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  • mercoledì 30 gennaio 2019

L’Italia verso il Sei Nazioni

Venerdì inizia la 125ª edizione, la ventesima da quando ci siamo dentro anche noi: non si vince da tre anni e ci sarà ancora da soffrire

di Pietro Cabrio
Tommaso Benvenuti in azione nel test match autunnale contro la Nuova Zelanda (FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Il ventesimo torneo Sei Nazioni della Nazionale italiana maschile di rugby inizia sabato pomeriggio a Edimburgo contro quella che un tempo era la nostra avversaria preferita, la Scozia. La nazionale britannica è l’avversaria contro cui l’Italia ha ottenuto più vittorie nel torneo e fino a quattro anni fa garantiva almeno una partita disputata alla pari con la possibilità di evitare “cappotto” (tutte sconfitte), ultimo posto e quindi il cucchiaio di legno. Quella Scozia però non c’è più e quel periodo di difficoltà ci ha forse tratti in inganno. Gli scozzesi hanno una tradizione rugbistica molto più ricca e radicata della nostra (negli ultimi 136 anni hanno vinto il Sei Nazioni ventidue volte) e in quel periodo ebbero un lungo calo fisiologico. Da tre anni a questa parte il Sei Nazioni ha di nuovo una Scozia competitiva (l’anno scorso è arrivata terza) mentre l’Italia è rimasta ai suoi livelli, e quindi isolata all’ultimo posto.

La Nazionale italiana non vince una partita del Sei Nazioni da tre edizioni. L’ultima vittoria risale al 28 febbraio 2015 e fu proprio a Edimburgo contro la Scozia. Al pubblico dello Stadio Olimpico di Roma va ancora peggio, perché non assiste a una vittoria dal 16 marzo 2013. Chi quest’anno si aspetta il ritorno alla vittoria potrebbe rimanere ancora deluso. Non è cambiato molto rispetto alle ultime due edizioni e l’unico appiglio in più è quello delle tre partite da giocare in casa – l’anno scorso furono solo due – fra le quali l’ultima contro la Francia, considerata l’avversaria più vicina al nostro livello. A detta dell’allenatore, Conor O’Shea, e del capitano, Sergio Parisse, questa potrebbe essere l’edizione più difficile degli ultimi anni.

Come ci arriviamo

Il livello della Nazionale rispecchia quello delle squadre di club, che a loro volta dipendono dalla salute di tutto il movimento. Sotto questo aspetto i risultati nel campionato Pro14 dei due club italiani di punta, Benetton Treviso e Zebre, sono tutto sommato promettenti. L’anno scorso hanno disputato le loro migliori stagioni dopo diverse annate estremamente negative: le Zebre hanno vinto sette partite su ventuno mentre la Benetton è arrivata a undici. Quest’anno però le Zebre sono tornate in difficoltà, principalmente per la quantità di infortuni che hanno avuto, ma la Benetton sta migliorando ancora: a sette partite dal termine della stagione regolare ha sette vittorie e per la prima volta si trova in piena corsa per un posto ai playoff, cioè le finali del campionato.

Ian McKinley, mediano d’apertura di Treviso e della Nazionale (Henry Browne/Getty Images)

La differenza tra i due club sta principalmente nella qualità del gruppo e nella profondità della rosa. La Benetton, oltre a venire da trent’anni di successi e da una regione, il Veneto, dove il rugby è talmente popolare da riuscire a camminare con le proprie gambe, grazie agli investimenti che hanno permesso l’ingaggio di giocatori di qualità riesce a restare in partita anche contro avversari sulla carta superiori e a rimediare discretamente alle assenze, cosa che invece alle Zebre ancora non riesce.

Nonostante l’affermata competitività internazionale di Treviso sia un buon segnale (19 dei 31 convocati vengono da lì), non è abbastanza per poter incidere sulle ambizioni nel Sei Nazioni. Irlanda, Inghilterra e Galles restano lontanissime e probabilmente condurranno un torneo a parte. Anche Scozia e Francia sono superiori sulla carta: se negli scontri diretti riusciranno a dare il loro meglio potrebbero vincere anche se l’Italia giocasse a sua volta al meglio.

Se si vanno a guardare i convocati, la Nazionale di O’Shea non si presenta al Sei Nazioni nelle migliori condizioni possibili. Due dei suoi giovani più promettenti, Matteo Minozzi e Jake Polledri, sono già certi di saltare tutte le partite a causa di seri infortuni e le loro assenze si noteranno. Il mediano di mischia Marcello Violi ritornerà ad allenarsi soltanto a febbraio dopo un infortunio alla spalla, così come l’ala Mattia Bellini, che nell’ultimo anno è stato uno degli italiani migliori. Sono tuttavia ritornati in gruppo due giocatori molto importanti per la squadra: il capitano Sergio Parisse, che ha saltato i test match autunnali ed ora è nuovamente in forma, e Michele Campagnaro, l’unico tra i convocati a giocare nel campionato inglese, il migliore del continente. Per Parisse sarà inoltre l’ultimo Sei Nazioni con l’Italia: a 35 anni si sta avvicinando al ritiro.

Sergio Parisse in testa alla Nazionale prima della partita contro la Scozia dell’anno scorso (Getty Images)

E allora perché seguire ancora l’Italia?

Il rugby è uno sport dove non esiste la casualità. La fatica profusa dai giocatori è troppo grande e prolungata per riuscire a nascondere i valori in campo: vince sempre il più forte e chi gioca meglio. Questo vuol dire che le vittorie ottenute negli ultimi anni, e soprattutto quelle che vent’anni fa ci permisero di partecipare a uno dei tornei più antichi e prestigiosi al mondo, furono meritate dalla prima all’ultima, così come meritate sono tutte le sconfitte a cui abbiamo assistito finora.

Il livello di tutto il movimento, anche al netto della scarsa lungimiranza dei dirigenti federali, che in questi anni ha purtroppo impedito miglioramenti significativi, non ci permette ancora di competere alla pari degli altri né di avere la certezza di vincerne anche solo una ogni tanto. Di questo ne sono consapevoli soprattutto i trentuno giocatori che per un mese e mezzo giocheranno nei più grandi stadi d’Europa sapendo di avere davanti a sé ostacoli fuori portata, e nonostante questo lo faranno senza risparmiarsi e provandoci sempre, fino a quando ne avranno le forze.

Conor O’Shea a Padova per il test match contro l’Australia (Dan Mullan/Getty Images)

Il compito dell’Italia in questo Sei Nazioni è competere per giocare sempre al proprio meglio, aggiungendo di volta in volta qualcosa di buono. La gestione tecnica di Conor O’Shea è probabilmente la più stimolante avuta dal rugby italiano: ogni partita è una tappa per la crescita non solo della squadra, ma di tutto il movimento. O’Shea è un tecnico brillante, rispettato e ben voluto. Nei suoi tre anni in Italia non è riuscito ancora a ottenere risultati nel Sei Nazioni, ma ha lavorato su tutto il territorio per rimediare alle mancanze ereditate dal passato mettendo giù le basi per un progetto a lungo termine che arriverà almeno fino alla Coppa del Mondo in Giappone, in programma il prossimo autunno. La base dei giocatori a cui la Nazionale può attingere si sta via via allargando, e ora dovrà farlo anche la competitività tra giocatori in ogni ruolo.

Le date da segnarsi

La partita inaugurale della 125ª edizione del Sei Nazioni la giocheranno Francia e Galles venerdì sera allo Stade de France di Parigi. Il giorno dopo sarà il turno di Scozia-Italia e dell’attesissima Irlanda-Inghilterra, la partita tra la detentrice del torneo e la contendente principale, divise da una storica rivalità. L’Italia giocherà poi il 9 febbraio a Roma contro il Galles, il 24 febbraio sempre a Roma contro l’Irlanda, il 9 marzo a Londra contro l’Inghilterra e il 16 marzo a Roma nell’ultima partita contro la Francia.

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