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  • domenica 21 aprile 2019

Manca una settimana alle elezioni in Spagna

Sette cose da sapere sul voto del 28 aprile: l'ascesa di Vox, la scommessa vinta da Pedro Sánchez e il solito nodo della Catalogna, tra le altre

di Elena Zacchetti
Santiago Abascal, leader di Vox, durante un comizio a Granada (David Ramos/Getty Images)

Domenica 28 aprile, tra sette giorni, si terranno nuove elezioni in Spagna per rinnovare le due Camere del Parlamento, che dovranno poi votare la fiducia a un nuovo governo: sono elezioni anticipate, convocate a metà febbraio dal primo ministro uscente, il socialista Pedro Sánchez, dopo una lunga crisi di governo, e sono molto importanti anche perché precedono di quattro settimane le elezioni europee. Ci sono almeno sette cose da sapere sul voto del 28 aprile, che aiutano ad arrivare preparati e a capire i risultati, una volta che ci saranno.

1. Dove eravamo rimasti: riassunto delle puntate precedenti
L’attuale governo spagnolo è guidato da Pedro Sánchez, leader del Partito Socialista (PSOE), il principale partito di centrosinistra in Spagna. Sánchez è diventato primo ministro nel giugno 2018, dopo la sfiducia votata dal Parlamento nei confronti di Mariano Rajoy, leader del Partito Popolare (PP, centrodestra), forza politica che aveva vinto le ultime elezioni generali nel 2016. Negli ultimi tre anni lo stesso Parlamento ha quindi dato la fiducia a due governi molto diversi, uno di destra e uno di sinistra: una cosa non così rara oggi in Spagna, considerando la crescente frammentazione del panorama politico nazionale.

Il governo Sánchez, che era entrato in carica grazie alla fiducia di Podemos (sinistra) e di diversi piccoli partiti indipendentisti e nazionalisti, è durato però solo pochi mesi. Lo scorso febbraio la maggioranza si è sfaldata sulla ilegge di bilancio, che non ha ottenuto l’appoggio degli indipendentisti catalani, i cui rapporti con Sánchez si erano nel frattempo deteriorati. Sánchez ha così convocato nuove elezioni, le terze in meno di quattro anni, una novità per un paese che fino a non molto tempo fa veniva considerato come uno dei più politicamente stabili dell’intera Unione Europea.

“Haz que pase”, “Fai che succeda”: lo slogan della campagna elettorale del PSOE

2. Il sistema del pentapartito imperfetto: una cosa nuova
Un “pentapartitismo imperfetto”: così diversi giornali spagnoli, tra cui il País, hanno definito il sistema politico che molto probabilmente uscirà dalle elezioni del 28 aprile. Sarebbe una cosa nuova, ma non così sorprendente, perché è da diversi anni che la politica spagnola non gira più attorno alla sola rivalità tra i due partiti tradizionali, il PSOE e il PP.

Oltre a PP e PSOE, che nei sondaggi stanno mostrando fortune diverse, il “pentapartitismo imperfetto” include Unidos Podemos (o Unidas Podemos), coalizione di diversi partiti di sinistra tra cui Podemos di Pablo iglesias e Izquierda Unida di Alberto Garzón; Ciudadanos, partito che oggi si potrebbe definire di centrodestra, anche se per diverso tempo non ha avuto una collocazione precisa nello schieramento politico; e Vox, partito di estrema destra, nazionalista, anti-immigrazione e anti-femminista, che è entrato per la prima volta in un Parlamento locale spagnolo, quello della regione autonoma dell’Andalusia, lo scorso dicembre. Per sapere chi conterà di più bisognerà aspettare l’esito delle elezioni, ma intanto il “sistema pentapartitico” ci dice già una cosa: per governare serviranno alleanze, fare da soli non sarà possibile per nessuno.

Alberto Rivera, leader di Ciudadanos (Jeff J Mitchell/Getty Images)

3. La nuova generazione di leader, tutti giovani
L’elezione di Pablo Casado (37 anni) alla guida del PP «ha confermato la fine di un ciclo, un cambio generazionale, ma anche l’inizio di una seconda Transizione basata sull’ipotetica maggiore capacità di dialogo tra leader della stessa generazione», ha scritto il giornalista Pablo Ordaz sul País (con Transizione si intende il passaggio dal regime franchista alla democrazia, avvenuto nella seconda metà degli anni Settanta). Casado ha vinto il congresso del suo partito la scorsa estate, prendendo il posto che era stato per quasi 15 anni di Mariano Rajoy e aggiungendosi alla già lunga lista di giovani leader spagnoli che puntano a insediarsi al palazzo della Moncloa, la sede del governo a Madrid.

Pablo Casado, leader del PP (Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)

Oltre a Casado, gli altri leader sono Pedro Sánchez del PSOE, 47 anni, il più anziano ed esperto del gruppo; Pablo Iglesias di Unidos Podemos, 40 anni ma con un’esperienza politica già piuttosto rilevante; Alberto Rivera, 40 anni, a capo di Ciudadanos dalla sua fondazione; e Santiago Abascal di Vox, 43 anni, ex deputato del Parlamento locale dei Paesi Baschi.

4. L’ascesa di Vox
Per diverso tempo la Spagna era sembrata immune all’ascesa di partiti di estrema destra con una forte retorica anti-immigrazione a cui invece si era assistito in altri paesi europei, tra cui in Italia con la Lega. Lo scorso dicembre, dopo i sorprendenti risultati delle elezioni locali in Andalusia, la politica spagnola si è accorta di dover fare i conti con Vox, partito fondato nel 2013 da Santiago Abascal, nato a Bilbao in una famiglia basca con una lunga militanza nella destra spagnola.

L’ascesa di Vox ha provocato grandi discussioni in Spagna, sia per le sue posizioni estreme su diversi temi (per esempio si definisce anti-femminista), sia perché alcune inchieste giornalistiche hanno mostrato come in passato sia stato massicciamente finanziato da centinaia di sostenitori di un gruppo iraniano di opposizione in esilio, il Consiglio nazionale della resistenza iraniana (NCRI), considerato fino a pochi anni fa un’organizzazione terroristica da diversi governi, tra cui gli Stati Uniti. Negli ultimi due anni Vox è cresciuto in diverse comunità spagnole, per esempio in Catalogna dove si è opposto in maniera totale al movimento indipendentista.

Video di Vox che mostra Santiago Abascal a cavallo in territorio andaluso, con in sottofondo la musica del Signore degli Anelli

5. La scommessa vinta da Pedro Sánchez, a sinistra e al centro
La recente storia politica di Pedro Sánchez è quasi da non credere. Nell’ottobre 2016 la carriera di Sánchez sembrava arrivata alla fine: il PSOE stava subendo una batosta elettorale dietro l’altra e Sánchez fu forzato a dimettersi da segretario generale del suo partito. Decise comunque di non andarsene e l’anno successivo si presentò come candidato segretario al congresso del PSOE, vincendo. Dopo un periodo non troppo brillante, segnato dalle difficoltà di posizionarsi nella grave crisi provocata dagli indipendentisti in Catalogna, Sánchez riuscì a sfruttare al meglio la crisi che aveva colpito il governo di Rajoy (PP), ottenendo una fiducia risicata in Parlamento per formare un nuovo governo.

Il PSOE è il partito messo meglio nei sondaggi fatti in vista delle elezioni del 28 aprile. Più che grazie alla sua azione di governo, che è stata giudicata non eccezionale da diversi commentatori spagnoli, Sánchez è riuscito a sfruttare la crisi interna a Podemos, recuperando voti a sinistra ma non solo: parte della sua recente popolarità potrebbe essere anche arrivata dal centro, rimasto sguarnito dopo lo spostamento a destra di Ciudadanos e la promessa del suo leader, Alberto Rivera, di non fare alleanze proprio con il PSOE.

Pedro Sánchez (AP Photo/Francisco Seco)

6. E gli indipendentisti catalani?
Occuparsi di come andranno le elezioni generali in Catalogna è importante per diverse ragioni. La recente crisi politica catalana, provocata dalla dichiarazione di indipendenza unilaterale del 2017, è stata la più grave avvenuta in Spagna negli ultimi quarant’anni. Ma non è solo questo. I deputati indipendentisti catalani eletti al Parlamento di Madrid si sono spessi rivelati decisivi per le sorti del governo nazionale: l’ultimo caso è stato quello di Sánchez, che ha perso la maggioranza a causa del rifiuto dei partiti indipendentisti catalani a votare la sua legge di bilancio. Anche a questo giro la situazione è piuttosto intricata.

Sánchez ha già detto che gli indipendentisti «non sono affidabili» e sembra avere escluso, per quanto possibile, l’eventualità di formare un nuovo governo con l’appoggio di Esquerra Repubblicana (ERC) e Junts per Catalunya (JxCat), rispettivamente la sinistra e il centrodestra indipendentista catalano. ERC, che da tempo mostra posizioni più pragmatiche di JxCat e che è avanti nei sondaggi, sembra essere comunque aperta a un accordo con Sánchez, senza necessariamente condizionarlo a negoziare un referendum sull’indipendenza della Catalogna, tema sempre al centro di infinite discussioni. Secondo gli ultimi sondaggi diffusi dal Centre d’Estudis d’Opinió, l’istituto demoscopico del governo catalano, ERC sarebbe il primo partito e otterrebbe tra i 14 e i 15 seggi nel Parlamento di Madrid, davanti ai Socialisti catalani (PSC, la sinistra non indipendentista) che otterrebbe tra gli 11 e i 16 seggi, ed En Comú Podem, coalizione di sinistra che include la sezione catalana di Podemos, che otterrebbe tra i 7 e i 9 seggi.

Stima dei seggi dei partiti catalani nel Parlamento nazionale dopo le elezioni del 28 aprile (dati del Centre d’Estudis d’Opinió elaborati dal País)

7. Cosa dicono i sondaggi
Secondo il modello elaborato da Kiko Llaneras, esperto di sondaggi del País, il PSOE di Sánchez otterrà circa 126 seggi, davanti al PP di Casado con 80 seggi, a Ciudadanos di Rivera con 51 seggi, a Unidos Podemos di Iglesias con 32 seggi e a Vox di Abescal con 28 seggi. L’estrema frammentazione del Parlamento spagnolo renderà molto complicato formare una maggioranza, fissata a 176 deputati. L’ipotesi più probabile sembra essere quella di un accordo trasversale tra PSOE, Unidos Podemos, ERC, JxCat, En Marea (partito di sinistra galiziano), PNV (partito nazionalista basco), Compromís (coalizione di sinistra valenciana), Coalizione Canaria (partito nazionalista liberale delle isole Canarie), ovvero una maggioranza prevalentemente di sinistra.

Il PSOE e i suoi potenziali alleati sembrano quindi avere più possibilità di formare una maggioranza rispetto ai tre partiti di destra, PP, Ciudadanos e Vox, ma non è detto che sarà facile e i colloqui post-elettorali potrebbero andare avanti per diverse settimane.

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