I dipendenti di Google contro Google

Oltre 300 impiegati hanno firmato una lettera aperta per chiedere la chiusura di un progetto per creare un motore di ricerca che rispetti la censura in Cina

(Leon Neal/Getty Images)

Oltre trecento dipendenti di Google hanno firmato una lettera aperta, pubblicata online, con cui chiedono alla loro azienda di interrompere il progetto per la creazione di un nuovo motore di ricerca in Cina, che rispetti le rigide regole di controllo e censura imposte dal governo locale. L’iniziativa riprende una lettera analoga della scorsa estate, in quel caso diffusa internamente e che aveva raccolto oltre mille firme in poche ore. L’appello dei dipendenti è un ulteriore indizio di come stiano cambiando le cose all’interno di Google, dove fino a qualche tempo fa la manifestazione del dissenso tra i dipendenti era rarissima o comunque non diventava di dominio pubblico.

L’iniziativa di Google per la Cina, per ora sperimentale e non ufficiale, si chiama “Project Dragonfly”: prevede di realizzare un motore di ricerca con funzioni molto limitate, per soddisfare la censura imposta dal governo cinese. I risultati mostrati da Dragonfly sarebbero molti meno rispetto a quelli che si trovano sul classico Google, alcune chiavi di ricerca come “diritti umani” sarebbero censurate e nei mesi scorsi si è parlato di un sistema che permetterebbe di risalire alle identità di chi ha effettuato determinate ricerche, attraverso i numeri di telefono degli smartphone utilizzati per accedere a Dragonfly.

Google fino al 2010 è stato presente in Cina direttamente con il suo motore di ricerca. Posta davanti alle grandi pressioni del governo cinese per censurare i suoi contenuti, l’azienda decise poi di lasciare la Cina e di chiudere il suo servizio. La versione internazionale di Google risulta inaccessibile ai cittadini cinesi, mentre come per altri siti internazionali i turisti hanno possibilità di accesso, ma comunque con diverse limitazioni. Dragonfly consentirebbe a Google di tornare sul mercato cinese e diffondere più facilmente i suoi servizi, comprese le applicazioni per il suo sistema operativo Android.

Amnesty International è stata tra le prime organizzazioni per la tutela dei diritti umani a chiedere la chiusura del progetto Dragonfly. Nei giorni scorsi ha organizzato manifestazioni all’esterno di numerose sedi di Google proprio per protestare contro il nuovo motore di ricerca. Le proteste hanno indotto i dipendenti a farsi sentire nuovamente, dopo la lettera interna fatta circolare ad agosto. Sempre in segno di protesta, a metà settembre si è dimesso Jack Poulson, uno dei più importanti ricercatori di Google per quanto riguarda i sistemi e gli algoritmi per cercare contenuti online.

Nella nuova lettera aperta, pubblicata su Medium e finora sottoscritta da oltre 330 dipendenti, gli impiegati criticano duramente Google per i progetti legati alla Cina:

La decisione della nostra azienda arriva in un momento in cui il governo cinese sta attivamente espandendo i suoi programmi di sorveglianza e controllo della popolazione. Molti di questi sistemi si basano su tecnologie avanzate, mettono insieme attività online con informazioni personali e soluzioni di sorveglianza di massa, per controllare e profilare i cittadini. Diversi rapporti hanno già messo in evidenza chi ne dovrà sopportare i costi, come gli uiguri, le attiviste per i diritti delle donne e gli studenti. Dare al governo cinese un accesso diretto ai dati degli utenti, come richiesto dalle leggi in Cina, renderebbe Google complice nell’oppressione e nella violazione dei diritti umani.

I dipendenti che hanno firmato l’appello dicono di rifiutarsi di costruire tecnologie per “opprimere i più deboli”. Sostengono inoltre che Dragonfly potrebbe costituire un pericoloso precedente, soprattutto nei confronti di altri governi oppressivi che potrebbero chiedere a Google di fare altrettanto per limitare e controllare le ricerche online nei loro paesi.

Il caso di Dragonfly non è isolato: nell’ultimo anno Google ha dovuto fare i conti con numerose proteste e lamentele da parte dei propri dipendenti, su temi che secondo loro stavano definendo più di qualsiasi altra cosa il modo in cui Google condiziona il mondo. Negli ultimi mesi ci sono state proteste per come la società ha cercato di nascondere casi di molestie, soprattutto nei confronti delle dipendenti, da parte di alcuni dei suoi più importanti manager, allontanati ma con buonuscita da svariati milioni di dollari. In precedenza i dipendenti avevano protestato contro un progetto di Google svolto per conto del Pentagono, che avrebbe di fatto visto l’azienda impegnata in iniziative militari.

È raro che nella Silicon Valley i dipendenti organizzino proteste e manifestazioni contro le loro aziende. La possibilità di farlo finora era stata esplorata da pochi, nel timore di ripercussioni e per il rischio di perdere un posto di lavoro di solito ben pagato, con numerosi benefici e buone condizioni di impiego. Chi lavora nella Silicon Valley è in un certo senso un lavoratore anomalo rispetto a chi lavora in altri uffici o in fabbrica: non ci sono sindacati, i contratti sono spesso concordati singolarmente e raramente ci sono iniziative collettive. Le aziende più ricche – come Google o Facebook – organizzano periodicamente incontri con i dirigenti cui possono partecipare tutti i dipendenti, per confrontarsi e portare avanti le loro richieste. Molte di queste, soprattutto sulle condizioni lavorative, sono solitamente soddisfatte senza conflitti.

Negli ultimi mesi il maggiore attivismo dei dipendenti, non solo all’interno di Google (ci sono stati casi anche dentro Facebook, per esempio), è stato visto come il segno di un cambiamento sul modo in cui funzionano le cose nella Silicon Valley. Il dissenso viene manifestato più liberamente e soprattutto da un maggior numero di persone, che fanno gruppo. La lettera aperta su Dragonfly era stata inizialmente firmata da una decina di persone, ma in poche ore ha ottenuto l’adesione di altre centinaia di dipendenti all’interno di Google, diventando un problema di immagine per la società con decine di articoli e analisi non sempre generose nei suoi confronti.

Nonostante le grandi pressioni da parte dei dipendenti e di riflesso dei media, finora Google ha preferito non esporsi più di tanto sul caso Dragonfly. Con un breve comunicato, la società ha confermato di avere investito e di voler continuare a investire nel mercato cinese per espandere la presenza di Android e dei suoi servizi. Ha poi aggiunto che per ora le esperienze legate alle ricerche online sono “esplorative” e che non hanno portato a nessuna decisione definitiva, né al lancio nel futuro immediato di nuovi prodotti sul mercato cinese.

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