I migliori film del 2018, secondo il New York Times

Due classifiche, fatte dai due principali critici del giornale, e in entrambe c'è il film italiano "Lazzaro felice"

I due critici cinematografici del New York Times, A.O. Scott e Manohla Dargis, hanno scelto i loro film preferiti tra quelli usciti quest’anno negli Stati Uniti. Come ogni anno, Scott e Dargis hanno fatto due liste separate, ma ci sono diversi film in comune: BlacKkKlansman; Monrovia, Indiana; First Reformed – La creazione a rischio, Roma e l’italiano Lazzaro Felice. Per il resto, è un buon mix tra film americani e film dal resto del mondo, e tra cose da cineforum del lunedì sera con successivo dibattito e cose che sono anche passate dal multisala di provincia il sabato pomeriggio. O che ci passeranno, perché molti film in Italia ancora devono uscire.

LA CLASSIFICA DI MANOHLA DARGIS

10. Colophon (for the Arboretum Cycle) (di Nathaniel Dorsky)

È un film lungo appena 14 minuti presentato al Toronto Film Festival e di cui nemmeno si trova online un trailer. Il regista è un artista sperimentale i cui film sono spesso muti, ed è girato a 18 fotogrammi al secondo (anziché 24, come quasi ogni altro film). Dargis l’ha scelto perché «ricorda che il cinema è anche questione di luce e forma». Per supercinefili.

9. Monrovia, Indiana (di Frederick Wiseman)

È un documentario su una città statunitense del Midwest. Wiseman ha detto: «Cercare di comprendere perché Donald Trump avesse vinto le elezioni era uno dei motivi per cui ho fatto questo documentario, ma non era l’unico». Per Dargis è un «documentario dell’era Trump, pacatamente politico». Wiseman ha 88 anni, è un grande documentarista e di recente ha diretto anche Ex Libris – The New York Public Library, un documentario sulla famosa biblioteca di New York.

8. Morto Stalin, se ne fa un altro (di Armando Iannucci)

È un film che fa ridere, perché racconta in forma di satira quello che successe in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin, nel 1953. In Russia l’hanno vietato, ritenendo che ridicolizzasse il paese. Steve Buscemi interpreta Nikita Chruščëv. Secondo Dargis, Iannucci – che è scozzese, nonostante il nome italiano – è un «grande regista di attori», perché scrive ottimi dialoghi e li fa recitare al meglio.

7. First Reformed – La creazione a rischio (di Paul Schrader)

È stato presentato a Venezia e parla di un pastore di una chiesa sempre semivuota, distrutto dalla morte del figlio, e di una parrocchiana il cui marito, un ambientalista radicale, finisce per suicidarsi. I due iniziano a parlarsi e il pastore scopre losche vicende che riguardano la sua Chiesa. Per Dargis «è allo stesso tempo un punto d’arrivo e un galvanizzante inizio della straordinaria carriera nel cinema di Schrader», che è stato regista di molti film (tra cui American Gigolò) e sceneggiatore di alcuni dei migliori film di Martin Scorsese.

6. BlacKkKlansman (di Spike Lee)

È ispirato a una storia vera e parla di un poliziotto nero e un poliziotto ebreo che negli anni Settanta, in Colorado, si infiltrano nel Ku Klux Klan. I due poliziotti sono interpretati da John David Washington e Adam Driver. Per Dargis «Lee ci porta sapientemente in uno scioccante passato dell’America e in modo straziante ci conduce nel suo agonizzante presente». Ma è anche un film con momenti divertenti, nel caso le ultime righe vi abbiano un po’ spaventati.

5. Lazzaro felice (di Alice Rohrwacher)

«In questo sorprendente film, il neorealismo incontra il realismo magico», ha scritto Dargis. Il film, italiano e uscito in Italia a fine maggio, racconta la storia di un giovane contadino ingenuo, il Lazzaro del titolo, e della sua amicizia con un altro giovane, Tancredi, che lo porterà in città, un mondo molto diverso dal suo. La regista è Alice Rohrwacher.

4. Zama (di Lucrecia Martel)

È tratto da un romanzo storico argentino, piuttosto noto da quelle parti, ed è ambientato nel Diciottesimo secolo. Parla di un ufficiale, Don Diego de Zama, che è in Paraguay ma aspetta un trasferimento a Buenos Aires, in Argentina. Siccome passano gli anni e il trasferimento non arriva, de Zama si mette sulle tracce di un pericoloso bandito e finisce in terre quasi inesplorate, dove succedono diverse altre cose. «È magnificamente eccentrico», ha scritto Dargis.

3. Un affare di famiglia (di Hirokazu Kore-eda)

È giapponese, ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes e racconta la storia di una famiglia povera in cui padre e figlio si dedicano al taccheggio e a un certo punto “adottano” una ragazzina abbandonata. Si scopre poi che la bambina ha una tormentata storia familiare. «A volte è delicato, altre volte è brutale», ha scritto Dargis. Magari ne avete sentito parlare con il titolo inglese, usato quando vinse Cannes: Shoplifters.

2. Burning (di Lee Chang-dong)

È un film sudcoreano ed è anche tra i preferiti dei Cahiers du Cinema, l’autorevole rivista francese di cinema. Il film è tratto da un racconto di Haruki Murakami e parla di un ragazzo che incontra una ragazza. La ragazza gli chiede di occuparsi del suo gatto mentre lei va a fare un viaggio in Africa. Poi la ragazza torna ed è accompagnata da uno strano individuo di nome Ben, che ha un “hobby segreto” (che ha a che fare con il titolo del film e che viene in parte svelato già nel trailer). Ma sono solo le premesse, ed è uno di quei film di cui è meglio dire il meno possibile.

1. Roma (di Alfonso Cuarón)

Sta girando in questi giorni nei cinema italiani ma se ve ne fregate dell’esperienza della sala cinematografica, dal 14 dicembre potrete vederlo da casa, su Netflix. Ha vinto il Festival di Venezia ed è tra i favoriti per l’Oscar. È un film drammatico ispirato in parte alla vita del regista Alfonso Cuarón, cresciuto negli anni Settanta a Roma, che in questo caso non è la capitale italiana ma un quartiere di Città del Messico. Dargis ne ha apprezzato la «monumentalità», scrivendo di conseguenza che, secondo lei, è il caso di vederlo al cinema.

LA CLASSIFICA DI A.O. SCOTT

10. La favorita (di Yorgos Lanthimos)

È ambientato nel Diciottesimo secolo, al tempo della guerra tra Francia e Inghilterra, quando la regina è Anna ma chi governa davvero è la sua amica Lady Sarah. Emma Stone interpreta una nuova cameriera che inizia a passare sempre più tempo con la regina. Lanthimos, il regista, è noto per aver diretto Il sacrificio del cervo sacro e The Lobster. Oltre a Stone, nel cast ci sono anche Olivia Colman, Rachel Weisz e Nicholas Hoult. In Italia uscirà a gennaio, insieme a molti altri film che puntano a vincere qualche Oscar. Scott l’ha messo in lista per «l’audacia scenica e attoriale» e perché «la morale del film è che il potere distrugge, e che la distruzione è divertente».

9. Capernaum (di Nadine Labaki)

Labaki è una regista libanese di 44 anni e il film parla di un bambino di Beirut, in Libano, che intenta una causa legale contro i genitori per averlo messo al mondo. La maggior parte degli attori sono non professionisti. Scott ha scritto che il bambino che interpreta il protagonista lo fa con «stoicismo alla Buster Keaton e empatia alla Charlie Chaplin».

8. BlacKkKlansman (di Spike Lee)

È il primo tra i film che mettono d’accordo Scott e Dargis, seppure con diverse posizioni in classifica. «Spumeggiante e indignato», ha scritto Scott, che ha anche particolarmente elogiato le ultime scene.

7. Copia originale (di Marielle Heller)

Parla di una biografa che per fare soldi si mette a falsificare lettere di persone famose e morte. A un certo punto decide, con una complice, di rubare alcune lettere vere per rivenderle. I protagonisti sono Melissa McCarthy e Richard E. Grant, il film è ambientato a Manhattan negli anni Novanta e Scott ha scritto che «raggiunge un certo grado di perfezione». Arriverà in Italia a febbraio.

6. Let the Sunshine In (di Claire Denis)

Parla delle relazioni amorose, spesso deludenti, di un’artista di mezza età, interpretata da Juliette Binoche. Scott ha scritto che la prima visione l’ha un po’ irritato, ma anche incuriosito. Poi l’ha rivisto, per capire come potesse un film essere allo stesso tempo «così artistico e così senza arte».

5. Roma (di Alfonso Cuarón)

È il film che Dargis aveva messo al primo posto e Scott ne ha scritto che è così pieno di vita e persone che quasi potresti viverci dentro. Ha aggiunto che Cuarón «non ha fretta di sviluppare una trama o esplicitare una tesi e quindi riesce a parlare di politica messicana, di dinamiche familiari e, soprattutto, dei sogni e delle delusioni di una casalinga di nome Cloe, interpretata con commovente candore e furba eleganza da Yalitza Aparicio».

4. Private Life (di Tamara Jenkins)

È un film di Netflix, di quelli che nemmeno sono passati prima dai cinema. Ci sono Paul Giamatti e Kathryn Hahn che interpretano una coppia di quarantenni che vorrebbe avere un figlio ma non ci riesce. È una commedia amara, di quelle con gente che passeggia e chiacchiera per New York. Scott l’ha descritto così: «Una commedia pungente ma non crudele, un dramma intenso ma non sentimentale».

3. First Reformed – La creazione a rischio (di Paul Schrader)

Un altro film presente in entrambe le classifiche. A differenza di Dargis, Scott ha però dedicato qualche riga per elogiare Ethan Hawke, che interpreta il pastore protagonista, e per far notare che il film parla tra le altre cose «del significato dell’esistenza umana e della sopravvivenza del nostro pianeta».

2. Lazzaro Felice (di Alice Rohrwacher)

Anche Scott ha tirato in ballo il neorealismo, per parlare del terzo film da regista di Rohrwacher. Ma ha anche scritto che «trascende tutte le categorie e le convenzioni, per mostrare qualcosa sulla tragedia della vita moderna, qualcosa che sembra indicibilmente antico».

Se sei il più importante critico cinematografico del più importante giornale al mondo, quando ti chiedono una classifica puoi anche permetterti di mettere al primo posto a pari merito quattro documentari piuttosto di nicchia. Ed è quello che ha fatto Scott, che ha scelto:

  • Monrovia, Indiana (di Frederick Wiseman)
  • Bisbee ’17 (di Robert Greene)
  • Hale County This Morning, This Evening (di RaMell Ross)
  • Minding the Gap (di Bing Liu)

Scott ha spiegato che la sua non è stata «incapacità di decidere», ma volontà di dare risalto a «quattro documentari lirici e visionari che delineano un ritratto indelebile di cosa siano ora gli  Stati Uniti». Di Monrovia, Indiana abbiamo già scritto. Bisbee ’17 parla di una città di minatori dell’Arizona; Hale County è stato girato in un’area rurale dell’Alabama e Minding the Gap parla di una città industriale dell’Illinois. «Sono tutti film che ti fanno mettere in discussione quello che pensavi di sapere», ha scritto Scott.

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