Le canzoni pop si stanno accorciando?

Le analisi sulle classifiche degli ultimi anni suggeriscono di sì, e c'entra – avete indovinato – la musica in streaming

Drake in concerto a New York nel 2017. (Jason Kempin/Getty Images for Adult Swim)

Tra il 2013 e il 2018 la durata media delle canzoni nella classifica Billboard Hot 100, la più citata per la musica pop internazionale, si è abbassata da 3 minuti e 50 secondi a 3 minuti e 30 secondi. I calcoli li ha fatti il sito americano Quartz, che ha analizzato anche la durata di una serie di famosi dischi pop e hip hop degli ultimi anni per dimostrare che le canzoni pop si stanno accorciando.

Non è davvero una novità: da tempo critici ed esperti musicali evidenziano questo fenomeno, attribuendone le cause principali all’espansione dei servizi di musica in streaming. L’anno scorso, infatti, lo streaming ha superato i download digitali e le vendite delle copie fisiche degli album per quanto riguarda gli incassi totali dell’industria discografica mondiale. Servizi come Spotify e Apple Music hanno decine di milioni di abbonati paganti nel mondo (i dati più recenti risalgono alla scorsa estate, quando i due servizi contavano rispettivamente 83 e 40 milioni di abbonamenti).

Il modo in cui gli artisti incassano dagli streaming segue logiche diverse rispetto ai supporti tradizionali: si stima che il loro guadagno effettivo per ogni singola riproduzione si aggiri tra gli 0,004 e gli 0,008 dollari. I servizi di streaming considerano “riprodotta” una canzone quando l’ascoltatore supera una certa soglia di secondi, generalmente intorno ai 30. Sono cifre molto basse, e infatti il mercato dell’industria musicale si sta restringendo inesorabilmente da anni: ma soprattutto è una tipologia di riproduzione che ha cambiato le logiche seguite dagli artisti. A voler semplificare molto: per 15 minuti di musica riprodotta, un artista che ha fatto cinque canzoni da 3 minuti guadagnerà di più di uno che ha fatto tre canzoni da 5 minuti.

Naturalmente ci sono moltissimi artisti che preferiscono continuare a seguire logiche diverse, e decidere la durata delle proprie canzoni su basi più “artistiche”. E ci sono artisti che fanno entrambe le cose. Un’altra cosa da considerare è che non è una novità che il supporto privilegiato dagli ascoltatori influenzi la durata media delle canzoni: fino agli anni Cinquanta i dischi potevano contenere un massimo di tre minuti di musica per lato, e infatti le canzoni non li superavano quasi mai. Le cose cambiarono radicalmente negli anni Sessanta con la diffusione degli LP, che potevano contenere qualche decina di minuti per lato, per la gioia dei gruppi progressive rock, che senza quel tipo di supporto non avrebbero potuto fare le loro canzoni lunghissime. Le musicassette e i CD ampliarono ulteriormente queste possibilità, fino all’avvento della musica digitale che ha nuovamente cambiato le cose.

Uno dei dischi più apprezzati dalla critica nel 2018 è stato Whack World della rapper americana Tierra Whack, fatto di 15 canzoni da un minuto ciascuna. È un disco tutto sommato di nicchia e ricercato, quindi ci sono buone ragioni per credere che sia stata una scelta prevalentemente artistica: ma è rappresentativa di una tendenza generale. L’anno scorso è uscito ye, l’ultimo disco del rapper Kanye West: durava meno di 24 minuti, contro i 66, i 40 e i 68 dei suoi tre dischi precedenti. Quartz ha analizzato anche i dischi di Kendrick Lamar, il rapper più celebrato e di successo degli ultimi anni: in Good Kid, M.A.A.D City del 2012 la quinta canzone arrivava al minuto 19. In To Pimp a Butterfly del 2015 arrivava invece al minuto 16, e in Damn del 2017 già al minuto 13.

Recentemente l’ex direttore del sito musicale Pitchfork ha avallato la teoria secondo cui le principali responsabilità di questa tendenza siano da attribuire allo streaming, scrivendo su Twitter che «non c’è mai stato questo tipo di incentivo economico a fare canzoni più corte». Nella stessa discussione, i responsabili dell’apprezzato podcast musicale Switched On Pop hanno detto di essere scettici riguardo alle teorie che vedono le cause di questo fenomeno nella minore soglia di attenzione delle persone al giorno d’oggi.

C’è da considerare un altro punto. Negli ultimi due anni c’è stato un nuovo genere musicale che ha ribaltato gli equilibri della musica mainstream, negli Stati Uniti come in Italia: la musica trap. La stragrande maggioranza degli artisti che la fanno sono molto giovani e si sono fatti conoscere su internet, su YouTube o su SoundCloud, e hanno sempre preferito canzoni brevi, spesso sotto i tre minuti. Il fatto che la trap sia così popolare fa sì che ci siano sempre più canzoni trap nelle classifiche delle canzoni più ascoltate, riducendo ulteriormente la durata media.

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