Cos’è la recessione, spiegato

Una parola che sta per tornarci familiare: non vuol dire solo che "l'economia va male", ma che va male in un certo modo

Siamo abituati a parlare di “recessione” per intendere semplicemente un momento in cui l’economia di un paese si trova in difficoltà, ma in realtà il termine ha un significato economico circoscritto e può essere utilizzato correttamente solo in determinate situazioni.

Che cos’è la recessione?
In linea generale la recessione si verifica quando un paese, arrivato ad avere una certa capacità produttiva, non è più in grado di sfruttarla completamente: per esempio perché la domanda complessiva di beni e servizi diminuisce. La recessione è l’opposto della crescita economica, cioè dello sviluppo di un paese in diversi settori con aumento della ricchezza, dei consumi, della produzione di beni e di servizi.

Quando si va in recessione?
Nel corso degli anni gli economisti hanno elaborato teorie, anche molto diverse tra loro, per stabilire quando un paese entra in recessione. Non c’è quindi un’unica risposta e molto dipende da quali indicatori economici vengono presi in considerazione: l’economia di un paese è una cosa molto complessa e non sempre facilissima da analizzare. Tra i vari sistemi proposti ha riscosso un notevole successo nel 1975 quello proposto dall’economista Julius Shiskin in un articolo sul New York Times, che ormai è quello universalmente adottato. Shiskin suggerì di considerare l’andamento del prodotto interno lordo (cioè il valore di tutti i beni e i servizi finanziari prodotti da un paese) in due trimestri consecutivi: se il dato è negativo in entrambi, allora il paese si trova in recessione.

Tornando all’esempio iniziale: se per due trimestri consecutivi diminuisce il valore di tutti i beni e servizi prodotti da un paese, vuol dire che “i livelli produttivi di un paese sono inferiori a quelli che lo stesso potrebbe avere”. L’economia di quel paese potrebbe fare di più, ma non lo sta facendo.

Negli Stati Uniti viene sostanzialmente applicata questa regola, e per determinare se ci sia o meno la recessione si fa principalmente affidamento sul National Bureau of Economic Research (NBER). Nel tempo il NBER ha affinato i propri sistemi di ricerca e studio sull’andamento dei cicli economici, introducendo altri fattori come i livelli di disoccupazione, quelli della produzione industriale e l’andamento delle vendite dei beni sul mercato. In Italia il ruolo del NBER ce l’ha l’ISTAT, l’Istituto nazionale di statistica, che tra le altre cose diffonde periodicamente le stime sull’andamento del PIL.

Che cosa succede quando c’è la recessione
Gli effetti di un periodo di recessione possono essere molteplici e molto dipende da come è strutturata l’economia del paese che si ritrova in questa condizione. Un periodo di recessione può quindi avere diversi livelli di gravità, che naturalmente influenzano anche le possibilità di uscirne bene e in tempi rapidi. Tra le conseguenze possono esserci, per esempio, un ulteriore calo dell’occupazione legato alla minore produzione, una sfiducia più forte sui mercati finanziari e quindi meno investimenti e un aumento del costo della vita.

Depressione
La depressione può essere considerato uno stato cronico di recessione. Anche in questo caso gli economisti hanno prodotto decine di teorie e di sistemi per valutare quando un paese entra in depressione. I fattori da valutare sono molti e diversi tra loro, tuttavia molti economisti concordano nel considerare due condizioni fondamentali. Si parla di depressione quando la variazione in negativo del PIL supera il dieci per cento o quando la fase di recessione dura molto a lungo, per almeno tre o quattro anni.

Come se ne esce
Anche in questo caso non c’è un’unica soluzione: molto dipende dalla gravità della recessione, dall’orientamento politico dei governi e dalle politiche economiche che vogliono applicare. In linea generale si ritiene che tra le cause ci sia un calo della domanda aggregata, cioè della richiesta di beni e servizi (lo sfruttamento della capacità produttiva di un paese). Si cerca quindi di fare leva su questo fattore per rimettere le cose a posto, riavviando l’economia.

Alcuni economisti – definiti monetaristi – spingono in genere per politiche monetarie espansive, che prevedano cioè la riduzione dei tassi di interesse così da stimolare l’offerta di denaro delle banche alle imprese per far crescere investimenti e produzione. Gli economisti più vicini alle teorie keynesiane sostengono un aumento della spesa pubblica per riavviare l’economia, cosa che però fa spesso a pugni con l’indebitamento. Altri rimedi possono essere la riduzione delle imposte per incentivare gli investimenti da parte delle imprese. Trovare il giusto equilibrio non è semplice, soprattutto nell’attuale sistema economico molto interdipendente tra i vari paesi. Nell’attuale momento storico, la situazione è resa più complessa dal fatto che i tassi di interesse sono già molto bassi e il governo italiano – soprattutto dopo l’ultima legge di bilancio – ha margini ridottissimi di ulteriore spesa: anzi, si è impegnato a tagliare la spesa per oltre 50 miliardi di euro pur di disinnescare le cosiddette “clausole di salvaguardia”, che altrimenti comporterebbero un aumento automatico dell’IVA.