(MENAHEM KAHANA/AFP/Getty Images)
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  • venerdì 16 novembre 2018

A Gaza si è evitata per poco una guerra che nessuno voleva

Né Hamas né Israele, che si sono fermati dopo essersi bombardati a vicenda per alcune ore: cos'è successo?

(MENAHEM KAHANA/AFP/Getty Images)

Nell’ultima settimana Israele e Hamas, il gruppo radicale palestinese che controlla la Striscia di Gaza, sono andati molto vicini a iniziare una nuova guerra. Il conflitto si è evitato perché nessuna delle due parti lo voleva davvero, ma le violenze hanno comunque avuto conseguenze importanti, soprattutto sulla stabilità del governo israeliano guidato dal primo ministro conservatore Benjamin Netanyahu.

I guai erano iniziati domenica scorsa, quando un’operazione israeliana sotto copertura compiuta vicino a Khan Younis, nel sud della Striscia, era finita male. Alcuni miliziani di Hamas avevano scoperto i soldati israeliani infiltrati nel loro territorio ed era iniziata una sparatoria: erano morti sette miliziani palestinesi e un tenente colonnello israeliano. L’operazione israeliana aveva scopi di sorveglianza ed era simile a molte altre che Israele compie di frequente e che non vengono quasi mai scoperte. Netanyahu l’aveva approvata nonostante due settimane prima il suo governo avesse raggiunto un’intesa molto importante con Hamas per fermare le violenze lungo il confine tra la Striscia e il territorio israeliano: l’accordo prevedeva, tra le altre cose, l’arrivo di gasolio nella Striscia per alimentare il secondo generatore dell’unica centrale elettrica di Gaza, e il pagamento di parte degli stipendi arretrati dei dipendenti pubblici della Striscia, impiegati da Hamas.

Hamas, che a causa dell’intesa era stata accusata da altri gruppi radicali della Striscia di avere venduto la causa palestinese agli israeliani in cambio di soldi, aveva reagito all’operazione israeliana lanciando centinaia di razzi contro il sud di Israele, colpendo molte case e un autobus, e uccidendo un palestinese originario della zona di Hebron, in Cisgiordania. Israele aveva a sua volta reagito compiendo diversi attacchi aerei su postazioni militari nella Striscia di Hamas e del Jihad Islamico, altro gruppo radicale, uccidendo sette persone. Poi martedì sera, due giorni dopo l’inizio dei bombardamenti, Hamas aveva annunciato una tregua che aveva trovato il favore di Israele, nonostante diversi membri del governo conservatore di Netanyahu chiedessero una risposta più dura al lancio di razzi di Hamas su Israele: «Il risultato, brusco e inconcludente, ha scatenato celebrazioni a Gaza. Ha lasciato il governo israeliano, il più a destra nella storia del paese, ad affrontare l’accusa di essere stato troppo morbido con Hamas», ha commentato il New York Times.

Una prima conseguenza di tutta questa storia sembra essere stata un relativo rafforzamento della posizione di Hamas.

La leadership del gruppo era stata molto criticata da alcune fazioni della Striscia per avere trovato un’intesa con il governo israeliano, ma la scarica di razzi contro il sud di Israele ha in parte zittito le accuse dei gruppi più radicali. Parlando e trovando un accordo con il governo israeliano, inoltre, Hamas ha in un certo senso marginalizzato Fatah, l’altro principale partito politico palestinese, che è considerato più moderato di Hamas e che controlla la Cisgiordania. Tra i due gruppi palestinesi va avanti da diverso tempo una competizione molto feroce, a cui si deve per esempio il mancato pagamento degli stipendi di migliaia di dipendenti pubblici nella Striscia. Shimrit Meir, analista israeliano della politica palestinese, ha detto al New York Times che le fazioni di Gaza hanno avuto nell’ultima crisi «spazi di manovra incredibilmente ampi», perché hanno intuito che Israele non avrebbe proseguito il conflitto via terra: «Hanno controllato le tempistiche, il livello di escalation e la potenza di fuoco». Hamas non voleva una guerra, anche perché Gaza si trova dal 2014, cioè dall’ultimo grande conflitto con Israele, in una situazione umanitaria molto critica.

Le agitazioni dell’ultima settimana hanno lasciato conseguenze ancora più rilevanti in Israele, dove ha cominciato a traballare il governo di Netanyahu.

Dopo la decisione da parte del governo israeliano di non iniziare una nuova guerra su larga scala con i gruppi della Striscia di Gaza, il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha annunciato le sue dimissioni e ha confermato il ritiro del suo partito, Israel Beytenu, di destra, dalla coalizione di governo di Netanyahu. La mossa di Lieberman, ha scritto Anshel Pfeffer su Haaretz, costringerà molto probabilmente il governo ad anticipare le elezioni previste per novembre 2019, visto che Netanyahu non può più contare su una maggioranza stabile in Parlamento.

«Il tempismo di Lieberman è stato eccezionale», ha scritto Pfeffer, che ha aggiunto: «Ma con il senno di poi, questa era l’unica mossa che poteva fare, un’opportunità d’oro per affrontare le imminenti elezioni da una posizione di maggiore forza». Il punto è che, uscendo dal governo, Lieberman ha scaricato tutta la responsabilità del mancato intervento a Gaza su Netanyahu e sul suo partito, il Likud, potenzialmente togliendo loro diversi consensi provenienti da quella destra israeliana che non accetta troppi compromessi con Hamas. Da qualche anno il partito di Lieberman, Israel Beytenu, rischia l’estinzione politica, stritolato tra il Likud di Netanyahu e La Casa Ebraica di Naftali Bennett, politico divenuto molto popolare: con le dimissioni dal governo, Lieberman ha cercato di anticipare le mosse degli avversari, lasciando loro il problema di gestire il tema delle tensioni a Gaza.

Le preoccupazioni di Lieberman, d’altra parte, sembrano essere state le stesse di Netanyahu.

Uno dei motivi per cui tre settimane fa il governo israeliano aveva raggiunto un accordo con Hamas era la necessità di evitare che il tema delle violenze al confine tra Striscia di Gaza e Israele diventasse «tossico» per la campagna elettorale del Likud. In altre parole, Netanyahu voleva “neutralizzare” la questione del difficile rapporto con i palestinesi della Striscia per evitare di uscirne penalizzato alle prossime elezioni. Anche la scelta di bombardare per un giorno la Striscia e poi fermarsi ha risposto a simili considerazioni, ha scritto Amos Harel, analista militare per Haaretz. Il governo aveva sul tavolo tre opzioni: non rispondere in alcun modo al lancio di razzi di Hamas, posizione praticamente inconcepibile per l’attuale governo di destra, che avrebbe deluso i molti elettori intransigenti del Likud; lanciare un’operazione militare su larga scala come quella del 2014, ipotesi a cui però Netanyahu si oppone da tempo, perché potenzialmente disastrosa; e fare un attacco mirato contro Hamas per un periodo limitato di tempo, soluzione intermedia che al governo è sembrata la più ragionevole e conveniente, e che in qualche modo garantiva una risposta alle frange di elettori più intransigenti senza però finire per infilarsi in un conflitto lungo e complicato.

Oggi la situazione sembra tornata relativamente tranquilla, ma come ogni venerdì da diverso tempo potrebbero esserci proteste di palestinesi della Striscia al confine con Israele, e quindi nuove tensioni. Il governo israeliano potrebbe ordinare di rispondere duramente contro i manifestanti, per provare a fare cambiare idea a chi accusa Netanyahu di essere troppo morbido con Hamas. D’altra parte, è interesse del Likud di tenere in piedi l’intesa con Hamas raggiunta tre settimane fa, proprio con l’obiettivo di togliere il più possibile dai radar elettorali la questione di Gaza.

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