50 giorni a Brexit

E le varie posizioni sono ancora ben lontane da una soluzione condivisa: il punto

Theresa May e Jean-Claude Juncker, Bruxelles, 7 febbraio 2019 (ARIS OIKONOMOU/AFP/Getty Images)

Mancano 50 giorni al 29 marzo, quando il Regno Unito dovrebbe lasciare l’Unione Europea. Esattamente due anni prima, infatti, il 29 marzo del 2017, il governo della prima ministra Theresa May aveva invocato l’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea, quello che ha innescato il negoziato e l’uscita del Regno Unito dall’UE. A 50 giorni, però, non è ancora chiaro come questa uscita avverrà.

Ieri, parlando con i giornalisti a Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk si è chiesto come sarà il posto speciale che avranno all’inferno le persone che hanno promosso l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza avere un piano. Tusk ha anche ribadito, così come nei giorni scorsi altri leader europei, che l’Unione Europea non è intenzionata a riaprire i negoziati con il Regno Unito sull’accordo su Brexit raggiunto a novembre, come invece vorrebbe fare la prima ministra britannica Theresa May dopo che lo scorso 15 gennaio il suo accordo è stato bocciato a larghissima maggioranza dal Parlamento. A votare contro erano stati sia i deputati favorevoli a rimanere nell’Unione sia i cosiddetti “hard Brexiteers”, i deputati che considerano l’accordo troppo favorevole all’Europa.

Dopo la bocciatura, il Parlamento britannico aveva tentato di riprendere il controllo sui negoziati votando una serie di emendamenti su Brexit con l’intenzione di togliere l’iniziativa alla prima ministra Theresa May e indirizzare la sua azione politica. Gli emendamenti approvati stabilivano di arrivare a Brexit con un accordo, quindi rifiutando lo scenario attuale di “no deal” (di uscita senza accordo, considerato catastrofico da diversi politici ed esperti), senza però rendere vincolante per il governo di May il rifiuto del “no deal”. Il Parlamento aveva poi espresso la propria preferenza a rinegoziare con l’UE il cosiddetto “backstop”. Il “backstop” è uno dei passaggi più controversi e contestati dell’accordo su Brexit. Dopo il 29 marzo è previsto infatti che si entri in un periodo di transizione di due anni (prolungabile) durante il quale tutte le attuali regole europee rimarranno in vigore: in questo periodo Regno Unito e UE cercheranno di concludere i complicati accordi commerciali per regolare i loro rapporti post-Brexit. Se questi accordi non verranno trovati, allora si attiverà il “backstop”, un meccanismo che assicura che tra Irlanda (stato membro UE) e Irlanda del Nord (regione del Regno Unito) non si crei un “confine rigido”, con controlli a merci e persone, che rischierebbe di indebolire l’accordo del Venerdì Santo, cioè quell’accordo di pace che negli anni Novanta mise fine al conflitto nordirlandese.

Cos’è il “backstop”, spiegato

Proprio oggi May sarà a Bruxelles per cercare di convincere i leader europei a fare dei cambiamenti nell’accordo già concluso e che, in teoria, potrebbero rendere accettabile l’accordo stesso al Parlamento britannico. Ma diversi osservatori sostengono che difficilmente May otterrà in Europa qualche modifica significativa, soprattutto sul “backstop”. Dopo Bruxelles, la prima ministra britannica andrà a Dublino per incontrare il capo del governo irlandese, Leo Varadkar, la cui maggioranza insiste ovviamente sul fatto che il “backstop”, l’assicurazione per evitare un confine rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord, debba rimanere.

Le varie posizioni non sembrano comunque essere vicine a un compromesso, e il tempo che resta è molto poco. Nel frattempo il leader dei laburisti britannici, Jeremy Corbyn, ha scritto una lettera a May offrendole il proprio appoggio in Parlamento in cambio di cinque richieste molto precise. Corbyn vuole una unione doganale “permanente e complessiva” con la UE, che abbia conseguenze sui futuri accordi commerciali, l’adesione permanente alle agenzie dell’UE e ai programmi di sicurezza (per esempio sul mandato d’arresto europeo), un «allineamento» al mercato unico supportato anche da istituzioni condivise e un «allineamento dinamico» all’UE sui diritti dei lavoratori, in modo che gli standard del Regno Unito non siano inferiori a quelli degli altri paesi membri. Il piano dei laburisti è significativo, non solo perché rappresenta una visione politica molto chiara su come dovrebbe essere Brexit, ma perché si richiama a una versione soft di uscita dall’Europa che potrebbe ottenere un ampio consenso in Parlamento. Il problema è che questa ennesima versione di Brexit dovrebbe essere discussa e votata. Prima del 29 marzo.

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