delle coste di Lampedusa l’autorizzazione per sbarcare in Italia 43 richiedenti asilo. Le persone a bordo erano state soccorse il 12 giugno, quasi una settimana fa. Da allora il governo italiano non ha concesso alla nave la disponibilità dei propri porti invocando il cosiddetto «decreto sicurezza bis», approvato a fine maggio. Tre giorni fa sono stati fatti scendere dalla nave donne, bambini e uomini in gravi condizioni di salute, ma il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha sottolineato che il resto delle persone può restare a bordo «fino a Capodanno».

Dalla Sea Watch 3 fanno sapere che la situazione psicologica delle persone soccorse è molto grave, dato che molte di loro sono reduci da periodi nei centri di detenzione libici, dove i diritti umani vengono sistematicamente violati. Al momento le scorte di cibo e di acqua sono sufficienti per rimanere a bordo diversi altri giorni, ma non è ancora chiaro se e quando la situazione potrà sbloccarsi. Sea Watch sostiene di essere in contatto con diverse città tedesche che hanno dato la propria disponibilità ad accogliere le 43 persone soccorse, se saranno fatte sbarcare, ma resta ancora da convincere il governo italiano.

Da giorni la nave naviga appena al di fuori del limite delle acque territoriali italiane per rispettare un divieto di ingresso, transito e sosta emesso sabato 15 giugno da Salvini. Il divieto fa riferimento alle misure contenute nel «decreto sicurezza bis», che tra le altre cose permette al ministero dell’Interno di vietare la disponibilità ad alcune navi «per motivi di ordine e sicurezza», pena il pagamento di multe da migliaia di euro. Il testo ha esteso a tal punto le competenze del governo e del ministero dell’Interno in materia di immigrazione – scavalcando ad esempio le convenzioni internazionali – che diverse fonti lo ritengono potenzialmente incostituzionale.

In un primo momento Salvini aveva chiesto all’equipaggio della Sea Watch 3 di riportare le persone soccorse in Libia. Il governo italiano ha da tempo un accordo di sostegno e finanziamento della cosiddetta Guardia Costiera libica, che ormai da due anni intercetta buona parte delle imbarcazioni di migranti che partono dalle coste libiche. Il problema è che secondo il diritto internazionale nessun richiedente asilo può essere riportato in un paese dove ha subito abusi e violenze. «Noi non riporteremo mai nessuno in un paese dove alle persone vengono fatte queste cose», ha detto la portavoce della Sea Watch Giorgia Linardi a SkyTG24.

Oltre a Sea Watch, anche la comunità internazionale non considera la Libia un posto sicuro per nessun migrante e richiedente asilo, e non solo per la guerra civile che va avanti ormai dal 2011. Il governo libico non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 sulla protezione dei diritti dei rifugiati, e diverse inchieste giornalistiche e di organizzazioni umanitarie hanno rivelato che i migranti che cercano di arrivare in Europa vengono imprigionati in centri di detenzione in cui i loro diritti umani vengono violati sistematicamente, e dove finiscono nuovamente nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Ancora ieri, una portavoce della Commissione Europea ha ribadito che non considera la Libia un posto sicuro per lo sbarco di persone soccorse nel Mediterraneo.

Lunedì l’equipaggio della Sea Watch 3 ha raccolto e diffuso la testimonianza di un uomo soccorso in mare dopo aver passato un periodo in un carcere libico per migranti: «piuttosto che tornare in Libia preferirei morire. Preferirei dare la mia vita ai pesci piuttosto che essere nuovamente torturato», ha raccontato l’uomo.

In altri casi del genere la situazione si è sbloccata grazie all’intervento della Chiesa, che in passato ha accettato di farsi carico dell’accoglienza dei richiedenti asilo nelle proprie strutture, o di altri paesi europei: a volte però lo stallo col governo italiano aveva spinto le ong a cercare altri porti, come nel caso della Open Arms nel luglio 2018.

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