Il governo May perde pezzi su Brexit

Dopo aver approvato la bozza di accordo con l’UE concordata dai negoziatori ci sono state tre dimissioni, tra cui quella del ministro e della sottosegretaria per Brexit

Theresa May (Dan Kitwood/Getty Images)

Dopo che la prima ministra britannica Theresa May ha annunciato mercoledì sera che il governo del Regno Unito aveva approvato la bozza di accordo su Brexit concordata tra i negoziatori europei e britannici, diversi esponenti del governo conservatore si sono dimessi: e forse non è finita qui.

Cosa c’è nell’accordo su Brexit

L’accordo, contenuto in un documento di quasi 600 pagine, è stato infatti giudicato insoddisfacente da un pezzo del Partito Conservatore britannico, lo stesso di May, e dal Partito nordirlandese che appoggia May in Parlamento. Sintetizzando il contenuto del testo, il giornalista di Politico Tom McTague ha scritto: «Bruxelles è felice. Westminster è nel caos».

L’annuncio di May era arrivato dopo una riunione di governo durata cinque ore, nella quale erano emerse diverse divisioni: giovedì mattina Dominic Raab, ministro per Brexit, si è dimesso perché contrario all’accordo. Poche ore dopo si sono dimesse anche Esther McVey, ministra per il Lavoro e le Pensioni, e Sualla Braverman, sottosegretaria per Brexit. Ha inoltre annunciato le sue dimissioni Anne-Marie Trevelyan: Trevelyan era “parliamentary private secretary” del ministro dell’Istruzione, cioè la deputata che agisce come punto di contatto tra il ministro e il resto dei parlamentari. May non ha specificato se i ministri del suo governo abbiano approvato l’accordo all’unanimità: secondo Christopher Hope del Telegraph, si è detto contrario un terzo dei ministri.

Giovedì mattina May è intervenuta al Parlamento britannico e ha difeso l’accordo approvato dal suo governo, cosa che ha ribadito durante la conferenza stampa che ha tenuto diverse ore dopo: May ha anche escluso la possibilità di un secondo referendum su Brexit, ipotesi di cui si era parlato durante tutta la giornata dopo la crisi interna al Partito Conservatore. Ha detto che quando diventò prima ministra non c’era traccia di alcun piano su Brexit, incolpando implicitamente il suo predecessore David Cameron, e ha aggiunto che le alternative all’accordo erano solo due: rinunciare a Brexit, oppure uscire dall’Unione Europea senza accordo, una possibilità che spaventava molti, da una parte e dall’altra.

Dopo May è intervenuto Jeremy Corbyn, leader dei Laburisti. Corbyn ha detto che l’accordo trovato non soddisfa il suo partito e ha aggiunto che non lo appoggerà in Parlamento. «Il governo è nel caos», ha detto Corbyn riferendosi alle ultime dimissioni di diversi esponenti del governo May. L’accordo è stato molto criticato anche dal leader del Partito unionista democratico nordirlandese, Nigel Dodds, che in Parlamento appoggia il governo May. Dodds ha accusato May di non avere rispettato le promesse fatte in pubblico e in privato al suo partito e ha detto che l’accordo approvato dal governo è una minaccia all’integrità territoriale britannica, perché prevede la possibilità di introdurre regole diverse tra UE e Irlanda del Nord e tra UE e resto del Regno Unito, uno scenario che secondo Dodds potrebbe essere il preludio di una divisione del paese.

Alcuni membri dell’European Reserach Group, gruppo che rappresenta una cinquantina di deputati Conservatori favorevoli a una Brexit molto dura, hanno inoltre chiesto formalmente di tenere un voto di sfiducia nei confronti di May: tra loro c’è anche il presidente del gruppo, Jacob Rees-Mogg.

L’accordo trovato ieri era di natura “tecnica”, cioè concordata soltanto fra i negoziatori. Ci si era arrivati dopo diversi mesi in cui le trattative tra i negoziatori europei e quelli britannici avevano attraversato una fase di stallo, prolungando le discussioni molto oltre la data prevista. Dopo diverse proroghe della scadenza per un accordo, e con l’avvicinarsi del 29 marzo 2019 (il giorno in cui il Regno Unito uscirà ufficialmente dall’UE), trovare un’intesa era diventata un’urgenza.

L’ostacolo più grosso all’accordo era la questione del confine irlandese, cioè come regolare il passaggio delle merci e delle persone tra la Repubblica d’Irlanda, uno stato dell’UE, e l’Irlanda del Nord, che dall’Unione Europea è uscita insieme al resto del Regno Unito. Il problema, semplificando, è che migliaia e migliaia di persone attraversano quotidianamente il confine, che però dovrebbe diventare regolato da controlli e dazi nel momento in cui dividerà ufficialmente il territorio dell’UE da quello britannico.

L’accordo stabilisce che l’intero territorio del Regno Unito rimarrà nell’unione doganale delle merci per un periodo di transizione fino all’entrata in vigore di un accordo commerciale più specifico con l’UE, dopo il quale l’Irlanda del Nord dovrebbe comunque mantenere un rapporto più “profondo” con l’Irlanda e quindi con tutta l’Unione. Il Regno Unito, secondo l’accordo, può chiedere di estendere il periodo di transizione entro il primo luglio del 2020: il documento non indica la data fino alla quale potrà essere esteso questo periodo, limitandosi a specificare che dovrà essere entro il «31 dicembre 20XX», cioè, apparentemente, entro questo secolo.

Dopo l’approvazione di ieri sera, l’accordo dovrà essere esaminato e votato sia dal Consiglio dell’Unione Europea – il presidente Donald Tusk ha confermato che si terrà una riunione straordinaria del gruppo domenica 25 novembre – sia dal Parlamento britannico. Il passaggio più complicato sarà probabilmente il secondo, anche perché ad oggi sembra che May non abbia i numeri per ottenere l’approvazione parlamentare dell’accordo. Se il governo dovesse uscire sconfitto dal voto, scrive il Guardian, la leadership di May potrebbe risultare molto danneggiata e si potrebbero verificare due cose: nuove elezioni o un secondo referendum su Brexit.

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