Migranti a bordo della Sea Watch 3 (FEDERICO SCOPPA/AFP/Getty Images)
  • Italia
  • sabato 26 gennaio 2019

Il nuovo caso Sea Watch, spiegato

È iniziato sabato scorso e non si è ancora risolto: il governo italiano non vuole sapere niente dei 47 migranti a bordo, e non è il solo

Migranti a bordo della Sea Watch 3 (FEDERICO SCOPPA/AFP/Getty Images)

Per l’ottavo giorno consecutivo, 47 migranti soccorsi di fronte alle coste libiche sono a bordo della nave Sea Watch 3 della ong tedesca Sea Watch, senza avere un porto sicuro dove sbarcare. Da ieri la nave si trova a poco più di un miglio dalla città di Siracusa: il governo ha autorizzato la sua entrata in acque territoriali italiane a causa delle cattive condizioni del tempo, ma non le ha affidato un “porto sicuro” dove attraccare. Negli ultimi giorni alcuni esponenti del governo italiano, tra cui Luigi Di Maio, hanno ribadito che i porti italiani sono chiusi alle ong (nei fatti è vero, formalmente però no) e hanno accusato la Sea Watch 3 di non avere rispettato «la legge del mare», raccontando però una versione dei fatti che non sembra corrispondere alla realtà.

Quello della Sea Watch 3 è l’ennesimo caso di navi bloccate nel Mediterraneo a causa del rifiuto dell’Italia, e di altri paesi europei, di farsi carico dello sbarco e dell’accoglienza dei migranti a bordo.

La Sea Watch 3, battente bandiera olandese, ha soccorso i 47 migranti tra cui 8 minori non accompagnati sabato della scorsa settimana, rispondendo alle richieste di intervento arrivate da Alarm Phone, un call center informale gestito dalla ong Watchformed, e da Moonbird, l’aereo della ong Humanitarian Pilots Initiative che sorvola il Mediterraneo centrale per segnalare eventuali imbarcazioni in difficoltà.

Il 19 gennaio, il giorno del soccorso, la Sea Watch 3 ha scritto di avere informato dell’operazione tutte le autorità competenti, o perlomeno di averci provato: «non siamo riusciti a raggiungere la cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo ora in attesa di ulteriori istruzioni». “Cosiddetta” perché la Guardia costiera libica è da tempo oggetto delle critiche e dei dubbi di analisti, ong e agenzie dell’ONU. Nonostante negli ultimi anni sia stata ampiamente finanziata dal governo italiano, diverse inchieste giornalistiche e indagini indipendenti hanno mostrato come sia formata da miliziani e trafficanti di esseri umani che alimentano gli stessi flussi migratori e le stesse sistematiche violazioni dei diritti umani che l’Europa vorrebbe fermare.

Il giorno dopo, il 20 gennaio, la Sea Watch 3 ha pubblicato l’immagine di una email inviata dal capitano della nave e dal campo della missione all’Itmrcc, il Centro nazionale italiano del coordinamento del soccorso marittimo della Guardia costiera di Roma, ovvero il centro di riferimento italiano per il soccorso in mare. Nella email, l’equipaggio della Sea Watch 3 diceva di avere scritto e di avere provato a chiamare sia la Guardia costiera libica che le autorità olandesi, senza però ricevere risposta. Sottolineava inoltre come il 5 gennaio il portavoce della Guardia costiera libica avesse detto che la «Libia non è pronta a ricevere migranti illegali non soccorsi dalla sua Guardia costiera». La Sea Watch 3 ribadiva che la responsabilità di indicare un “porto sicuro” – cioè un porto dove sbarcare i migranti, come prevede il diritto internazionale – fosse delle autorità a terra e non della nave che presta i soccorsi.

Il problema di non riuscire a raggiungere la Guardia costiera libica, ribadito una seconda volta da Sea Watch il 20 gennaio, non è una cosa nuova per chi si occupa di immigrazione e soccorsi in mare.

Le autorità libiche erano già state accusate di non rispondere alle chiamate di emergenza relative a imbarcazioni di migranti in difficoltà. Pochi giorni fa il giornalista Fabio Tonacci di Repubblica aveva provato a chiamare i cinque numeri di telefono messi a disposizione dalle autorità libiche per richiedere l’intervento nella loro zona SAR (sigla di search and rescue), cioè l’area di mare in cui la Libia è competente e si impegna a mantenere attivo un servizio di ricerca e salvataggio: tre numeri su cinque non avevano funzionato; al quarto aveva risposto un messaggio registrato che diceva di «riprovare più tardi»; al quinto un uomo diceva di parlare solo arabo, e non inglese.

La versione dei fatti raccontata da Sea Watch sembra quindi smontare le accuse che sono state fatte in questi giorni da alcuni esponenti del governo italiano alla ong tedesca. Danilo Toninelli (M5S), ministro dei Trasporti, ha accusato la nave Sea Watch 3 di non avere «rispettato la legge del mare», perché avrebbe dovuto attendere l’arrivo della Guardia costiera libica, che però – come abbiamo visto – per almeno due giorni non ha risposto a nessuna delle chiamate dell’equipaggio. La «legge del mare», anzi, impone di soccorrere immediatamente ogni persona che si trovi in difficoltà in alto mare. Venerdì il vicepresidente del Consiglio Luigi di Maio (M5S) ha detto una cosa simile, accusando la Sea Watch 3 di avere disobbedito alla Guardia costiera libica (che però sembra non avere ordinato nulla).

Dopo avere atteso istruzioni sul da farsi, e non averle ricevute, la Sea Watch 3 si è diretta verso le acque territoriali maltesi, senza però ricevere l’autorizzazione dal governo di Malta per far sbarcare i migranti.

Il 24 gennaio il ministro dell’Interno Matteo Salvini (Lega) ha scritto che la Sea Watch 3 si stava dirigendo verso le coste italiane: «Nessuno sbarcherà in Italia. Pronti a mandare medicine, viveri e ciò che dovesse servire, ma porti italiani sono e resteranno chiusi», ha scritto Salvini. Il giorno dopo Salvini ha mandato una lettera al governo olandese dicendo che sarebbe dovuto intervenire nella vicenda della Sea Watch 3 accogliendo i migranti a bordo, visto che la nave batte bandiera olandese. C’è una precisazione da fare però, al di là delle considerazioni politiche: non esiste una norma che dica che i migranti soccorsi da una nave siano responsabilità del paese di bandiera di quella nave: esiste invece una norma che parla di primo “porto sicuro”, cioè di far sbarcare i migranti nel porto più sicuro e più vicino al luogo dove è avvenuto il soccorso: nel caso della Sea Watch 3 sarebbe senza dubbio l’Italia.

Il governo olandese ha risposto che non accoglierà i migranti sul suo territorio. Mark Harbers, ministro olandese per l’Asilo e le migrazioni, ha detto che «finché non ci saranno accordi europei su soluzioni strutturali per i migranti a bordo dei barconi, i Paesi Bassi non prenderanno parte a soluzioni ad hoc». Le soluzioni ad hoc di cui ha parlato Harbers sono quelle che diversi paesi europei hanno cominciato ad adottare dopo la chiusura di fatto dei porti italiani decisa dal governo M5S-Lega, che ha cambiato il modo di soccorrere i migranti nel Mediterraneo: sono soluzioni trovate di volta in volta, che riguardano ciascuna una singola emergenza, che funzionano poco e che potrebbero essere superate solo da una riforma più ampia del regolamento di Dublino, il collo di bottiglia legislativo che oggi trattiene decine di migliaia di richiedenti asilo in Italia: questa riforma però è fallita anche per l’opposizione dell’Italia.

La Sea Watch 3 si trova ancora di fronte alle coste di Siracusa, per proteggere i migranti e l’equipaggio dalle cattive condizioni del tempo, ma non ha ancora un porto dove sbarcare. Per il momento non ci sono notizie di negoziati in corso tra paesi europei per accogliere i 47 migranti a bordo.

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