(Sean Gallup/Getty Images)

I 100 anni del movimento Bauhaus

L'istituto di istruzione artistica nacque nell'aprile del 1919 in Germania e durò solo pochi anni, ma nella sua breve vita ebbe un impatto enorme sull’arte e sulla cultura

(Sean Gallup/Getty Images)

Il movimento Bauhaus nacque a Weimar, in Germania, nell’aprile di cento anni fa, con il nome di Staatlitches Bauhaus. Era un istituto di istruzione artistica e restò aperto come tale solo per 14 anni, nei quali tra l’altro cambiò tre direttori e tre sedi. Dopo Weimar si trasferì a Dessau, dove oggi c’è l’edificio Bauhaus più famoso al mondo, e infine, prima di chiudere, si spostò per qualche tempo a Berlino. Nonostante la sua breve e difficile vita, il Bauhaus (o la Bauhaus, intesa come la scuola) ha lasciato un notevolissimo segno nell’arte e nella cultura mondiale.

La scuola Bauhaus di Dessau (General Photographic Agency/Getty Images)

Il movimento Bauhaus nacque il primo aprile 1919, quando l’architetto Walter Gropius ne parlò nel manifesto di una “mostra di architetti sconosciuti”. Gropius scrisse: «Tutti noi architetti, scultori, pittori dobbiamo rivolgerci al mestiere. L’arte non è una professione. Non c’è alcuna differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano, l’artista è una elevazione dell’artigiano». Pochi giorni dopo Gropius fu nominato direttore dell’istituto superiore di direzione artistica di Weimar, che scelse di chiamare Bauhaus. L’idea di base era formare una nuova classe di artigiani-artisti, unendo la ricerca della forma estetica alla funzionalità pratica, sfruttando anche industria e tecnologia. Per farlo Gropius si proponeva di proporre un corso di studi in cui il concetto di «interdisciplinarietà» saltava spesso fuori. L’obiettivo ultimo era realizzare oggetti di ogni tipo, sfruttando discipline di ogni tipo per arrivare a costruire «l’edificio del futuro».

Una parte di una mostra sul Bauhaus organizzata nel 2012 a Londra (Peter Macdiarmid/Getty Images)

Definire cosa fu esattamente il Bauhaus, però, non è semplice, perché il movimento cambiò spesso rotta, sede e insegnanti: iniziarono corsi che non finirono e tante idee, spesso monumentali, faticarono a diventare pratica quotidiana. È notevole, per esempio, che nei primi sei anni della sua esistenza il Bauhaus non ebbe un corso di architettura. Eppure oggi molti associano il Bauhaus soprattutto all’architettura, e nel suo manifesto Gropius definiva l’architettura «il fine ultimo di ogni attività figurativa».

Sul Guardian, il critico di architettura Rowan Moore ha scritto che oggi Bauhaus significa «design ridotto all’essenzialità; l’uso razionale ed elegante di materiali moderni e tecniche industriali; chiarezza, semplicità e minimalismo». Per essere ancora più chiaro ha poi aggiunto: «Il dispositivo su cui sto scrivendo questo articolo, e quello da cui lo state leggendo, seguono quei princìpi. Allo stesso modo lo fanno (quando va bene) innumerevoli edifici in tutto il mondo, tantissimi oggetti domestici, i segnali stradali, il lettering sul tubetto del vostro dentifricio o la forma della vostra automobile». Oggi, ha scritto Moore, «il brand del Bauhaus è coerente, solido e universale».

L’esterno dello studentato Bauhaus di Dessau (General Photographic Agency/Getty Images)

Nel 1923 il Bauhaus di Weimar toccò il suo punto più alto organizzando un’importante esposizione a Weimar e presentò il primo “prototipo abitativo” della scuola: la Haus am Horn. Nel 1925 la scuola iniziò ad avere problemi – in breve: perché era vista come radicale e socialmente e politicamente pericolosa – e si trasferì a Dessau, una città industriale a metà strada tra Weimar e Berlino, in cui Gropius pensava di poter lavorare e insegnare senza creare a problemi a nessuno. Gropius colse tra l’altro l’occasione per progettare e realizzare gli edifici razionalisti in cui gli studenti e i professori avrebbero vissuto, lavorato e studiato. Gli anni di Dessau si caratterizzarono per una progressiva rinuncia all’aspetto artigianale e un sempre maggiore accento su quello artistico. Ci fu anche un breve periodo in cui la scuola fu aperta a tutti – senza selezioni – ma durò poco perché arrivarono troppi studenti, rendendo ingestibile la situazione.

L’interno di un edificio Bauhaus a Dessau (Fishman/picture-alliance/dpa/AP Images)

Per i primi anni a Dessau, Gropius continuò a dirigere la scuola, ma nel 1928 se ne andò per dedicarsi alla costruzione di «edifici abitativi prefabbricati e a basso costo». Il nuovo direttore della scuola divenne Hannes Meyer, che nel periodo precedente era stato insegnante di architettura del Bauhaus. Nel 1930 Meyer fu però accusato di simpatia bolsceviche e, in un gesto che in effetti confermò quelle simpatie, lasciò la direzione del Bauhaus e andò a Mosca portandosi dietro alcuni suoi studenti/seguaci.

L’ultimo direttore della scuola fu il grande architetto Ludwig Mies van der Rohe, a cui sono attribuite la frasi «Dio è nei dettagli» e «Less is more». Sotto la sua guida il Bauhaus si trasferì a Berlino, divenne una più normale scuola di architettura e nel 1933 chiuse, dopo diversi mesi di difficile convivenza con il partito nazista. Si dice che quando un rappresentante della Gestapo convocò Mies van der Rohe nel suo ufficio, lui gli disse: «Bauhaus è un’idea, e non ha niente a che vedere con la politica. Guardi la sua scrivania, la sua orribile scrivania. Le piace? Io la butterei dalla finestra”.

La casa Gropius, a Dessau (Jens Schlueter/Getty Images)

È impossibile elencare tutto ciò sui cui il Bauhaus ha avuto un impatto nel corso del Novecento: ma l’ha avuto sull’architettura, sull’istruzione, sulla moda, sul design di ogni cosa, sull’uso di certi materiali, sulla grafica e sulla tipografia. Oggi sono Patrimonio dell’UNESCO due sedi del Bauhaus: quella di Weimar e quella di Dessau. Si ritiene che il miglior esempio, perlomeno architettonico, di cosa sia stato il Bauhaus sia la Città Bianca di Tel Aviv, a Israele, un insieme di quasi cinquemila edifici, anche loro Patrimonio dell’UNESCO. Per il centenario dalla nascita del Bauhaus sono stati organizzati eventi in tutto il mondo e c’è anche un sito, Bauhaus 100, che racconta corsi, docenti, studenti e storia del Bauhaus.

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