Un militare indiano a Srinagar, nel Kashmir (AP Photo/ Dar Yasin)
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  • giovedì 28 febbraio 2019

Perché India e Pakistan litigano

C'entra il Kashmir, territorio conteso da oltre settant'anni, ma anche quella che si potrebbe definire una "tempesta politica perfetta"

Un militare indiano a Srinagar, nel Kashmir (AP Photo/ Dar Yasin)

Nell’ultima settimana India e Pakistan si sono scontrati in maniera piuttosto intensa sul Kashmir, regione al confine tra i due paesi contesa da oltre settant’anni. Non si è arrivati a un nuovo conflitto, ma poco ci è mancato: martedì gli aerei da guerra indiani hanno attaccato alcuni campi di addestramento in Pakistan appartenenti a un gruppo terroristico anti-indiano; il giorno dopo il governo pakistano ha risposto abbattendo almeno un aereo da guerra indiano e catturando il suo pilota. Ci sono state minacce e sono state annunciate ritorsioni militari, ma la fase più acuta della crisi sembra essere rientrata: giovedì il governo pakistano ha detto che rilascerà il pilota indiano catturato come gesto di pace.

Le tensioni tra India e Pakistan, due paesi che possiedono l’arma nucleare, stanno preoccupando diversi governi della regione, ma non solo. Negli ultimi giorni sono intervenuti anche gli Stati Uniti, invitando alla calma e cercando di abbassare i toni molto aggressivi usati sia dal primo ministro indiano Narendra Modi che dal primo ministro pakistano Imran Khan. Ma perché India e Pakistan litigano sul Kashmir?

Soldati sikh indiani a Srinagar, nel Kashmir, il 9 novembre 1947 (AP Photo/Max Desfor)

La contesa sul Kashmir iniziò più di settant’anni fa, nell’agosto 1947, quando i britannici rinunciarono all’India come loro colonia e accettarono di dividere il territorio in due nuovi paesi indipendenti: l’India, a maggioranza induista, e il Pakistan, a maggioranza musulmana (da un pezzo del territorio pakistano nacque poi il Bangladesh, nel 1971). Non fu un processo facile. Milioni di persone migrarono da un paese all’altro e ci fu moltissima violenza: i morti furono centinaia di migliaia.

Nell’accordo che aveva stabilito la divisione dell’ex colonia britannica, però, non era stata inserita alcuna soluzione per lo stato principesco del Jammu e Kashmir, uno dei cinquecento domini semi-indipendenti attraverso i quali la corona britannica aveva amministrato i territori indiani non direttamente sottoposti al suo controllo.

Il primo ministro indiano Pandit Nehru, a destra, insieme al primo ministro dello stato del Jammu e Kashmir, lo sceicco Mohammed Abdullah, fotografati a New Delhi il 18 ottobre 1951 (AP Photo)

A differenza di molti altri domini di questo tipo, in cui i signori feudali erano musulmani e la popolazione a loro sottoposta di religione indù, il Kashmir aveva una situazione speculare: era un’area a maggioranza musulmana con un sovrano induista. Quando nel 1947 arrivò il momento di dividere il paese, sia l’India sia il Pakistan rivendicarono il piccolo stato principesco come proprio sulla base di ragioni religiose e culturali. I pakistani inviarono sul posto un esercito di volontari, mentre il principe locale chiese aiuto all’esercito indiano. Alla fine l’India riuscì a occupare due terzi della regione, mentre il Pakistan si prese il restante terzo.

L’ONU stabilì che la decisione finale doveva spettare alla popolazione locale, ma le elezioni non si tennero mai e la regione del Kashmir rimase divisa in due: da una parte lo stato indiano del Jammu e Kashmir, dall’altra quello pakistano del Gilgit-Baltistan. In mezzo, quella che anni dopo sarebbe diventata la cosiddetta “linea di controllo“.

Un soldato pakistano prega lungo la “linea di controllo” che divide il Kashmir indiano dai territori controllati dal Pakistan, 8 gennaio 2002 (AP Photo/Roshan Mughal)

Nel corso degli ultimi decenni India e Pakistan hanno combattuto tre conflitti, nel 1965, nel 1971 e nel 1999 (quest’ultimo molto più limitato), e si sono scontrati altre volte senza il coinvolgimento diretto degli eserciti. Dagli anni Ottanta il Pakistan ha cominciato a incoraggiare movimenti di guerriglia nel Jammu e Kashmir, che insieme alla brutale repressione dell’esercito indiano hanno provocato la morte di più di 40mila persone. Insomma: il conflitto non è mai terminato, anche se nel corso del tempo ha preso forme diverse e si è acutizzato nuovamente nell’ultima settimana.

La causa scatenante delle ultime tensioni è stato l’attentato suicida compiuto il 14 febbraio scorso contro un convoglio di mezzi militari a Pulwama, nel sud dello stato di Jammu e Kashmir. L’attacco, il più grave degli ultimi 30 anni, è stato compiuto da un miliziano di Jaish-e-Mohammed (“l’esercito di Maometto”), gruppo terroristico che secondo l’India è appoggiato dal Pakistan. L’India ha risposto superando la “linea di confine” per colpire i campi di addestramento di Jaish-e-Mohammed in Pakistan, e a sua volta il Pakistan ha abbattuto almeno un aereo da guerra indiano e ha catturato il suo pilota.

Pakistani bruciano un pupazzo con le fattezze del primo ministro indiano Narendra Modi durante una manifestazione anti-indiana a Peshawar, in Pakistan, il 28 febbraio 2019 (AP Photo/Muhammad Sajjad)

L’attentato non è stata però l’unica ragione dell’acutizzarsi del conflitto sul Kashmir: c’è stata una specie di “tempesta politica perfetta”, sia in India che in Pakistan.

In India il primo ministro Narendra Modi, nazionalista, si sta preparando per le elezioni del prossimo maggio. Il New York Times ha scritto che Modi ha voluto alzare i toni dello scontro con il Pakistan per aumentare i consensi del proprio partito, sfruttando l’indignazione cresciuta in India dopo il grave attentato del 14 febbraio. Il primo ministro pakistano Imran Khan non si è tirato indietro, per motivi simili. Khan era stato eletto lo scorso anno con l’appoggio dell’esercito, noto per essere molto potente e influente in Pakistan, e oggi vuole mostrare di sapere tenere testa all’India anche militarmente. L’escalation sembra essersi fermata, con l’offerta di Khan di riconsegnare il pilota catturato all’India, ma la crisi non può ancora dirsi risolta.

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