Apple News+ è una promessa mancata

Vorrebbe essere il "Netflix dei giornali", ma la nuova app a pagamento per ora ha soprattutto riviste e sta ricevendo diverse critiche

Il CEO di Apple, Tim Cook, durante la presentazione del servizio Apple News+ all'evento speciale organizzato lunedì 25 marzo a Cupertino, California, Stati Uniti (Michael Short/Getty Images)

Il nuovo servizio Apple News+ presentato da Apple all’inizio della settimana, in un evento speciale organizzato nella sua sede di Cupertino (California), per ora non ha raccolto molti commenti positivi. Il sistema vorrebbe essere una specie di “Netflix dei giornali”, ma a causa delle poche adesioni al progetto da parte dei quotidiani per il momento ha mancato la promessa, con un’offerta orientata verso le riviste più che i giornali e i siti d’informazione. Apple News+ per ora è disponibile solamente negli Stati Uniti e in Canada e dovrebbe essere diffuso in altri paesi entro la fine dell’anno, con reazioni degli editori che saranno probabilmente paragonabili a quelle ottenute finora nel Nordamerica.

Un abbonamento per molti abbonamenti
Il nuovo servizio è un’evoluzione dell’applicazione gratuita “News”, che esiste da diverso tempo: negli Stati Uniti (e in pochi altri paesi) dà la possibilità di accedere a una selezione di articoli, messi insieme dagli algoritmi di Apple e dalle persone che lavorano al prodotto, mentre in Italia e altri paesi è limitato alla segnalazione di pochi articoli, senza la possibilità di accedere a un’applicazione vera e propria. Apple News+ è stata pensata per semplificare l’accesso ai contenuti a pagamento, senza che ci si debba abbonare a più testate, creando ogni volta nuovi account. Apple offre la possibilità di abbonarsi al suo News+ spendendo poco meno di 10 dollari al mese, con il libero accesso ai contenuti di 300 pubblicazioni, tra riviste e giornali.

Il nuovo sistema è un’evoluzione di Texture, applicazione dagli alterni successi, acquisita lo scorso anno da Apple e che era stata proprio ideata come una soluzione per offrire più contenuti editoriali in abbonamento in un unico posto, senza doversi iscrivere ogni volta a diversi giornali spendendo in proporzione molti più soldi. Il modello economico adottato da Apple ricalca quello che veniva applicato da Texture: Apple trattiene per sé il 50 per cento dei ricavi da ogni abbonamento, quindi circa 5 dollari, lasciando i restanti 5 agli editori. La spartizione avviene in base a quanti articoli di ogni singola pubblicazione vengono visti, quindi ogni editore racimola qualche centesimo per utente. L’idea è che siano il grande numero di proprietari di dispositivi Apple e gli 85 milioni circa di utenti mensili del normale Apple News a fare la differenza, offrendo agli editori un pubblico molto ampio e che – centesimo dopo centesimo – renda qualche soldo vero.

Lo scarso entusiasmo dei giornali
Prima della presentazione di lunedì scorso, Apple si era data da fare per convincere il maggior numero possibile di editori a collaborare al progetto, ma le cose non sono andate come sperava, soprattutto per quanto riguarda i quotidiani. Solamente il Wall Street Journal ha aderito pienamente all’iniziativa, mentre altre grandi e importanti testate come il New York Times e il Washington Post hanno preferito tenersi fuori, non ritenendo vantaggiosa l’offerta di Apple. Non è soprattutto piaciuta la spartizione 50-50 dei ricavi, ritenuta troppo sbilanciata a favore di Apple e non conveniente. Ma nel caso del New York Times e del Washington Post hanno influito anche altre valutazioni.

Negli ultimi anni i due giornali hanno lavorato molto per rinnovare il loro modello di business, puntando maggiori risorse e investimenti sull’online rispetto agli abbonamenti per le versioni cartacee dei loro quotidiani. Gli investimenti e i sistemi per l’accesso a pagamento agli articoli online hanno funzionato: oggi il New York Times può contare su oltre 3 milioni di abbonati ai suoi servizi digitali, mentre il Washington Post ha triplicato gli abbonamenti in appena un paio di anni (non ci sono numeri ufficiali recenti, ma sappiamo che nel 2017 gli abbonati erano circa un milione). I ricavi degli abbonamenti stanno diventando centrali per i bilanci dei due giornali, che non hanno quindi particolari incentivi a svendere i loro articoli su Apple News+, soprattutto alle condizioni economiche proposte da Apple.

Il Wall Street Journal ci prova
L’unico grande giornale ad avere finora aderito al nuovo sistema è il Wall Street Journal (WSJ), con una scelta che ha sorpreso molti osservatori, considerato che il giornale è stato tra i primi a sperimentare gli articoli a pagamento online, ottenendo risultati soddisfacenti ben prima del New York Times e degli altri. L’abbonamento al WSJ costa 30 dollari al mese, tre volte il prezzo di Apple News+, che offre anche l’accesso a numerose altre testate. Gli accordi con Apple prevedono che sul suo servizio siano presenti tutti gli articoli pubblicati dal WSJ, e non una semplice selezione. Questo potrebbe spingere molti lettori a non abbonarsi alla versione tradizionale, ma l’editore non sembra essere preoccupato da questa prospettiva.

Tutti gli articoli del WSJ sono presenti su Apple News+, ma salvo una selezione non sono facili da trovare e consultare come avviene sull’applicazione vera e propria del giornale, quella utilizzabile con l’abbonamento da 30 dollari. Gli articoli sono inoltre disponibili per tre giorni, poi scadono e non possono più essere letti all’interno di Apple News+. Buona parte degli abbonati al WSJ è interessata ai dati di borsa, alle analisi finanziarie e ad altri servizi di archivio, cui difficilmente rinuncerà per passare alla versione più economica offerta da Apple. Quest’ultima potrebbe invece diventare la porta di accesso per i lettori occasionali, che magari già leggono il WSJ quando il sito pubblica articoli accessibili a tutti. Dai lettori occasionali abbonati ad Apple News+, il WSJ potrebbe racimolare qualche soldo, con un rischio molto basso di danneggiare il suo tradizionale sistema di abbonamenti e i ricavi che offre.

La strategia del WSJ potrebbe rivelarsi corretta, soprattutto perché il giornale si rivolge in primo luogo a un pubblico di professionisti, legati soprattutto al mondo della finanza e delle imprese. Per i giornali generalisti come il New York Times e il Washington Post il rischio di un travaso di abbonati verso Apple News+ sarebbe più concreto e questo spiega, almeno in parte, la loro scelta di non aderire all’iniziativa.

Isolati
Delegare ad Apple l’intero sistema di gestione degli abbonamenti, transazioni con carte di credito comprese, solleva comunque gli editori da numerose e costose incombenze, sia tecniche sia legali. Al tempo stesso, però, impedisce ai giornali di avere un contatto diretto con i loro lettori, sapere chi sono, dove vivono, quali interessi hanno e avviare relazioni con loro, sia dal punto di vista commerciale sia editoriale. Gli editori su Apple News+ sono quasi completamente al buio, perché Apple impone regole molto severe per la tutela della privacy e si è impegnata a non condividere con loro nessuna informazione sugli abbonati.

Tra gli articoli di Apple News+ non ci sono inoltre gli spazi che solitamente i giornali online utilizzano per consigliare altri loro articoli, cercando di trattenere il più possibile i lettori. Ciò complica anche la possibilità di mostrare promozioni di altro tipo o di far conoscere altre iniziative organizzate dalle testate, come l’introduzione di nuovi prodotti editoriali.

Riviste
A giudicare dal numero molto più alto di adesioni, gli editori delle riviste sembrano essere più interessati alle opportunità offerte da Apple News+. L’applicazione a pagamento sembra in effetti una collezione di settimanali e mensili, con la presenza di quasi tutte le pubblicazioni più importanti degli Stati Uniti. Tra le tante ci sono il New Yorker, Vogue, Esquire, Rolling Stone, National Geographic, GQ e TIME. Condé Nast, uno dei più grandi editori al mondo, ha partecipato con tutti i suoi giornali più importanti, e questo dovrebbe facilitare la diffusione delle versioni localizzate di Apple News+ in altri paesi, vista la presenza dell’editore all’estero.

Ogni rivista ha una copertina interattiva, che porta poi ai contenuti interni con articoli adattatati graficamente alla nuova applicazione. L’impressione è che però le cose siano state fatte un po’ di fretta: i vecchi numeri delle riviste sono disponibili con un formato da classico PDF della versione cartacea, cosa che complica la loro consultazione.

Dipendenza e rischi
Dovendo fare i conti con una lunga crisi del settore, le testate tradizionali e digitali hanno riposto molte speranze nelle grandi aziende tecnologiche e di Internet, rimediando spesso grandi e costose delusioni. Prima di finire nei guai scoprendosi un veicolo di notizie false e di propaganda, Facebook per lungo tempo aveva sostenuto di volere sostenere gli editori, offrendo visibilità ai loro articoli sul suo social network e strumenti per promuoverli meglio. Alcuni anni fa, Facebook lanciò il formato degli “articoli istantanei” per far caricare più velocemente gli articoli, facendosi carico di numerosi aspetti tecnici in cambio di una quota dei ricavi derivanti dalle pubblicità mostrate nelle pagine. Sembrava una grande opportunità per gli editori, ma si rivelò presto un sistema per loro inutile e svantaggioso. Da un paio di anni, Facebook ha inoltre ridotto drasticamente la presenza degli articoli nella sua sezione Notizie (“News feed”), tagliando una importante fonte di visitatori per i siti dei giornali.

Come spiega Josh Constine in un’analisi molto critica, pubblicata sul sito di tecnologia TechCrunch, qualcosa di analogo a come andarono le cose con Facebook potrebbe accadere anche con Apple News+. Se un giorno l’azienda decidesse di lasciar perdere la sua applicazione per le notizie in abbonamento, lascerebbe di colpo in difficoltà centinaia di editori, ai quali finora ha promesso maggiore visibilità e la prospettiva di ricavare qualche soldo dalla sua piattaforma.

Apple ha inoltre in mano tutta la gestione del sistema per mettere in evidenza alcuni articoli nella pagina principale del suo News+, quella più letta e consultata dagli utenti. I criteri di scelta, piuttosto oscuri, incidono direttamente sulla visibilità delle singole testate e si potrebbe generare una corsa al sensazionalismo e ai titoli accattivanti per attirare l’attenzione, cercando di finire negli spazi più vantaggiosi dell’applicazione. Qualcosa di analogo era del resto già successo nella fase in cui Facebook mostrava con più frequenza gli articoli nella sua sezione Notizie. Il fenomeno ha contribuito a peggiorare l’offerta di alcuni giornali, con una prevalenza di contenuti frivoli che ne hanno danneggiato la reputazione.

Per ora Apple sembra essersi rassegnata a offrire un’applicazione con pochi giornali e molte riviste, forse confidando di avere presto qualche dato concreto in più da mostrare agli editori che per ora hanno declinato l’offerta. Estendere il sistema ad altri paesi sarà comunque complicato, soprattutto in Europa dove il panorama editoriale è piuttosto vario e frammentato.

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