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  • domenica 5 maggio 2019

Le nocciole della Turchia e i rifugiati siriani

Dietro agli snack e ai cioccolatini prodotti dalle più grandi aziende dolciarie del mondo c'è un sistema molto poco chiaro fatto di sfruttamento, mancanza di tutele e lavoro minorile

(Doug Beghtel/The Oregonian via AP, File)

La Turchia, da sola, fornisce il 70 per cento della produzione mondiale di nocciole, coltivate in circa 600 mila piccole fattorie sparse lungo la costa settentrionale del paese. I principali acquirenti di nocciole sono le grandi aziende dolciarie che le utilizzano per moltissimi snack e in numerosi tipi di cioccolata. Ma pochi consumatori sanno, scrive il New York Times, che dietro a ciascuno di questi dolci c’è un lavoro molto rischioso, senza protezioni, senza contratto e svolto in condizioni di sostanziale schiavitù. Il lavoro minorile nelle coltivazioni di nocciole in Turchia è altissimo e molti lavoratori stagionali sono rifugiati siriani, persone che si trovano dunque in una condizione di estrema vulnerabilità e ricattabilità.

La Turchia è diventata la capitale mondiale della produzione di nocciole grazie a un terreno e a un clima favorevoli e grazie anche all’intervento del governo. A partire dalla fine degli anni Trenta, infatti, il Partito Popolare Repubblicano incoraggiò gli agricoltori locali a piantare alberi di nocciole, sia per migliorare l’economia locale sia per ridurre le frane. Oggi, l’agricoltura produce più del 10 per cento del prodotto interno lordo del paese e le nocciole rappresentano una parte molto importante di questo settore.

Il più grande acquirente di nocciole al mondo è Ferrero, la società italiana che ha sede ad Alba, in Piemonte. Ogni anno Ferrero acquista circa un quarto di tutta la produzione mondiale di nocciole e un terzo di quella turca. Si tratta di una materia prima essenziale per moltissimi prodotti Ferrero: basti pensare che c’è una nocciola intera dentro ogni singolo cioccolatino Ferrero Rocher e che le nocciole sono fondamentali per la Nutella. Il contenuto di ogni singolo barattolo di dimensione media è fatto con circa cinquanta nocciole.

Ferrero, così come molte altre aziende, sostiene di impegnarsi da tempo per proibire il lavoro minorile e per stabilire salari adeguati e standard di sicurezza nella coltivazione e nella raccolta del prodotto che acquista in Turchia. Ma i problemi sono molti: riuscire ad effettuare controlli efficaci nelle migliaia di fattorie della Turchia è un obiettivo molto lontano; il salario minimo non è comunque sufficiente a mantenere una famiglia al di sopra della soglia di povertà; e la paga, infine, viene ridotta dagli intermediari che fanno da tramite tra lavoratori e datori di lavoro e che si intascano più del 10 per cento dei salari. «In sei anni di monitoraggio, non abbiamo mai trovato una sola fattoria di nocciole in Turchia in cui siano rispettati tutti gli standard di un lavoro dignitoso», ha detto al New York Times Richa Mittal, uno dei responsabili di Fair Labor Association, organizzazione no-profit per i diritti del lavoro con sede a Washington che ha svolto delle ricerche in Turchia sulla raccolta delle nocciole.

Inoltre, al di là degli impegni dichiarati dalle grandi multinazionali, è molto difficile giudicarne i risultati: «Non sappiamo nulla dei risultati dei programmi che hanno in atto», ha detto Mittal. «Non sappiamo nulla della differenza tra fattorie certificate e non certificate. Non ne abbiamo idea».

Molti lavoratori stagionali impiegati nella raccolta delle nocciole sono rifugiati siriani, entrati in Turchia a partire dal 2011 e a cui è stato rilasciato un permesso di protezione temporanea, status che non concede di ottenere molti permessi di lavoro: ma l’agricoltura è uno dei pochi settori in cui non sono richiesti permessi e in cui lo sfruttamento è praticamente la regola. La coltivazione e la raccolta delle nocciole comportano condizioni molto rischiose: si lavora su terreni scoscesi, senza la possibilità di stare in piano, trasportando su e giù sacchi che pesano quasi 50 chili, con orari continuativi di dodici ore e in alcuni casi sette giorni su sette. E questo a fronte di una paga molto bassa, che in parte viene trattenuta dagli intermediari, i cosiddetti dayibasi, che oltre a svolgere la funzione di un’agenzia di collocamento, sono anche coloro che distribuiscono i rifugiati siriani nei campi, trattenendo una provvigione dal loro salario.

Non solo: i salari vengono solitamente consegnati in somme forfettarie a fine raccolto. Nel frattempo, i lavoratori vengono pagati quanto basta per coprire cibo e affitto, e vengono consegnati loro dei biglietti che attestano il loro credito. Questo sistema non solo permette che le persone non se ne vadano per un lavoro migliore o differente, dovendo ancora essere pagate, ma che spesso a fine lavoro non vengano pagate affatto, senza alcuna possibilità di rivendicare ciò che hanno guadagnato per la mancanza di tutele e contratti. Molte famiglie di rifugiati, infine, viste le condizioni estremamente precarie in cui vivono, si vedono costrette a far lavorare i figli. Si dice che la questione del lavoro minorile sia peggiorata a causa della guerra in Siria e che i numeri del lavoro minorile siano altissimi. Ma anche qui, è molto complicato avere dei dati, che spesso non sono verificabili.

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