(AP Photo/Jeff Widener)
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  • mercoledì 5 Giugno 2019

Non abbiamo mai saputo chi fosse il manifestante di piazza Tienanmen

La storia di una delle immagini più famose del Novecento e di quello che stava succedendo fuori dall'inquadratura, 30 anni fa

(AP Photo/Jeff Widener)

Il 5 giugno 1989, trent’anni fa, era cominciata ormai da oltre 24 ore la violenta repressione da parte dell’esercito cinese delle proteste studentesche che presero il nome dalla piazza di Pechino in cui si concentrarono, piazza Tienanmen. Centinaia di persone erano state uccise, non solo tra gli studenti ma anche tra operai e normali cittadini che ormai da un mese e mezzo protestavano chiedendo molte cose, da una maggiore giustizia sociale a un governo più trasparente e democratico.

Dopo che l’esercito e la polizia avevano passato il giorno precedente a sgomberare piazza Tienanmen e a reprimere e massacrare i manifestanti in molte altre zone di Pechino, la mattina una colonna di carri armati Type 59 attraversò l’angolo nord est della piazza. Un giovane cinese, con un sacchetto per mano, attraversò la strada deserta e si piazzò in mezzo, fermo. Il primo carro armato rallentò fino ad arrestarsi a qualche metro dal giovane, rimanendo immobile per qualche secondo. Il giovane agitò un sacchetto in aria, come a intimargli di andarsene.

Passato qualche altro secondo di apparente indecisione, il carro armato cambiò direzione e fece per aggirare il giovane, che però si spostò mettendosi di nuovo davanti al mezzo. Rimase fermo per un po’ e il carro armato fece lo stesso, finché il giovane ci salì sopra: scambiò alcune parole con il carrista, gesticolò, scese e di nuovo bloccò il blindato, continuando la sua conversazione con il soldato. Alla fine lo raggiunsero alcune persone, apparentemente altri manifestanti, che lo portarono via. Il gesto del giovane diventò una delle immagini più famose e potenti del Novecento, ma tuttora non sappiamo chi fosse quella persona.

A osservare la scena c’erano diversi fotografi e cameraman internazionali, appostati sui balconi e alle finestre degli alberghi che si affacciavano sulla piazza. Le immagini e il video dell’episodio, catturati dagli inviati di Associated Press, Time, Life, CNN, NBC e della televisione australiana, sono diventati oggi tra le più celebri e riprodotte del secolo scorso, usate innumerevoli volte come simbolo delle proteste contro i regimi di tutto il mondo, e della lotta per i diritti umani e la democrazia. La foto oggi più conosciuta è quella che scattò Jeff Widener di Associated Press, che usò un rullino che gli aveva prestato un turista australiano dopo che aveva finito i suoi.

Quelle stesse immagini così famose nel resto del mondo sono state oggetto di una dura operazione di censura da parte del governo cinese, tanto che oggi soltanto una minoranza della popolazione le riconosce, così come sono gradualmente scomparse dalla memoria popolare le proteste di piazza Tienanmen.

Quei giorni sono considerati anche come il limite massimo della libertà di espressione concessa nella storia del Partito Comunista cinese: oggi in Cina sono proibite le manifestazioni in ricordo del massacro di piazza Tienanmen, e si tengono soltanto nei territori autonomi di Hong Kong e Macao. A provocare quelle manifestazioni fu un insieme di ragioni, tutte collegate allo sviluppo economico e sociale attraversato dalla Cina degli anni Ottanta, che si aprì al mercato internazionale inasprendo le diseguaglianze sociali e contemporaneamente esponendo parte della popolazione, principalmente i giovani studenti, alle idee e alle influenze straniere.

Crebbero le richieste di riforme e le ostilità verso la corruzione e l’opacità del sistema monopartitico cinese, che esplosero con la morte di Hu Yaobang, segretario del Partito Comunista Cinese dal 1981 al 1987. Hu morì il 15 aprile 1989, dopo essere stato promotore di una spinta riformista e di maggiore trasparenza nel governo cinese, e dopo essere stato per questo allontanato e silenziato dai dirigenti comunisti più anziani.

Un’immagine di piazza Tienanmen il 5 giugno 1989, con i carri armati dell’esercito cinese. (AP Photo/Jeff Widener, File)

La morte di Hu diede inizio alle proteste, che contrariamente a quanto spesso raccontato non coinvolsero solo gli studenti e non si limitarono a piazza Tienanmen. Dopo settimane di manifestazioni, scioperi della fame e rimostranze, il Partito Comunista decise che era giunto il momento di reprimere le proteste, per evitare che diventassero ancora più trasversali: a coordinare la risposta dell’esercito fu Deng Xiaoping, che era stato mentore di Hu e tra i leader riformisti della Cina degli anni Ottanta. Non c’è un bilancio ufficiale sui civili uccisi in tutta Pechino dall’esercito e dalla polizia tra il 3 e il 5 giugno: per il governo cinese furono oltre 300, ma molti attivisti credono che furono molti di più.

Il giovane che fermò il carro armato è oggi conosciuto come “Tank Man” (uomo del carro armato), o come “ribelle sconosciuto”. Non si sa che fine abbia fatto, anche perché non si sa chi furono le persone che lo portarono fuori dall’inquadratura di quel pugno di filmati che hanno documentato il suo gesto e lo hanno reso un simbolo di coraggio universalmente riconosciuto. Dal filmato sembrano altri manifestanti che vogliono metterlo al sicuro, ma alcuni reporter scrissero che erano agenti di polizia.

(AP Photo/Jeff Widener)

Nel 1999 un ex collaboratore del presidente statunitense Richard Nixon disse che il giovane era stato fucilato un paio di settimane dopo le proteste. Storici e giornalisti che hanno cercato tra i documenti disponibili del Partito Comunista cinese, e che hanno intervistato funzionari e dirigenti governativi, hanno però riportato una versione diversa: il governo non riuscì mai a identificare e arrestare l’uomo. Ne sono nate ovviamente varie teorie, alcune pienamente complottiste: c’è chi ha scritto per esempio che si sia rifugiato a Taiwan, e che viva ancora lì.

Una scultura gonfiabile ricorda il giovane che si oppose ai carri armati in piazza Tienanmen, davanti al memoriale per Chiang Kai-shek di Taipei, Taiwan. (AP Photo/Chiang Ying-ying)

Proprio a Taiwan, il “ribelle sconosciuto” è diventato un simbolo della lotta contro la “tirannia cinese”: nelle scorse settimane, davanti al Monumento commemorativo di Chiang Kai-shek di Taipei è stata installata una statua gonfiabile che riproduce il momento in cui fermò il carro armato. In California ne ha realizzata una – non gonfiabile – lo scultore Chen Weiming, in un parco nel deserto realizzato da un gruppo di attivisti cinesi, e un’altra è stata inaugurata questa settimana a Washington, davanti alla sede del Parlamento statunitense.

La speaker della Camera dei rappresentanti statunitense Nancy Pelosi inaugura una statua dedicata al “ribelle sconosciuto” a davanti al Campidoglio a Washington. (Kyodo via AP Images)

Nonostante siano diventate così iconiche, però, le immagini del “ribelle sconosciuto” non sembrano molto conosciute in Cina. Recentemente il ricercatore dell’università olandese di Utrecht Rutger van der Hoeven ha condotto una ricerca su 239 utenti di internet cinesi: un campione piccolo e poco rappresentativo, ma che dice pur sempre qualcosa. Ha scoperto che soltanto il 37 per cento di loro riconosceva la foto del “Tank Man”, contro il 49 per cento riscontrato tra utenti stranieri. Soltanto un intervistato su sei ha associato le immagini alle proteste di piazza Tienanmen.

Il governo cinese, che negli anni ha costruito la più efficiente e imponente struttura di censura online del mondo, ha lavorato per far scomparire le foto e le immagini di quei giorni, arrivando ad arrestare chi le diffondeva, come quattro uomini condannati poche settimane fa per aver venduto delle bottiglie di liquore con il “ribelle sconosciuto” stampato sull’etichetta.