Una donna durante l'annuale Gay Pride di Rio de Janeiro, in Brasile.(Mario Tama/Getty Images)

Il doodle di Google in onore del Gay Pride

Perché giugno è il mese del Pride e perché il Pride oggi ha ancora senso

Una donna durante l'annuale Gay Pride di Rio de Janeiro, in Brasile.(Mario Tama/Getty Images)

Da tempo ormai giugno è, tra le altre cose, il mese del Pride, e Google ha creato per questo motivo un doodle “in onore del Pride”: in molti paesi del mondo, in questo mese, si ricordano le rivolte di Stonewall del 1969 e si celebrano le persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender, i loro diritti e il loro contributo alla società e al mondo. Il doodle di Google racconta anche la storia che comincia con Stonewall e i fatti del 1969.

Oggi lo Stonewall Inn è il primo monumento nazionale americano legato alla comunità LGBT, per decisione di Barack Obama, ma concretamente è un locale di New York, nel quartiere di Greenwich, storicamente frequentato soprattutto da uomini gay, oltre ad alcuni transgender e alcune donne lesbiche. Nelle prime ore del 28 giugno 1969 alcuni poliziotti fecero irruzione con un pretesto, come spesso accadeva in quegli anni, e cominciarono a maltrattare i clienti e distruggere gli oggetti in giro; i clienti però per la prima volta si opposero insieme, reagirono alle minacce e all’arresto e misero in difficoltà gli agenti, sorpresi dalla reazione. Nel frattempo una folla si radunò fuori dal locale: dopo aver visto la polizia che picchiava alcuni clienti, ci furono urla e le urla diventarono scontri. Le rivolte e gli scontri proseguirono per cinque notti, tra migliaia di persone. Quando terminarono, in breve tempo prese slancio un movimento per i diritti dei gay la cui manifestazione più ricorrente, festosa e visibile sarebbero state le parate note come Pride o Gay Pride.

Sono passati cinquant’anni dal giugno del 1969, e il riconoscimento dei diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender ha fatto nel frattempo grandissimi progressi in tantissimi paesi del mondo. Anche per questo molte persone cominciano in questo periodo a chiedersi se abbia (ancora) senso l’organizzazione di parate come i Pride, soprattutto nei paesi dove teoricamente sono stati riconosciuti pari diritti a tutti e a tutte le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale: e si sentono anche frasi come “è solo una carnevalata”, “siete voi che vi ghettizzate”, “allora facciamo anche l’etero Pride”, “avete tutto”. Negli ultimi anni molti hanno espresso disappunto anche per le modalità dei Pride, che si sono evoluti in spettacoli, anche con importanti sponsorizzazioni commerciali. Queste critiche provengono molto spesso da persone che non capiscono che cosa sia tutta questa faccenda del “Pride”, a cominciare dal significato della parola in inglese: l’Orgoglio.

Non si fa solo per sé
La prima e più banale risposta sull’opportunità di organizzare oggi il Pride ha a che fare con il semplice fatto che un diritto non è mai conquistato per sempre, e che comunque con la legge si può arrivare solo fino a un certo punto. Il Pride, dunque, conta ancora perché resta molto lavoro da fare: se in Italia per esempio oggi le persone omosessuali si possono unire civilmente con diritti simili a quelli del matrimonio (ma non si chiama matrimonio e non permette le adozioni, né è stata approvata una legge contro l’omofobia), l’espressione sessuale delle soggettività cosiddette non conformi è ancora molto attaccata. Il Pride non riguarda solo diritti e libertà legislative, ma anche libertà sociali e culturali che spesso non vanno alla pari con la legge.

E poi, non si scende in piazza solo per sé: in molte parti del mondo le persone LGBTQI sono punite, torturate e allontanate dalle loro comunità. In 72 paesi, secondo la più recente ricerca dell’organizzazione internazionale ILGA, essere omosessuali è un reato. Se in molte parti del mondo i Pride sono occasioni gioiose, piene di divertimento e allegria, in altre non c’è niente da festeggiare: sono soprattutto manifestazioni militanti e rivendicative perché ci sono gay e lesbiche che combattono innanzitutto per la loro sopravvivenza e per la loro incolumità.

Memoria
I Pride sono anche un ricordo di tutte le persone che hanno marciato nel recente passato e il simbolo del percorso che è stato fatto nel mondo per raggiungere alcuni obiettivi.

La prima marcia dell’Orgoglio si tenne nel giugno 1970, e da allora ogni anno, nell’anniversario del 28 giugno 1969: il giorno degli scontri di Stonewall. A quel tempo non c’era nessun movimento LGBTQI negli Stati Uniti. Le associazioni omosessuali si trovavano solo a San Francisco, Los Angeles, Washington e New York, i pochi omosessuali dichiarati che ne facevano parte chiedevano solo di esser lasciati vivere senza venir discriminati sul lavoro o minacciati. Il Manuale diagnostico e statistico dell’Associazione statunitense di psichiatria definiva l’omosessualità come una malattia mentale; alle leggi contro l’amore omosessuale, sopravvissute a lunghissimo in alcuni stati, si aggiungevano norme che di fatto impedivano, anche a New York, il funzionamento di associazioni, locali, attività: le autorità spesso chiudevano un occhio, salvo metter loro pesantemente i bastoni tra le ruote ogni volta che capitava.

Visibilità che dà coraggio
Le persone eterosessuali sono le più visibili al mondo, perché le loro relazioni, la loro sessualità e la loro espressione sono considerate “normali”, normative e quindi replicate ovunque. Si tengono per mano mentre camminano per la strada senza paura di essere per questo insultate, derise, minacciate o picchiate, esperienza invece pressoché quotidiana per tutti gli altri. Guardano spettacoli, film, ascoltano musica, leggono libri e vedono pubblicità che per la maggior parte sono centrate sulle loro relazioni e sulla loro espressione di genere. Quando si accusano le persone omosessuali di “mettersi in mostra” durante il Pride bisognerebbe tener conto che le persone eterosessuali mettono in mostra la loro eterosessualità tutto il giorno, ogni giorno, in ogni parte del mondo, e non si sentono mai minacciate per la loro identità. L’eterosessualità è la norma su cui il resto si misura: che non esista l’Etero Pride, dunque, è non solo scontato ma anche una fortuna.

Per le persone etero che vi partecipano, peraltro, il Pride è spesso l’unica vera esposizione pubblica alla cultura LGBTQI: molte persone sostengono pienamente il diritto all’uguaglianza, ma per tutto l’anno il loro è un supporto per lo più silenzioso. Avere un sostegno pubblico molto ampio e trasversale è dunque fondamentale: non bisogna essere lesbiche per volere il matrimonio tra persone dello stesso sesso, come non bisogna essere donne per volere una legge contro la violenza sulle donne.

Gli eterosessuali perplessi sui Pride possono fermarsi a pensare a come ci si può sentire a marciare attraverso una città esprimendo liberamente chi si è, chi si ama e ciò che si desidera senza alcuna paura, quando non è possibile farlo allo stesso modo negli altri giorni. Ci si può fermare a pensare a quello che può provare un bambino o un adolescente che sanno di non essere eterosessuali e magari non l’hanno ancora detto a nessuno, e intanto subiscono condizionamenti dalla famiglia, dall’oratorio, dai compagni o dalle dichiarazioni di un ministro. Guardare chi celebra l’Orgoglio – che spesso è l’inizio del processo di guarigione da un trauma e che è una posizione positiva contro la discriminazione, lo stigma e la violenza – può far capire loro che non sono soli, che le cose potranno migliorare, che è possibile essere liberi di essere quello che si è.

Su Internet esistono moltissime testimonianze di persone che hanno raccontato quanto aver visto gay e lesbiche fuori per le strade come protagonisti – o quanto trovarsi per la prima volta circondate da tanti altri sorridenti e solidali intorno – le abbia aiutate a superare le paure: «La prima volta che ho partecipato a una Pride Parade dopo aver fatto coming out è stata un’esperienza profondamente significativa per me. Camminare in quella parata non significava solo divertirmi; era una dichiarazione di auto-accettazione personale. Era una dichiarazione che facevo davvero parte della comunità LGBT e che non volevo più nasconderlo. È stata una sensazione incredibile trascorrere un’intera giornata e una serata in giro con questa tribù mista di persone che celebravano apertamente quello che sono».

Improvvisamente si capisce allora come una semplice parata possa significare molto di più per le persone che vi partecipano e anche per tutti gli altri.

Divertimento ed eccessi: perché no?
Diversità e divertente hanno la stessa etimologia: celebrare la propria diversità può essere divertente. Prima ancora che “perché sì” però bisognerebbe porsi la domanda opposta: perché no?

Molte critiche al Pride hanno a che fare con i presunti eccessi del Pride, che è nato però proprio per essere visibile quando alcune persone – e torniamo a Stonewall – hanno deciso di uscire per la strada e di mostrarsi per quello che erano, nonostante diffidenze e insulti. Esistono tutto l’anno tantissime manifestazioni per i diritti LGBTQI che sono meno “eccessive”, e di cui i media non parlano – o che non fotografano – quanto un Pride. I colori e le esibizioni del Pride contribuiscono a rendere visibile il Pride: il corteo ha proprio l’obiettivo di rivendicare ed esporre ciò che qualcuno vorrebbe restasse invisibile.

Diversi attivisti hanno poi fatto notare come la nudità non sia un gran problema quando si accende la tv e si vedono molte donne in mutande o reggiseno o il carnevale di Rio, e come di conseguenza la critica alla nudità solo nel determinato contesto del Pride non sia onesta e sincera verso il fatto in sé, ma verso la sostanza della questione.

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