(Palazzo Chigi/Filippo Attili/LaPresse)

Siamo isolati in Europa?

Il governo italiano è fuori dalle trattative per rinnovare i più importanti incarichi europei, dicono osservatori ed esperti, anche a causa delle elezioni europee

(Palazzo Chigi/Filippo Attili/LaPresse)

Mentre in Italia si discute soprattutto delle conseguenze che le elezioni europee avranno sugli equilibri interni del governo, gli osservatori ed esperti che si occupano di cose europee notano una progressiva marginalizzazione del governo italiano nelle istituzioni europee, accentuato dal risultato delle elezioni. «L’Italia ha perso le elezioni europee», ha sintetizzato un articolo dell’analista Nathalie Tocci ospitato da Politico.

L’Italia è stato infatti l’unico paese dell’Europa occidentale – oltre al Regno Unito, che però è un caso a sé – in cui le elezioni europee sono state stravinte da un partito euroscettico e di destra radicale, la Lega. Il suo leader Matteo Salvini sostiene da giorni che con la vittoria del suo partito sia nata «una nuova Europa», e ha ragione quando sottolinea la crescita di alcuni partiti euroscettici e la perdita di consensi dei partiti più istituzionali, cioè il Partito Popolare Europeo, di centrodestra, e il Partito Socialista Europeo, da anni alleati per controllare insieme le istituzioni europee.

Il problema però è che Popolari e Socialisti stanno provando ad allargare la maggioranza a sinistra e al centro: rispettivamente verso i Verdi e i liberali dell’ALDE, le altre due famiglie politiche che oltre a quella degli euroscettici hanno beneficiato della perdita di consensi dei partiti più istituzionali (e che al Parlamento europeo hanno già collaborato con la maggioranza uscente).

La conseguenza più immediata, secondo gli osservatori, è che l’Italia e il suo governo oggi sono tagliati fuori da ogni trattativa: alla riunione informale dei capi di stato e di governo tenuta ieri a Bruxelles per discutere dell’esito delle elezioni e del rinnovo degli incarichi di alto livello, il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte è stato l’unico assieme alla prima ministra britannica Theresa May – dimissionaria da alcuni giorni – a non aver avuto incontri bilaterali con altri leader europei. Conte è arrivato a Bruxelles pochi minuti prima del vertice, ha fatto il vago con i giornalisti presenti e ha lasciato il Consiglio senza tenere la consueta conferenza stampa per i corrispondenti dei quotidiani.

I leader europei più attivi negli ultimi due giorni sono stati Emmanuel Macron, diventato il capo di fatto dei Liberali europei nonostante la sconfitta di misura alle elezioni europee, e Pedro Sánchez, il primo ministro Socialista di un paese storicamente meno “pesante” dell’Italia, cioè la Spagna, uscito vincitore dal voto di domenica. Nonostante facciano parte di famiglie politiche diverse, Macron e Sánchez stanno cercando di costruire un’alleanza alternativa a quella fra Francia e Germania, che domina la politica europea da decenni. «Con Emmanuel Macron c’è una sintonia eccellente», ha twittato Sánchez poche ore prima del vertice di Bruxelles.

La gestione del potere nelle sedi europee segue criteri complessi, che tengono conto di parametri politici, geografici e di genere, ma anche logiche lineari. Le famiglie politiche che riescono a formare una maggioranza al Parlamento Europeo e nei vari organi di governo si spartiscono le cariche: tutti gli altri restano fuori. Anche Salvini giustifica spesso gli scarsi risultati nelle sue tre legislature da europarlamentare spiegando di aver passato tutto il tempo all’opposizione (così come il Movimento 5 Stelle, suo alleato di governo).

Negli scorsi anni l’Italia è stata uno dei paesi più premiati dalla spartizione degli incarichi di primo piano, per vari motivi: sia perché alle elezioni del 2014 espresse la delegazione più numerosa di parlamentari europei – quella del Partito Democratico, che ne elesse 31 – sia perché nel periodo immediatamente successivo alla crisi il governo italiano si era fatto portavoce degli interessi dei paesi del Sud Europa, pur restando nell’ambito delle tradizionali famiglie politiche. Oggi sono italiani il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, l’Alto Rappresentante agli Affari Esteri, Federica Mogherini, e il presidente della potente commissione Affari Economici del Parlamento Europeo, Roberto Gualtieri.

Tutti e quattro gli incarichi scadranno entro l’autunno, e sembra che l’Italia non riceverà in cambio nulla di paragonabile. Politico scrive che secondo fonti diplomatiche l’Italia potrebbe ottenere al massimo un commissario europeo di seconda o terza fascia, magari quello al Mercato Interno e ai Servizi (incarico attualmente ricoperto dalla polacca Elżbieta Bieńkowska). Difficilmente, inoltre, potrà essere espresso dalla Lega: per ottenere i voti necessari dal Parlamento Europeo dovrà essere quantomeno indipendente, oppure abbastanza autorevole da non essere associato a un partito esplicitamente euroscettico.

«Funzionari e diplomatici scherzano sul fatto che l’Italia sia diventata irrilevante nelle trattative sulle prossime nomine», scrive Politico: «dal punto di vista politico, l’Italexit [l’uscita dell’Italia dall’UE] è già una realtà».

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