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  • martedì 30 ottobre 2018

Quanto pesano le parole di un presidente?

Negli Stati Uniti se ne discute da giorni, dopo la strage di Pittsburgh e i pacchi bomba: e molti accusano Trump di aver sdoganato odio e violenza contro gli avversari politici

Donald Trump (NICHOLAS KAMM/AFP/Getty Images)

Nell’ultima settimana negli Stati Uniti ci sono stati attentati ed episodi di violenza motivati da ragioni razziali e politiche, che hanno alimentato un nuovo dibattito sugli eccessi e sul peso delle parole pronunciate pubblicamente dal presidente Donald Trump. A tutti i politici famosi e popolari può capitare di avere ammiratori esagitati, fuori di testa, perfino violenti: ma nessun politico statunitense ha usato la retorica violenta di Trump, che da presidente degli Stati Uniti ha elogiato chi picchia i giornalisti, ha diffuso teorie del complotto infondate e vagamente antisemite e si riferisce abitualmente ai media e ai suoi avversari come “nemici del popolo”.

Sabato un uomo ha ucciso 11 persone in una sinagoga di Pittsburgh, compiendo la più grande strage di ebrei di sempre negli Stati Uniti. L’uomo era furioso con la Hebrew Immigrant Aid Society (Hias, gruppo ebraico che aiuta i richiedenti asilo a stabilirsi negli Stati Uniti), che accusava – rilanciando una teoria infondata proposta anche da alcuni politici e opinionisti Repubblicani – di voler favorire l’arrivo della carovana di migranti partita settimane fa dal’Honduras e diretta verso il territorio statunitense. Mercoledì un uomo bianco ha ucciso in Kentucky due neri ed è stato fermato mentre stava andando verso una chiesa frequentata da neri per ucciderne altri: la polizia sta trattando l’attacco come un possibile crimine razziale. Per diversi giorni, inoltre, avversari politici e critici di Trump, tra cui l’ex presidente Barack Obama, la famiglia Clinton, il filantropo ungherese George Soros e altri Democratici hanno ricevuto 13 pacchi bomba. Sabato la polizia ha arrestato un sospettato: si chiama Cesar Sayoc Jr., è un elettore Repubblicano e fanatico di Trump.

L’opinione condivisa da molti commentatori e analisti statunitensi è che i recenti episodi di violenza siano stati alimentati e generati da un clima di grandi tensioni e attacchi verbali, anche molto violenti, il cui principale responsabile sarebbe Donald Trump, che da anni attacca sistematicamente e con toni incredibilmente duri sia i suoi avversari politici che i media critici con la sua presidenza.

Le indagini svolte finora hanno mostrato come l’attentatore di Pittsburgh, il 46enne Robert D. Bowers, volesse fare qualsiasi cosa per fermare la carovana di migranti diretta verso gli Stati Uniti, che diversi commentatori conservatori e lo stesso Trump hanno definito «un’invasione» e una minaccia che rischia di «distruggere la società e la cultura americane», nonostante quelle persone siano distanti ancora più di mille chilometri dal confine statunitense. Negli ultimi mesi gruppi di Facebook, programmi tv di Fox News e siti di destra avevano parlato senza prove di un presunto coinvolgimento di Soros nell’organizzazione della carovana, e Trump aveva parlato delle infiltrazioni di persone provenienti dal Medio Oriente, insinuando l’esistenza di un pericolo terrorismo (di nuovo senza prove). L’aggressiva retorica della destra statunitense, in altre parole, aveva trasformato un problema politico, cioè la gestione di una lontana carovana di migranti latinoamericani, in un problema praticamente esistenziale, cioè il rischio di subire un’invasione o attacchi terroristici.

Adam Serwer, giornalista dell’Atlantic, ha scritto: «Riguardo alla carovana, l’attentatore ha seguito semplicemente la logica del presidente e dei suoi alleati. […] L’attentatore avrebbe potuto trovare una ragione diversa per agire, e avrebbe potuto farlo in un giorno diverso. Ma ha scelto di agire sabato, e apparentemente ha scelto di farlo in risposta alla finzione politica che il presidente stesso ha deciso di diffondere e che i suoi follower hanno amplificato».

Il problema, sostiene chi accusa Trump, non riguarda solo il caso di Pittsburgh. Negli ultimi due anni il presidente ha appoggiato esplicitamente atti di violenza contro i media, ha definito “brave persone” dei rivoltosi neonazisti e si è offerto di pagare le spese legali a chi aggredisce fisicamente i suoi avversari politici. «Solitamente», ha scritto Serwer, «i presidenti non sfruttano esplicitamente la loro autorità allo scopo di terrorizzare gli americani bianchi e farli votare per il proprio partito». Prima di provare a capire se e quanto l’atteggiamento di Trump abbia a che fare con gli attentati negli ultimi giorni, serve farsi un’altra domanda. Perché lo fa? Ci sono diverse spiegazioni.

Anzitutto per ragioni elettorali. Trump ha costruito il suo consenso su una retorica conflittuale e bellicosa, aiutata anche dallo spostamento a destra del Partito Repubblicano iniziato ormai diversi anni fa. Questo discorso vale ancora di più oggi, a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato con le quali si rinnoverà parzialmente il Congresso e si eleggeranno diversi governatori e assemblee legislative locali. «Nel suo modo di vedere le cose, la sua gente lo vuole come un combattente», hanno scritto sul New York Times Peter Baker e Maggie Haberman, riferendosi a Trump: per questo lui forza la mano, usa toni eccessivi e aggressivi. Secondo Cass Sunstein di Bloomberg, inoltre, Trump si comporta così per una sua attitudine personale: «quando parla di unità nazionale, sembra artificioso e poco sincero. Legge da un testo. Si deve impegnare. Quando invece va all’attacco è nel personaggio. Non ha bisogno di leggere. Si diverte. Tutti se ne accorgono».

Secondo diversi opinionisti c’è anche un’altra questione da considerare: per mesi, ha scritto il New York Times, diversi funzionari Repubblicani si sono lamentati in privato della mancanza di capacità del presidente di affrontare i momenti di crisi con «chiarezza morale». L’impressione, già emersa in diverse occasioni negli ultimi due anni, è che Trump non abbia vere convinzioni forti e cambi idea da un momento all’altro secondo il suo tornaconto personale e secondo le notizie che vengono trasmesse da Fox News, network molto conservatore e spesso poco affidabile. Quindi se percepisce l’indagine sulla Russia come una possibile delegittimazione della sua vittoria elettorale, si ritrova a difendere la Russia in modi così espliciti da costringerlo poi a bizzarre retromarce, per esempio.

Anche dopo la strage di Pittsburgh, Trump si è mosso in maniera confusa. Ha promesso di andare in visita in città solo a seguito delle insistenze di Jared Kushner, suo genero e stretto consigliere, e Ivanka Trump, sua figlia, entrambi ebrei, ma si è rifiutato di cambiare i suoi programmi di campagna elettorale al punto da giustificarsi dicendo – ed è una bugia – che persino dopo l’11 settembre i mercati azionari riaprirono subito, quindi non c’era ragione di interrompere la campagna elettorale. Sempre sotto la pressione di sua figlia e suo genero, durante un comizio di sabato in Illinois ha espresso indignazione verso l’antisemitismo, ma le sue critiche sono durate poco (già in passato Trump era stato accusato di essere antisemita). Subito dopo ha ripreso ad attaccare i suoi nemici, senza curarsi di quanto appena accaduto nel paese: ha preso di mira direttamente Maxine Waters, parlamentare Democratica della California destinataria di uno dei pacchi bomba; Bill Kristol, noto opinionista conservatore critico di Trump, ed ebreo; e i giornali in generale, colpevoli secondo Trump di diffondere “fake news” con lo scopo di colpire lui e il suo partito. Il giorno dopo Trump ha attaccato anche Tom Steyer, miliardario filantropo statunitense e obiettivo di un altro dei pacchi bomba, definendolo un «pazzo farneticante». Insomma: Trump ha provato a fare il presidente che unisce ma è durata pochissimo; poco dopo è tornato a fare quello che fa sempre, cioè insultare, attaccare e screditare i suoi avversari.

Mentre sulla scarsa attitudine di Trump a fare il “presidente di tutti” c’è abbastanza accordo, non si può dire altrettanto sull’effetto che hanno le parole di Trump nella creazione di un presunto clima di violenza nel paese.

Adam Schiff, deputato Democratico della California, ha detto domenica a CNN: «Il modus operandi del presidente è dividerci. Non è abbastanza che il giorno di una tragedia dica le parole giuste, se tutti gli altri giorni dell’anno dice cose che ci portano al conflitto». Una critica implicita è arrivata anche da James Lankford, senatore Repubblicano dell’Oklahoma, che ha detto: «Penso che il presidente dovrebbe essere più chiaro nella sua retorica, dovrebbe essere meno caustico». Su Bloomberg, Sustein ha tirato in ballo il concetto di “polarizzazione di gruppo”, che arriva dalla psicologia sociale moderna. L’idea di base è che quando un gruppo di persone si parlano tra loro, tendono ad abbracciare la posizione più estrema tra quelle esposte: secondo Sustein, Trump sarebbe una specie di «macchina di polarizzazione di gruppo», che ha l’obiettivo di spostare le idee verso l’estremo e trasformare i suoi critici in nemici. Per questa ragione, conclude Sustein, «è abbastanza certo e ragionevole insistere sul fatto che la retorica odiosa e feroce del presidente degli Stati Uniti sia destinata ad aumentare i rischi di violenza all’interno della popolazione americana».

Per alcuni critici di Trump, comunque, la colpa non sarebbe solo del presidente ma di molti esponenti del partito Repubblicano, che negli ultimi anni hanno appoggiato largamente le stesse teorie cospirazioniste sostenute da Trump, per esempio quella secondo cui George Soros vorrebbe sovvertire il sistema di potere degli Stati Uniti.

Catherine Rampell, opinionista del Washington Post, ha elencato per esempio le cose che ha fatto dall’estate a oggi il deputato Repubblicano Steve King: ha appoggiato la candidatura di una donna suprematista bianca che voleva fare la sindaca di Toronto, e che sosteneva che in Canada fosse in atto un «genocidio dei bianchi»; ha ritwittato un uomo britannico che si autodefinisce un neonazista; durante un viaggio in Europa in memoria dell’Olocausto ha incontrato membri di un partito di estrema destra austriaco fondato da un ex funzionario delle SS naziste. Secondo Rampell, la colpa del partito Repubblicano è non avere «fatto pulizia» tra i suoi esponenti e simpatizzanti, cioè di non avere mai escluso le frange più fanatiche: ma è vero anche che i suoi esponenti più estremisti si sono fatti largo nel partito perché sono popolari tra i militanti.

I Repubblicani, da parte loro, si sono difesi attaccando. Hanno sostenuto che non si possa dare la responsabilità a Trump per gli attacchi della scorsa settimana, e hanno provato a incolpare giornalisti, attivisti e leader Democratici: se la sono presa in particolare con le manifestazioni organizzate per protestare contro la nomina di Brett Kavanaugh a giudice della Corte Suprema, definendole una fonte di incitazione alla violenza e all’odio.

Data la complessità dell’argomento, è complicato stabilire quanta responsabilità abbia avuto la retorica aggressiva e divisiva di Trump negli attacchi avvenuti negli Stati Uniti la scorsa settimana. Si può fare però almeno un’osservazione, hanno scritto Robert Costa e Felicia Sonmez sul Washington Post. Il dibattito che è iniziato dopo la strage di Pittsburgh ha mostrato l’emergere di un fronte relativamente nuovo di divisione nella politica statunitense: non più un dibattito monopolizzato dal discorso armi sì-armi no, ma un confronto su quali debbano essere le regole e gli standard per sostenere una normale battaglia politica. Al centro di questo dibattito, ovviamente, c’è comunque Donald Trump.