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  • martedì 29 gennaio 2019

Theresa May ha l’appoggio del Parlamento per riaprire i negoziati su Brexit

In particolare sul contestato "backstop", a cui si oppongono diversi conservatori: ma sembra che l'UE abbia un'idea diversa

Theresa May (Jack Taylor/Getty Images)

Martedì sera il Parlamento britannico ha votato una serie di emendamenti su Brexit con l’intenzione di togliere l’iniziativa alla prima ministra Theresa May, che nelle ultime settimane è stata contestata sia dall’opposizione laburista che da un pezzo del suo partito. Il voto, tuttavia, ha finito per rafforzare May, che è uscita dal dibattito in una posizione migliore di quella da cui partiva.

Quasi tutti gli emendamenti che si votavano martedì sera non erano vincolanti per il governo, ma una loro eventuale approvazione sarebbe servita per aumentare la pressione sul governo di May e indirizzare la sua azione politica.

L’unico vincolante, che quindi il governo sarebbe stato obbligato a rispettare in caso di approvazione, era quello presentato dalla laburista Yvette Cooper, con lo scopo dichiarato di scongiurare l’eventualità del “no deal” – emendamento a cui il governo di Theresa May si opponeva. Il “no deal” significa arrivare al 29 marzo – la data fissata per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europa – senza che sia stato raggiunto un accordo tra le due parti, scenario considerato quasi catastrofico da diversi analisti e politici. L’emendamento di Cooper è stato però bocciato, anche per il voto contrario di alcuni laburisti: prevedeva l’avvio di una procedura piuttosto contorta che avrebbe portato a votare una legge che, una volta approvata, avrebbe obbligato il governo a chiedere all’Unione Europea di rimandare Brexit di alcuni mesi se non si fosse riusciti a trovare un accordo entro il 26 febbraio.

È stato invece approvato l’emendamento presentato dalla conservatrice Caroline Spelman, che proponeva anch’esso di rifiutare un eventuale scenario di “no deal”. Questo emendamento, come quello di Cooper, aveva trovato l’opposizione di Theresa May, che però negli ultimi giorni aveva ricordato come la sua eventuale approvazione non avrebbe costretto il governo a fare nulla: a differenza dell’emendamento Cooper, quello Spelman non era vincolante. L’approvazione dell’emendamento Spelman è stata l’unica sconfitta di May nel voto di martedì sera in Parlamento.

Il secondo voto più importante di martedì è stato quello sull’emendamento “Brady”, dal nome del capogruppo del Partito conservatore Graham Brady.

L’emendamento è stato approvato: prevede di chiedere al governo di modificare il cosiddetto “backstop”, una sorta di meccanismo di sicurezza introdotto nell’accordo negoziato da May con l’Unione Europea per evitare uno scenario simile al “no deal” nel caso in cui la seconda fase di negoziati prevista dall’accordo non arrivasse a un’intesa.

Il “backstop” è una delle principali ragioni che avevano spinto più di cento deputati conservatori e alleati del governo May a votare contro l’accordo su Brexit lo scorso 16 gennaio. L’emendamento Brady, hanno scritto diversi quotidiani britannici, era appoggiato dalla stessa prima ministra, che intendeva usarlo per ridurre le fila dei suoi nemici: era pensato per attirare il voto di chi era critico nei confronti dell’accordo, proponendo un ultimo tentativo di modificarlo senza però al contempo compromettere la posizione del governo. In altre parole: era un sistema per “neutralizzare” i critici soprattutto all’interno del Partito conservatore. Anche in questo caso, come nel voto sull’emendamento Cooper, May ne è uscita rafforzata.

Per riassumere: il Parlamento britannico ha votato per arrivare a Brexit con un accordo, quindi rifiutando lo scenario di “no deal”; tuttavia non ha voluto avere il potere di costringere il governo di May ad evitare a tutti i costi il “no deal”. Ha inoltre espresso la propria preferenza a rinegoziare con l’UE il “backstop”, ma ha accettato di appoggiare l’accordo su Brexit trovato da May e dall’UE (quello bocciato a larghissima maggioranza) nel caso in cui non sarà possibile modificare questo punto dell’accordo.

C’è un’altra cosa da tenere a mente. Nonostante l’approvazione dell’emendamento “Brady” da parte del Parlamento britannico – quindi della richiesta di ripensare il “backstop” – non è detto che il governo riesca a convincere l’Unione Europea a riaprire i negoziati: anzi, sarebbe una sorpresa se accadesse.

Nelle ultime settimane i principali leader europei hanno detto e ripetuto di non essere disposti a riaprire i negoziati su Brexit, sostenendo che l’accordo con il Regno Unito ci sia già: quello raggiunto lo scorso novembre tra negoziatori europei e britannici, che poi però è stato bocciato a larghissima maggioranza dal Parlamento britannico. Lo stesso concetto è stato ribadito martedì sera dal presidente francese Emmanuel Macron, che prima del voto sull’emendamento “Brady” ha escluso che l’Unione Europea possa riaprire i negoziati con il Regno Unito sul “backstop”: Macron ha aggiunto che l’accordo su Brexit negoziato con il governo britannico «è il miglior accordo possibile. E non è rinegoziabile». La stessa cosa è stata detta dopo il voto dal presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, che tramite il suo portavoce ha fatto sapere che il “backstop” è parte dell’accordo già approvato, e non è modificabile.

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