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  • lunedì 24 dicembre 2018

Le terribili violenze sui migranti in Libia

Nonostante il calo degli sbarchi, migliaia di persone continuano ad essere torturate e stuprate nei centri libici, dice un nuovo rapporto dell'ONU

(MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

Da anni la Libia è un posto quasi inaccessibile per giornalisti, attivisti e organizzazioni umanitarie. Le rare notizie che filtrano descrivono un paese governato da gruppi armati e dove i tribunali e le istituzioni statali sono troppo deboli per contare qualcosa. A fare le spese di questa situazione, oltre ai libici, sono le persone più vulnerabili come migranti e richiedenti asilo. Almeno dal 2014 la Libia è diventata il principale punto di partenza dei barconi e gommoni carichi di migranti, ma soprattutto ospita decine di centri di detenzione dove quotidianamente avvengono violenze e torture. Nonostante il recente calo degli sbarchi, la situazione non è migliorata. L’unica organizzazione internazionale che ha ricevuto il permesso per visitare questi centri è l’ONU, che qualche giorno fa ha pubblicato un dettagliato e preoccupante rapporto sulle condizioni dei migranti in queste strutture.

La Libia non ha mai ratificato la convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, e le leggi locali prevedono che chi entra irregolarmente nel territorio libico vada arrestato e processato. In realtà, spiega il rapporto, «la stragrande maggioranza di migranti e rifugiati viene incarcerata arbitrariamente senza essere incriminata». Una volta che si finisce in questi centri, è molto complicato uscirne: i funzionari che formalmente li gestiscono per conto del ministro dell’Interno sono in combutta con i trafficanti, e la maggior parte dei migranti viene costretta a pagare un “riscatto” per poter partire, che spesso viene estorto dopo sessioni di torture oppure ai parenti dei migranti. Chi non ha soldi, viene costretto a lavori forzati. Nel caso delle donne, significa soprattutto essere costrette alla prostituzione.

Da quando il governo italiano ha stretto un accordo con alcune milizie per diminuire gli sbarchi, più o meno un anno fa, le partenze dalla Libia sono diminuite, togliendo uno dei modi che i migranti avevano per lasciare i centri di detenzione. Secondo le stime dell’ONU, a settembre erano ospitati nei centri circa 6.800 fra migranti e richiedenti asilo. In tutto il paese vivono però fra i 700mila e un milione di stranieri, molti dei quali rischiano di essere coinvolti nel traffico di esseri umani e quindi di finire prima o poi in questi centri (fra 2016 e 2017 sono partite dalla Libia più di 300mila persone, a spanne). La condizione degli ospiti dei centri è riassunta bene in un paragrafo del rapporto, compilato grazie a più di 1.300 interviste in una decina di strutture governative realizzate fra il 2017 e l’estate del 2018:

La stragrande maggioranza di donne e ragazze intervistate dalla missione ONU in Libia ha raccontato di aver subito uno stupro di gruppo da parte dei trafficanti o di aver visto persone che venivano portate fuori dalle strutture per essere violentate. Le donne più giovani che viaggiano senza un compagno diventano vulnerabili e potenzialmente vittime della tratta della prostituzione. Innumerevoli migranti e rifugiati hanno perso la vita durante la detenzione ad opera di contrabbandieri o trafficanti: sono stati uccisi, torturati a morte, oppure semplicemente lasciati a morire di inedia o di malattia. In tutta la Libia, corpi senza nome di migranti o rifugiati con ferite da arma da fuoco o da tortura o bruciature vengono frequentemente ritrovati nei contenitori per la spazzatura, nei letti dei fiumi, nei campi o nel deserto.

Dentro ai centri, per chi riesce a sopravvivere, la situazione è questa:

Mentre le condizioni variano da centro a centro, sono tendenzialmente disumane, molto al di sotto degli standard internazionali per i diritti umani. In molti centri i migranti e rifugiati vengono ammassati in capannoni o altre strutture inadatte ad essere abitate e caratterizzate da scarsa igiene, ventilazione e illuminazione inadeguate e accesso limitato ai bagni. […]

La maggior parte delle persone vive seduta su materassini o coperte sporche appoggiate sul pavimento, circondata da spazzatura e avanzi di cibo. In alcuni centri, abbiamo contato due o tre latrine intasate che venivano usate da centinaia di prigionieri. Questo comportava che gli ospiti defecassero e urinassero in bottiglie e secchi, quando disponibili, oppure nei capannoni. […] In alcuni centri la mancanza di cibo e acqua potabile ha causato problemi di diffusa malnutrizione. Gli ospiti si lamentano spesso della scarsa qualità e quantità del cibo: la loro dieta giornaliera si compone spesso di un piccolo pezzo di pane e di qualche carboidrato poco cotto – solitamente della pasta.

Per le donne, i rischi sono ancora più elevati. Il rapporto cita le testimonianze di alcune sopravvissute che hanno raccontato di essere state costrette a rapporti sessuali non protetti, a volte con un’arma puntata addosso. Le più vulnerabili alle violenze sono le migranti e richiedenti asilo più giovani, ma vengono compiuti abusi anche su donne in età più avanzata: alcune testimoni hanno riferito agli intervistatori dell’ONU di essere state violentate davanti ai propri figli e ai parenti maschi.

Una richiedente asilo eritrea ha raccontato di essere arrivata in Libia nel 2017 con l’intenzione di andare in Europa e chiedere protezione internazionale. Poco dopo però è stata catturata e tenuta prigioniera da varie organizzazioni criminali in tre città diverse, non è chiaro se nei centri governativi. Durante la prigionia è stata picchiata e stuprata più volte. Ogni volta, la sua famiglia ha pagato migliaia di dollari per cercare di liberarla: «[in un centro ad al-Khoms] stavamo in duecento in una sola stanza. Non potevamo respirare o muoverci o stendere le gambe. Ogni notte venivo violentata da circa sei uomini. Ho passato cinque mesi così. Mia madre ha dovuto vendere la sua casa e tutto quello che aveva e prendere in prestito i cinquemila dollari che chiedevano per me». In seguito a uno degli stupri, la donna è rimasta incinta. Non è riuscita ad abortire, dato che in Libia l’interruzione di gravidanza è illegale.

Per uscire da questi centri, non ci sono molte opzioni: bisogna sperare di rientrare nei programmi di rimpatrio volontario dell’agenzia ONU per le migrazioni – che nel 2018 ha coinvolto circa 14mila persone – oppure evacuate dall’UNHCR tramite i rari corridoi umanitari, o ancora costretti a partire via mare. Dall’inizio del 2018 si stima che circa 1.300 persone siano morte dopo essere partite dalle coste libiche, a fronte di circa 23mila sbarchi in Italia.

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