Come è messo il lavoro in Italia?

La situazione è un po' migliorata negli ultimi anni, ma si continua a lavorare meno che nel periodo prima della crisi, mentre gli stipendi sono fermi da oltre 20 anni

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Nel mese di marzo il tasso di disoccupazione in Italia è diminuito di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,8 rispetto a un anno fa. Nello stesso periodo sono aumentati anche gli occupati, cioè coloro che lavorano: ci sono 60 mila lavoratori in più, cioè lo 0,3 per cento del totale. Tra questi ultimi la maggioranza, cioè 44 mila persone, ha un lavoro stabile a tempo indeterminato. Si tratta di dati positivi per il governo, una sorta di regalo statistico arrivato ieri, giusto un giorno prima del primo maggio, la festa dei lavoratori.

Ma facendo un passo indietro rispetto alle statistiche mensili e provando a dare uno sguardo più ampio sulla situazione del lavoro nel nostro paese si scopre una situazione che continua a rimanere molto complicata. Il nostro paese non ha ancora recuperato dopo i danni causati dalla crisi e non ha nemmeno risolto i problemi che l’hanno afflitto nei decenni precedenti. I lavoratori italiani sono ancora divisi tra coloro che sono riusciti a mantenere tutte o parte delle tutele del passato, un gruppo di lavoratori mediamente anziani e percentualmente sempre più ridotto, e una minoranza in crescita fatta di precari e da chi in età più avanza si è trovato tagliato fuori dal mondo del lavoro. Fenomeni come sottoccupazione e part-time involontario sono sempre più diffusi, mentre gli stipendi sono fermi e, in alcuni casi, addirittura in diminuzione.

Uno dei dati più importanti è probabilmente quello del totale delle ore lavorate in un anno. Nel 2008 nel nostro paese si lavoravano un totale di 45,8 miliardi di ore, nel 2018 se ne sono lavorate solo 43,6, cioè circa il 5 per cento in meno. Significa che anche se il numero di persone che lavorano è tornato ai livelli pre-crisi (anzi: mai così tanta gente era al lavoro in Italia come oggi), l’intensità con cui lavorano è ancora inferiore a quella di 10 anni fa.

Altri numeri confermano che la situazione è proprio questa. I part-time involontari, cioè lavoratori impiegati solo parzialmente contro la loro volontà, sono cresciuti in dieci anni del 131 per cento, da 1,2 a 2,7 milioni di individui. I sottoccupati, coloro che hanno lavorato meno ore di quelle che avrebbero voluto o potuto fare, sono aumentati dell’88 per cento, da 365 mila a 668 mila individui.

Di pari passo sono aumentati di un terzo i contratti a termine e precari, che spesso prevedono un numero ridotto di ore di lavoro, passati da 2,2 a 3 milioni. In percentuale sul totale sono passati dal 10 per cento dell’inizio degli anni Novanta al 18,5 per cento del 2017. Si tratta di un fenomeno già importante prima della crisi: tra il 1992 e il 2009, il numero di occupati era cresciuto di 2,4 milioni di individui, e il 73 per cento di loro aveva contratti a tempo determinato (nello stesso periodo in Francia le percentuali erano invertite: su 3,6 milioni di lavori creati, l’84 per cento era a tempo determinato, come ha ricordato l’economista Servaas Storm in un articolo circolato molto negli ultimi giorni).

Contemporaneamente, i lavoratori a tempo indeterminato sono rimasti stabili e sono oggi circa 14,8 milioni, il che significa due cose: la prima è che nonostante tutto in Italia c’è ancora una larga maggioranza di lavoratori contrattualmente molto tutelati (anche se meno che in passato). Dall’altro, che i record nei tassi di occupazione sono stati raggiunti grazie esclusivamente all’aumento di lavori precari e instabili.

La situazione nel mondo del lavoro è particolarmente complicata per i più giovani che ci si affacciano per la prima volta. Il tasso di occupazione nella fascia 25-34 anni, quando oramai gli studi universitari dovrebbero essere in buona parte conclusi, è sceso dal 70 per cento del 2007 al 62 per cento. Il tasso di disoccupazione generale, come abbiamo visto, è diminuito fino al 10,2, ma è ancora il doppio della media OCSE, 5,2 per cento, e sopra la media UE, 6,5 per cento. Per i giovani invece la disoccupazione resta altissima, con un tasso pari al 33 per cento del totale, il triplo della media OCSE e di quella UE.

Se mettiamo insieme tutti questi fattori e andiamo a vedere che conseguenze hanno sulla busta paga dei lavoratori scopriamo che i salari degli italiani sono addirittura diminuiti tra 2007 e 2017. In generale, il reddito medio a disposizione delle famiglie è sceso ai livelli degli anni Novanta. Se facciamo una comparazione tra i salari reali degli italiani e quelli di altre quattro economie dell’Europa continentale (Germania, Francia, Belgio e Paesi Bassi), è dalla fine degli anni ’80 che perdiamo terreno. Se nel 1992 eravamo arrivati alla pari, ora siamo all’85 per cento di quanto guadagnano all’estero, un livello inferiore persino a quello degli anni Sessanta.

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