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  • lunedì 3 dicembre 2018

Perché il Qatar esce dall’OPEC

C'entrano alcune trasformazioni interne all'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, ma anche la crisi politica con l'Arabia Saudita iniziata un anno e mezzo fa

La città industriale di Ras Laffan, il principale centro di produzione di gas naturale liquefatto del Qatar. (KARIM JAAFAR/AFP/Getty Images)

Lunedì il Qatar ha annunciato che a partire dal gennaio del 2019 uscirà dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), il gruppo con sede a Vienna che riunisce dodici paesi tra i maggiori produttori di petrolio al mondo e che si occupa di coordinare la produzione, i prezzi e le negoziazioni con le compagnie petrolifere. Il Qatar è uno dei paesi che contribuiscono meno alla produzione mondiale di petrolio tra quelli dell’OPEC, ma è uno dei primi per l’estrazione di gas naturale. Questa, insieme ad alcune recenti trasformazioni in seno all’OPEC e al duro scontro politico che va avanti da un anno e mezzo con l’Arabia Saudita, sono state le principali ragioni della decisione del Qatar.

Il Qatar, che è membro dell’OPEC dal 1961, l’anno dopo la sua fondazione, è il primo paese mediorientale a lasciare l’organizzazione. Saad Sherida al Kaabi, il ministro dell’Energia qatariota, ha spiegato che il paese vuole concentrarsi sulla produzione di gas naturale liquefatto (LNG), cioè il prodotto di una lavorazione speciale del gas naturale, di cui il Qatar è stato il primo esportatore del mondo nel 2017. Il contributo del Qatar alla produzione di petrolio dei paesi dell’OPEC, invece, ammontava soltanto al 2 per cento del totale: 600mila barili al giorno, contro gli 11 milioni dell’Arabia Saudita. Al Kaabi ha insistito sul carattere strategico della decisione: tra le altre cose, il Qatar vuole costruire il più grande centro al mondo per la produzione di etilene, il principale composto chimico usato nella produzione di plastiche, resine, adesivi e prodotti sintetici.

Di per sé, quindi, l’uscita del Qatar dall’OPEC non avrà probabilmente gravi conseguenze, ma ha un forte valore simbolico. Tutti gli analisti concordano sul fatto che concentrare le risorse sull’estrazione di LNG non sia in contrasto con la permanenza nell’OPEC. Il settore del gas naturale liquefatto, il cui consumo sta crescendo più rapidamente di quello del petrolio o del gas naturale, coinvolge infatti paesi diversi e non è regolato dall’OPEC.

Helima Croft, ex analista della CIA e ora alla banca di investimenti RBC Capital Markets LLC, ha spiegatoBloomberg che è difficile non pensare che nella decisione del Qatar abbia avuto un ruolo l’embargo imposto dal giugno del 2017 dall’Arabia Saudita insieme ad altri tre stati dell’OPEC: l’Egitto, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti. L’isolamento è stato imposto perché il Qatar è accusato di sostenere il terrorismo e di avere legami troppo stretti con l’Iran, e rientra nella più ampia strategia estera della monarchia saudita. La permanenza di entrambi i paesi nell’OPEC era una delle poche garanzie di relativa stabilità nelle relazioni tra Qatar e Arabia Saudita.

Uno dei tratti distintivi dell’OPEC, storicamente, è stato quello di saper mettere da parte le divisioni politiche per mantenere i vantaggi economici derivanti dalla collaborazione sull’estrazione del petrolio. Per questo l’organizzazione è sopravvissuta senza defezioni alla guerra tra Iran e Iraq (entrambi membri) degli anni Ottanta, all’occupazione del Kuwait (a sua volta membro) da parte dell’Iraq, o alla rivalità tra Iran e Arabia Saudita in Siria e in Yemen.

Da diverso tempo, però, gli analisti dicevano che i legami interni all’organizzazione stavano diventando sempre più fragili, anche a causa della perdita di influenza dell’organizzazione. Nel 2016, infatti, l’OPEC avviò una più stretta collaborazione con i paesi non membri dell’organizzazione, che ha permesso tra le altre cose l’esistenza di trattative individuali tra Arabia Saudita e Russia. Queste trattative non sono passate per l’organizzazione e hanno avuto un’influenza cruciale per l’intero settore, oltre a causare il malcontento di diversi membri OPEC, specialmente dell’Iran. A contribuire alla minore importanza dell’OPEC, poi, è stato anche l’aumento di produzione di combustibili fossili del Nord America, che ha spostato gli equilibri petroliferi mondiali.

Allo stesso tempo, non è chiaro cosa voglia fare l’amministrazione statunitense di Donald Trump, che negli ultimi due anni ha rivolto diversi attacchi contro l’OPEC. Con il greggio al prezzo massimo dal 2014, negli Stati Uniti è stata inoltre tirata in ballo di nuovo una legge che era rimasta bloccata per dieci anni, cioè il No Oil Producing and Exporting Cartels Act (NOPEC): è una norma antitrust che, se approvata, revocherebbe l’immunità internazionale garantita ai paesi dell’OPEC, che potrebbero quindi venire citati in giudizio negli Stati Uniti per collusione e concorrenza sleale. La norma, come si capisce, è osteggiata dai paesi OPEC e dall’Arabia Saudita, importante alleato degli Stati Uniti, e difficilmente verrà approvata: è infatti improbabile, almeno ad oggi, che Trump decida di arrivare a uno scontro con la monarchia saudita, la stessa che ha difeso strenuamente (e goffamente) nel caso dell’omicidio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi.

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