La visita di Theresa May a Bruxelles non ha cambiato niente

Juncker ha detto che l'accordo su Brexit non sarà rinegoziato, il Parlamento europeo ha detto che non voterà un accordo senza "backstop"

(FRANCOIS WALSCHAERTS/AFP/Getty Images)

Mancano meno di 50 giorni al 29 marzo, data ufficiale dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, e ancora non è chiaro cosa succederà dopo: la possibilità di “no deal”, cioè di un’uscita senza accordo, sregolata, si è fatta sempre più probabile, insieme a quella opposta di una rinuncia a Brexit. Giovedì la prima ministra del Regno Unito, Theresa May, è andata a Bruxelles per cercare di trovare una soluzione all’impasse in cui si trova il suo governo, le cui proposte sono state bocciate ripetutamente dal Parlamento britannico, e ha incontrato il presidente della Commissione Jean Claude Juncker, il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk (che appena un giorno prima aveva fatto un commento poco diplomatico sui promotori di Brexit) e il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, assieme al coordinatore del Parlamento per Brexit, Guy Verhofstadt, che hanno ribadito che il Parlamento Europeo non voterà mai un accordo che non preveda il “backstop” tra Irlanda e Irlanda del Nord.

Da tutti questi colloqui, May non ha portato a casa molto: un comunicato congiunto suo e di Juncker ha definito il loro dialogo «robust but constructive», cioè teso ma costruttivo. May sta cercando di cambiare il “backstop” al confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, avversato da molti parlamentari del suo partito, e che dovrebbe entrare in vigore dopo il periodo di transizione successivo a Brexit nel caso in cui non si raggiungano accordi commerciali soddisfacenti tra Unione Europea e Regno Unito.

Il backstop garantirà che tra Irlanda (che resterà parte dell’UE) e Irlanda del Nord (che ne uscirà in quanto parte del Regno Unito) non si crei un “confine rigido”, con controlli a merci e persone, che rischierebbe di indebolire l’accordo di pace che negli anni Novanta mise fine al conflitto nordirlandese. Juncker ha ribadito che l’Unione non è disposta a riaprire i negoziati, ma che casomai si potrebbe ampliare la Dichiarazione Politica – un documento allegato che riguarda le future relazioni tra l’Unione Europea e il Regno Unito – «per renderla un po’ più ambiziosa».

Donald Tusk invece avrebbe suggerito a May di prendere in considerazione il piano del leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn, delineato in una lettera inviata a May poco prima che andasse a Bruxelles, ma i portavoce della prima ministra si sono rifiutati di commentare tale proposta. Corbyn, in sostanza, vorrebbe una unione doganale “permanente e complessiva” con la UE, che abbia conseguenze sui futuri accordi commerciali, l’adesione permanente alle agenzie dell’UE e ai programmi di sicurezza (per esempio sul mandato d’arresto europeo), un «allineamento» al mercato unico supportato anche da istituzioni condivise e un «allineamento dinamico» all’UE sui diritti dei lavoratori, in modo che gli standard del Regno Unito non siano inferiori a quelli degli altri paesi membri.

Il piano dei laburisti è significativo, non solo perché rappresenta una visione politica molto chiara su come dovrebbe essere Brexit, ma perché si richiama a una versione soft di uscita dall’Unione Europea che potrebbe ottenere un ampio consenso in Parlamento. Secondo Tusk il piano di Corbyn potrebbe contribuire a superare l’impasse e ottenere una maggioranza per far passare l’accordo su Brexit.