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  • giovedì 1 novembre 2018

Cosa c’entra l’uccisione di Khashoggi con la guerra in Yemen

Il primo fatto sta avendo ripercussioni su un pezzo del secondo: o almeno, così vorrebbero molti Repubblicani e Democratici statunitensi

Combattenti yemeniti fedeli ai ribelli houthi nella capitale Sana'a (MOHAMMED HUWAIS/AFP/Getty Images)

L’amministrazione statunitense di Donald Trump sta aumentando gli sforzi per frenare la guerra in Yemen, iniziata più di tre anni fa e responsabile di una crisi umanitaria ormai gravissima.

Nell’ultima settimana si sono espressi a favore di un cessate il fuoco sia Mike Pompeo che Jim Mattis, rispettivamente segretario di Stato e della Difesa degli Stati Uniti. Pompeo, per esempio, ha detto: «È tempo di mettere fine a questo conflitto, sostituire il conflitto con il compromesso e permettere alla popolazione yemenita di guarire attraverso la pace e la ricostruzione». Le parole di Pompeo sono state una novità: nonostante il governo americano stia da tempo lavorando per raggiungere una tregua in Yemen, finora non aveva mai usato toni così decisi, soprattutto per evitare di aprire una crisi politica con l’Arabia Saudita, suo alleato e anche il più potente dei paesi coinvolti direttamente nella guerra in Yemen. Ora però le cose stanno cambiando, e gli Stati Uniti sembrano avere più libertà di manovra: secondo molti osservatori c’entra l’assassinio di Jamal Khashoggi, giornalista saudita e opinionista del Washington Post ucciso lo scorso 2 ottobre all’interno del consolato saudita di Istanbul, probabilmente su ordine del potente principe ereditario Mohammed bin Salman.

La guerra in Yemen viene fatta iniziare nel marzo 2015, quando l’Arabia Saudita e altri stati arabi suoi alleati cominciarono a bombardare i ribelli houthi, che erano appoggiati dall’Iran e che avevano conquistato diversi territori fino ad arrivare alla capitale Sana’a. I sauditi volevano evitare che l’Iran, loro principale nemico nella regione del Golfo Persico, diventasse troppo influente in Yemen: decisero quindi di appoggiare l’ex presidente yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi, nemico dei ribelli houthi. Nei piani della famiglia reale saudita, e in particolare del principe Mohammed bin Salman, la guerra doveva durare poco, vista la disparità militare tra le due fazioni. Le cose però sono andate diversamente e ancora oggi non si vede una via d’uscita dal conflitto.

Fin dall’inizio gli Stati Uniti appoggiarono l’Arabia Saudita, ma negli ultimi tempi della presidenza di Barack Obama il sostegno americano cominciò a diminuire: non si arrivò mai a tagliare gli aiuti militari o a mettere davvero a rischio l’alleanza, ma aumentarono i malumori verso il sempre maggiore autoritarismo saudita. Con l’arrivo di Trump alla presidenza, nel gennaio 2017, le relazioni tra i due paesi migliorarono di nuovo, ma diversi membri della nuova amministrazione continuarono a credere che la cosa migliore per l’interesse nazionale statunitense fosse quella di arrivare a una tregua, anche per evitare il rafforzamento della sezione locale di al Qaida, che in Yemen è molto forte (come succede ovunque, gruppi jihadisti e terroristi come al Qaida e ISIS si rafforzano dove c’è il caos e dove non c’è un governo in grado di controllare il territorio).

Con l’uccisione di Khashoggi le cose sono cambiate di nuovo. Nel corso dell’ultimo mese l’Arabia Saudita ha fornito almeno tre diverse ricostruzioni dei fatti, che sono sembrate goffe e implausibili e che non hanno convinto praticamente nessuno. Anche Trump, molto riluttante a incolpare i sauditi per qualsiasi malefatta, è stato costretto a tornare sui suoi passi e ad ammettere che quello saudita su Khashoggi è stato «il peggior insabbiamento di sempre». Nella politica statunitense l’uccisione di Khashoggi, e tutto quello che è venuto dopo, ha provocato diversi scossoni. Nonostante la timidezza dell’amministrazione Trump ad adottare contromisure decise contro l’Arabia Saudita, diversi membri Repubblicani del Congresso hanno cominciato a mostrare insofferenza verso il regime saudita e hanno iniziato a chiedere che venissero rivisti i termini dell’amicizia tra i due paesi. Mercoledì, per esempio, cinque senatori Repubblicani hanno chiesto a Trump di interrompere i colloqui con i sauditi sul nucleare civile.

L’impressione, hanno scritto diversi analisti, è che la guerra in Yemen fosse il tema su cui era più facile intervenire, anche perché da mesi si parlava dei bombardamenti sauditi indiscriminati contro la popolazione civile yemenita. Per esempio ad agosto un attacco aereo saudita aveva ucciso una quarantina di bambini, un episodio che aveva fatto indignare e protestare mezzo mondo. Il New York Times ha scritto: «La proposta dell’amministrazione per un cessate il fuoco in Yemen sembra essere stata fatta almeno in parte per dirottare la rabbia del Congresso e preservare allo stesso tempo il rapporto con l’Arabia Saudita». C’è anche da considerare che, a differenza del passato, una richiesta di questo tipo proveniente dagli Stati Uniti potrebbe avere qualche possibilità di essere ascoltata dal regime saudita. Dennis Ross, ex diplomatico che lavorò per amministrazioni sia Democratiche che Repubblicane, ha detto al New York Times: «Uno delle cose chiave che fanno funzionare la diplomazia è quella di saper usare abilmente una situazione di vantaggio a proprio favore; ora Pompeo ha la possibilità di farlo con i sauditi, mentre prima non ce l’aveva». Essendo sotto pressione per l’omicidio Khashoggi, infatti, il principe Mohammed bin Salman potrebbe decidere di fare delle concessioni agli Stati Uniti, pur di evitare di rimanere isolato internazionalmente: e per l’ambizioso piano di riforme avviato qualche anno fa, il principe Salman non può permettere che questo succeda.

Non è detto che l’iniziativa statunitense per raggiungere una tregua nella guerra in Yemen avrà successo: per avere effetti dovrà infatti essere accettata attivamente non solo dall’Arabia Saudita, ma anche dai suoi alleati yemeniti e dai ribelli houthi, appoggiati dall’Iran, ed è una cosa per niente scontata.